19:40 12 Luglio 2020
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L'articolo completo del presidente russo Vladimir Putin pubblicato sul sito kremlin.ru e nella rivista americana National Interest, intitolato "Le reali lezioni del 75° Anniversario della Seconda Guerra Mondiale".

Sono passati 75 anni dalla fine della Grande guerra patriottica. In questi anni si sono avvicendate diverse generazioni. È mutato l’assetto politico del nostro pianeta. Non esiste più l’Unione Sovietica che ha riportato un’epica e definitiva vittoria sul nazismo salvando così il mondo intero. Gli eventi stessi di quella guerra, poi, sono persino per chi vi ha partecipato un ricordo lontano. Ma allora perché in Russia il 9 maggio è la celebrazione più importante mentre il 22 giugno la vita si ferma e si stringe un nodo alla gola?

Si è soliti dire che la guerra abbia lasciato una impronta profonda nella storia di ciascuna famiglia. Dietro questa espressione si leggono i destini di milioni di persone, le loro sofferenze e il lutto per le perdite. L’onore, la verità e la memoria.

Per i miei genitori la guerra ha significato le terribili sofferenze dell’Assedio di Leningrado durante il quale perse la vita mio fratello Vitya di soli due anni e mia mamma per miracolo riuscì a sopravvivere. Mio padre, nonostante fosse esonerato dal servizio, si offrì come volontario per difendere la città patria. Agì così come fecero milioni di cittadini sovietici. Combatté nella piazza d’armi di Nevsky Pyatachok, riportò gravi ferite. E più gli anni passano, più sento la necessità di parlare con i miei genitori, di sapere di più sugli anni della guerra che loro hanno vissuto. Ma non ho più l’opportunità di farlo. Per questo conservo gelosamente le conversazioni che ebbi con mio padre e mia madre su questo argomento e le emozioni che mi dimostrarono in quelle occasioni.

Per me e per le persone della mia età è importante che i nostri figli, nipoti e pronipoti capiscano quali difficoltà e sofferenze hanno dovuto provare i nostri antenati. Devono capire in che modo sono riusciti a resistere e a vincere. Da dove veniva la loro forza d’animo di ferro che stupì e lasciò a bocca aperta il mondo intero? Senza ombra di dubbio, difesero la loro casa, i figli, gli amici, la famiglia. Ma erano tutti uniti dall’amore per la Patria, la Madrepatria. È un sentimento profondo e personale che si riflette interamente nell’essenza del nostro popolo e che è diventato uno dei fattori determinanti della sua lotta eroica e sacrificale contro i nazisti.

Spesso ci si chiede: in che modo si comporterebbe la generazione odierna, in che modo affronterebbe una situazione di criticità? Vedo giovani medici, infermieri, talvolta studenti freschi di laurea che si recano in “zone rosse” per salvare altre persone. Vedo i nostri soldati che combattono contro il terrorismo internazionale nel Caucaso settentrionale e che hanno profuso fino all’ultimo sforzo in Siria. Sono così giovani. Molti uomini in servizi dell’immortale 6° Reggimento Paracadutisti avevano solo 19-20 anni. Ma tutti loro hanno dato prova di essere degni delle imprese di chi difese la nostra Patria durante la Grande guerra patriottica.

Pertanto sono convinto che una delle caratteristiche dei popoli della Russia sia di adempiere al proprio dovere senza dispiacersi per se stessi qualora le circostanze lo richiedessero. Valori quali il sacrificio, il patriottismo, l’amore per la casa, la famiglia e la Patria rimangono ancora oggi fondamentali e parte integrante della società russa. Questi valori sono in larga misura la struttura portante della sovranità del nostro Paese.

Oggi vi sono tradizioni nuove che ha creato il popolo, quali il Reggimento immortale. Questa è la marcia della memoria che vuole simboleggiare la nostra gratitudine, il legame vivo e i rapporti di sangue tra generazioni. Milioni di persone sono scese in strada portando le fotografie dei loro parenti che difesero la Patria e sconfissero i nazisti. Ciò significa che le loro vite, le loro sofferenze e i loro sacrifici, nonché la Vittoria che ci lasciarono, non saranno mai dimenticati.

Abbiamo una responsabilità nei confronti del nostro passato e del nostro futuro. Dobbiamo fare del nostro meglio per prevenire che si verifichino nuovamente simili atrocità. Pertanto, ho sentito la necessità di disporre un articolo sulla Seconda guerra mondiale e la Grande guerra patriottica. Ho discusso di quest’idea più volte con i leader di altre potenze i quali hanno mostrato il loro sostegno. Alla fine dello scorso anno in occasione del vertice dei leader della CSI tutti siamo stati d’accordo sull’importanza di trasmettere alle generazioni future il ricordo del fatto che i nazisti furono sconfitti anzitutto e soprattutto dal popolo sovietico e che i rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica combatterono fianco a fianco insieme in quell’eroica battaglia sia in prima linea sia nelle retrovie. Durante il vertice ho altresì affrontato con i miei colleghi il tema delle sfide proprie del periodo precedente alla guerra.

Questa conversazione causò un certo fermento in Europa e nel mondo. Ciò significa che è davvero giunto il momento di riconsiderare le lezioni del passato. Al contempo, vi furono scoppi emotivi, malcelate insicurezze e accuse mosse a gran voce. Com’è loro abitudine, diversi politici si affrettarono a dichiarare che la Russia stava tentando di riscrivere la storia. Tuttavia, non riuscirono a confutare nessuno dei fatti o degli argomenti riportati. Infatti, è quantomeno difficile, se non impossibile, mettere in discussione documenti originali che, tra l’altro, sono disponibili non solo negli archivi russi, ma anche in quelli stranieri.

Pertanto, è forte la necessità di riesaminare ulteriormente le ragioni che scatenarono la guerra mondiale e di riflettere sui complicati eventi, tragedie, vittorie e lezioni per il nostro Paese e per il mondo intero. E come amo dire, è fondamentale basarsi esclusivamente sui documenti d’archivio e sulle prove dei contemporanei evitando qualsivoglia speculazione ideologica o politicizzata.

Vorrei nuovamente ricordare un fatto ovvio. Le cause primarie della Seconda guerra mondiale sono strettamente legate alle decisioni assunte in seguito alla Prima guerra mondiale. Il Trattato di Versailles assurse a simbolo di profonda ingiustizia nei confronti della Germania. Infatti, prevedeva implicitamente il depredamento della Germania imponendole il pagamento coatto di ingenti riparazioni a favore degli alleati occidentali. Questo sforzo prosciugò la sua economia. Il maresciallo francese Ferdinand Foch che ricoprì la carica di Comandante supremo delle Forze alleate diede una profetica descrizione di quel Trattato: “Questa non è una pace. È un armistizio di 20 anni”.

Fu un’umiliazione nazionale che contribuì a formare il terreno fertile per sentimenti radicali di vendetta in Germania. I nazisti sfruttarono acutamente le emozioni del popolo e costruirono la loro propaganda promettendo di far uscire la Germania dal “lascito di Versailles” e di riconferire al Paese il potere di un tempo spingendo di fatto la Germania alla guerra. Paradossalmente i Paesi occidentali, in particolare il Regno Unito e gli USA, contribuirono in maniera diretta o meno a questo esito. Il loro operato in ambito finanziario e industriale ebbe un impatto sugli stabilimenti produttivi tedeschi del settore militare. Inoltre, molti esponenti politici e aristocratici supportavano i movimenti radicali, nazionalisti e di estrema destra che stavano registrando un aumento di popolarità in Germania e in Europa.

L’ordine mondiale determinato da Versailles scatenò numerose controversie implicite e manifesti conflitti. In particolare, motivo della disputa erano i confini dei nuovi Paesi europei che erano stati definiti a tavolino dai vincitori della Prima guerra mondiale. La delimitazione dei confini fu quasi immediatamente seguita dalle dispute territoriali e dalle mutue pretese che si tramutarono presto in bombe a orologeria.

Uno degli esiti principali della Prima guerra mondiale fu la creazione della Società delle Nazioni. Vi erano grandi aspettative nei confronti di questa organizzazione internazionale: in particolare, si sperava che garantisse pace duratura e sicurezza collettiva. Si trattava di un’idea progressista che, se seguita pedissequamente, avrebbe potuto effettivamente prevenire gli errori di una nuova guerra mondiale.

Tuttavia, la Società della Nazioni dominata dalle potenze vincitrici di Regno Unito e Francia risultò inefficace e fu sommersa da inutili discussioni. La Società delle Nazioni e il continente europeo in generale fecero orecchie da mercante nei confronti dei ripetuti inviti dell’Unione Sovietica volti a stabilire un sistema di sicurezza collettivo e a firmare un patto di non aggressione per l’Europa orientale e per il Pacifico. Queste proposte furono ignorate.

La Società della Nazioni non riuscì nemmeno a prevenire conflitti in altre zone del mondo quali gli attacchi dell’Italia in Etiopia, la guerra civile in Spagna, l’aggressione giapponese della Cina e la Anschluss dell’Austria. Inoltre, nel caso dell’Accordo di Monaco che oltre a Hitler e Mussolini coinvolgeva anche i leader britannico e francese, la Cecoslovacchia fu presa con la completa approvazione della Società delle Nazioni. A tal proposito vorrei sottolineare che, a differenza di molti altri leader di quell’epoca, Stalin non si disonorò incontrando Hitler il quale era invece conosciuto in Occidente come un rispettabile politico ed era ospite gradito presso le principali capitali europee.

Anche la Polonia fu impegnata nella spartizione della Cecoslovacchia con la Germania. Decisero in anticipo in che modo si sarebbero spartiti i territori cecoslovacchi. Il 20 settembre 1938 l’ambasciatore polacco in Germania Józef Lipski riferì al Ministero polacco degli Esteri Józef Beck riguardo a queste rassicurazioni di Hitler: “…in caso di conflitto tra Polonia e Cecoslovacchia per gli interessi in Teschen, il Reich starà dalla parte della Polonia”. Il leader nazista suggerì persino che la Polonia cominciasse ad agire “solo dopo l’occupazione tedesca dei Sudeti”.

La Polonia sapeva che senza il sostegno di Hitler, i suoi progetti di annessione sarebbero stati destinati al fallimento. A tal proposito vorrei citare una registrazione della conversazione intercorsa il primo ottobre 1938  tra l’ambasciatore tedesco a Varsavia Hans-Adolf von Moltke e Józef Beck. I due parlarono delle relazioni ceco-polacche e del ruolo dell’Unione Sovietica nella questione. In particolare, dissero: “Il signore Beck ha espresso la sua gratitudine per il fedele trattamento riservato agli interessi polacchi durante la Conferenza di Monaco, nonché per la sincerità delle relazioni dimostrata durante il conflitto ceco. Il comportamento del Führer e del Cancelliere sono stati apprezzati di buon grado dal Governo e dal popolo polacco”. 

La spartizione della Cecoslovacchia fu brutale e cinica. Monaco distrusse persino le ormai formali e fragili garanzie che rimanevano nel continente. Mostrò che i mutui accordi non avevano alcun valore. L’Accordo di Monaco funse da “detonatore” e rese inevitabile la grande guerra in Europa. 

Oggi i politici europei e, in particolare i leader polacchi, desiderano nascondere sotto il tappeto l’Accordo di Monaco. Perché? Il fatto che i loro Paesi all’epoca infransero i loro impegni e supportarono l’Accordo di Monaco (e alcuni di loro parteciparono persino alla spartizione) non è la sola ragione. Un’altra motivazione è che è imbarazzante ricordare che in quei giorni drammatici del 1938 l’Unione Sovietica fu l’unica a difendere la Cecoslovacchia. 

L’Unione Sovietica, in linea con i suoi impegni internazionali quali gli accordi stipulati con la Francia e la Cecoslovacchia, tentò di evitare la tragedia. Nel frattempo la Polonia, che seguiva i propri interessi, faceva del suo meglio per ostacolare la creazione di un sistema di sicurezza collettiva in Europa. Il ministro polacco degli Esteri Józef Beck ne scrisse direttamente in una sua lettera del 19 settembre 1938 indirizzata al già menzionato ambasciatore Józef Lipski prima del suo incontro con Hitler: “...l’anno scorso il governo polacco ha declinato per 4 volte la proposta di unirsi all’azione internazionale in difesa della Cecoslovacchia”. 

La Gran Bretagna, così come la Francia, che al tempo era la principale alleata della Cecoslovacchia, scelse di venire meno ai suoi impegni e di abbandonare il Paese dell’Europa orientale al suo destino. Così facendo, cercarono di dirottare l’attenzione dei nazisti a Est in modo che Germania e Unione Sovietica si scontrassero inevitabilmente e si dissanguassero a vicenda. 

Questa fu essenzialmente la politica occidentale di acquiescenza che fu perseguita non solamente nei confronti del Terzo Reich, ma anche degli altri partecipanti al cosiddetto Patto anticomintern, ossia l’Italia fascista e il Giappone militarista. In Estremo Oriente questa politica culminò con l'alleanza anglo-giapponese dell’estate del 1939 che lasciò carta bianca a Tokyo sulla Cina. Le principali potenze europee non intendevano riconoscere il pericolo letale rappresentato dalla Germania e dai suoi alleati per il mondo intero. Speravano che sarebbero sopravvissuti incolumi alla guerra. 

L’Accordo di Monaco dimostrò all’Unione Sovietica che i Paesi occidentali avrebbero affrontato le questioni in materia di sicurezza senza prendere in considerazione i suoi interessi. Anzi, se necessario, avrebbero persino creato un fronte antisovietico. 

Ciononostante l’Unione Sovietica fece del suo meglio sfruttando ogni occasione per creare una coalizione che si opponesse a Hitler. Nonostante, lo ribadisco, il doppiogiochismo dei Paesi occidentali. Ad esempio, i servizi segreti riferirono ai dirigenti sovietici informazioni dettagliati circa gli accordi che Gran Bretagna e Germania strinsero dietro le quinte nell’estate del 1939. L’aspetto fondamentale è che questi accordi coincisero politicamente con i negoziati tripartiti tra Francia, Gran Bretagna e URSS i quali, invece, vennero deliberatamente prorogati dai partner occidentali. A tal proposito citerò un documento tratto dagli archivi britannici il quale contiene indicazioni fornite alla missione militare britannica che si recò a Mosca nell’agosto del 1939. Il documento riporta che la delegazione avrebbe dovuto procedere con i negoziati molto lentamente e che il governo del Regno Unito non era pronto in alcun modo ad assumersi impegni dettagliati che avrebbero limitato la sua libertà d’azione. Ci tengo altresì a notare che, a differenza delle delegazioni britannica e francese, quella sovietica era guidata dai comandanti supremi dell’Armata Rossa che disponevano dei poteri necessari per “sottoscrivere una convenzione militare sull’organizzazione della difesa militare di Inghilterra, Francia e URSS contro l’aggressione in Europa”. 

La Polonia fece la sua parte nel decretare il fallimento di questi negoziati in quanto non volle assumersi alcun impegno nei confronti della parte sovietica. Persino sotto le pressioni esercitate dagli alleati occidentali, i dirigenti polacchi rifiutarono l’idea di collaborare con l’Armata Rossa contro la Wehrmacht. Fu solo quando venne a sapere dell’arrivo di Ribbentrop a Mosca che Beck in maniera riluttante e indiretta, mediante diplomatici francesi, comunicò ai sovietici: “...in caso di azione congiunta contro l’aggressione tedesca, non è fuori questione una collaborazione tra Polonia e Unione Sovietica in merito a circostanze tecniche ancora da definire”. Al contempo, spiegò ai colleghi: “...Ho deciso di esprimermi in questo modo solo per finalità tattiche. La nostra posizione in merito all’Unione Sovietica è definitiva e non cambierà”.

In queste circostanze l’Unione Sovietica firmò il Patto di non aggressione con la Germania. Fu praticamente l’ultimo Paese europeo a farlo. Ad ogni modo, la firma avvenne a fronte di una minaccia reale di una guerra su due fronti: la Germania a ovest e il Giappone a est (infatti, in Estremo oriente erano già in corso intense battaglie sul fiume Khalkhin Gol).

Stalin e i suoi meritano le accuse fondate che vengono rivolte loro. Ricordiamo i crimini commessi dal regime contro il suo stesso popolo e gli orrori delle repressioni di massa. Insomma, vi furono molti eventi per i quali i leader sovietici possono essere rimproverati, ma la mancata comprensione della natura delle sfide esterne non è una di quelle. Videro in che modo stessero tentando di lasciare l’Unione Sovietica da sola ad affrontare la Germania e i suoi alleati. A fronte di questa reale minaccia, cercarono di guadagnare tempo prezioso per rafforzare le difese del Paese.

Oggi sentiamo le più diverse speculazioni e accuse contro la Russia contemporanea in relazione al Patto di non aggressione firmato all’epoca. Sì, la Russia è l’erede legittima dell’URSS e l’età sovietica con i suoi trionfi e le sue tragedie è parte integrante della nostra storia millenaria. Tuttavia, ricordiamoci che l’Unione Sovietica fornì una valutazione legale e morale del cosiddetto Patto Molotov-Ribbentrop. Il Consiglio Supremo nella sua risoluzione del 24 dicembre 1989 denunciò ufficialmente i protocolli segreti come “atto di potere personale” che non riflettevano in alcun modo “il volere del popolo sovietico che non ebbe responsabilità alcuna per lo scontro che ne derivò”.

Altri Paesi invece hanno preferito dimenticare gli accordi recanti firma di politici nazisti e occidentali, per non parlare poi di fornire valutazioni di natura legale e politica di dette forme di cooperazione, incluso il tacito assenso (o persino l’esplicito consenso) di alcuni politici europei in merito ai terribili piani nazisti. Basta ricordare la cinica frase pronunciata dall’ambasciatore polacco in Germania J. Lipski durante la sua conversazione con Hitler il 20 settembre 1938: “... per ringraziarlo di aver risolto la questione ebraica, noi [i polacchi] costruiremo in suo onore… uno splendido monumento a Varsavia”.

Ad ogni modo, non sappiamo se vi furono “protocolli” segreti e allegati ad accordi di diversi Paesi con i nazisti. L’unica cosa che possiamo fare è credere alla loro parola. In particolare, i materiali relativi alle conversazioni segrete anglo-tedesche non sono ancora stati divulgati. Dunque, invitiamo tutti i Paesi ad accelerare il processo di divulgazione degli archivi e di pubblicazione di documenti relativi alla guerra e al periodo bellico fino ad oggi ignoti. Proprio come ha fatto la Russia negli ultimi anni. Siamo pronti ad instaurare una collaborazione su larga scala e progetto congiunti di ricerca con gli storici.

Ma torniamo ora agli eventi che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale. Era ingenuo pensare che Hitler, una volta finito il suo progetto in Cecoslovacchia, non avrebbe avanzato altre pretese di natura territoriale. Questa volta le pretese coinvolsero il suo recente complice nella spartizione della Cecoslovacchia, ossia la Polonia. In questo caso il lascito di Versailles, in particolare il destino del cosiddetto Corridoio di Danzica, fu sfruttato come pretesto. La colpa della tragedia che dovette subire in seguito la Polonia è unicamente dei dirigenti polacchi che avevano ostacolato la formazione di un'alleanza militare tra Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica e avevano fatto affidamento agli aiuti dei partner occidentali, gettando così il proprio popolo in pasto alla feroce macchina di distruzione di Hitler.

L’offensiva tedesca fu costruita in perfetto stile blitzkrieg (guerra lampo). Nonostante l’eroica resistenza dell’esercito polacco, l’8 settembre 1939, solo una settimana dopo lo scoppio della guerra, le truppe tedesche erano alle porte di Varsavia. Entro il 17 settembre i dirigenti militari e politici polacchi erano tutti fuggiti in Romania abbandonando così il loro popolo che continuò a combattere gli invasori.

I polacchi sperarono invano nell’arrivo degli aiuti dagli alleati occidentali. Dopo che fu dichiarata guerra contro la Germania, le truppe francesi avanzarono solo alcune decine di chilometri in territorio tedesco. Fu solamente una dimostrazione di azione. Inoltre, il Consiglio supremo anglo-francese della guerra, durante il suo primo incontro il 12 settembre 1939 nella città francese di Abbeville, decise di annullare l’offensiva alla luce dei rapidi sviluppi in Polonia. In quel momento cominciò l’ignobile “strana guerra”. Quello che Gran Bretagna e Francia fecero fu tradire in maniera spudorata i loro impegni nei confronti della Polonia.

Successivamente, durante il processo di Norimberga, i generali tedeschi spiegarono perché ebbero successo così velocemente a Est. L’ex capo delle operazioni delle Forze armate tedesche, il generale Alfred Jodl, ammise: “...non subimmo alcuna sconfitta nel 1939 solo perché circa 110 divisioni francesi e britanniche dispiegate a ovest contro 23 divisioni tedesche durante la nostra guerra con la Polonia rimasero del tutto inoperose”.

Ho richiesto che venissero recuperati dagli archivi tutti i materiali relativi ai contatti intercorsi tra l’URSS e la Germania nei drammatici giorni tra l’agosto e il settembre 1939. Stando ai documenti, il paragrafo 2 del Protocollo segreto accluso al Patto di non aggressione russo-tedesca del 23 agosto 1939 sanciva che, in caso di una riorganizzazione politico-territoriale delle aree costituenti lo Stato polacco, il confine dei due Paesi si sarebbe spostato “approssimativamente lungo i fiumi Narew, Vistola e San”. In altre parole, la sfera di influenza sovietica includeva non solo i territori in cui abitavano prevalentemente ucraini e bielorussi, ma anche le terre storicamente polacche site tra i fiumi Vistola e Bug. Questo lo sanno in pochi persino oggi.

Allo stesso modo sono in pochi a sapere che, subito dopo l’attacco alla Polonia, all’inizio di settembre 1939 Berlino incitò violentemente e ripetutamente Mosca a prendere parte alle azioni militari. Tuttavia, i dirigenti sovietici ignorarono quegli inviti e cercarono di evitare di venire coinvolti in quei drammatici sviluppi il più a lungo possibile.

Tuttavia, quando divenne evidente che Gran Bretagna e Francia non avrebbero aiutato il loro alleato e che la Wehrmacht avrebbe rapidamente occupato l’intera Polonia e sarebbe giunta in poco tempo alle porte di Minsk, l’Unione Sovietica decidere di inviare la mattina del 17 settembre delle divisioni dell’Armata Rossa sul fronte orientale che oggi comprende parte dei territori bielorussi, ucraini e lituani.

Chiaramente non vi era alternativa. In caso contrario, l’URSS avrebbe dovuto affrontare un rischio ben maggiore poiché, lo ribadisco, il precedente confine polacco-sovietico si trovava a poche decine di chilometri da Minsk. Il Paese sarebbe stato costretto a entrare in guerra contro i nazisti a partire da posizioni assai svantaggiate dal punto di vista strategici con milioni di persone di nazionalità differenti. Inoltre, gli ebrei che vivevano vicino a Brest e Hrodna (Grodno), Przemyśl, Lvov (Leopoli) e Wilno (Vilnius) sarebbero stati lasciati nelle mani dei nazisti e dei loro complici locali, ossia antisemiti e nazionalisti estremisti.

Il fatto che l’Unione Sovietica tentò di evitare l’escalation del conflitto il più a lungo possibile e che non volle combattere a fianco della Germania fu la ragione per cui il vero e proprio scontro tra truppe sovietiche e tedesche si verificò molto più a est rispetto al confine stabilito nel protocollo segreto. Infatti, lo scontro si verificò non sul fiume Vistola ma più vicino alla cosiddetta Linea Curzon che nel 1919 era stata raccomandata dalla Triplice Intesa come il confine orientale della Polonia. 

Com’è noto, la storia non si fa né con i se né con i ma. Dirò solamente che nel settembre del 1939 i dirigenti sovietici ebbero l’opportunità di spostare i confini occidentali dell’URSS ancora più a ovest, verso Varsavia, ma decisero di non farlo. 

I tedeschi vollero formalizzare il nuovo status quo. Il 28 settembre 1939 Ribbentrop e Molotov sottoscrissero a Mosca il Trattato di frontiera e amicizia tra Germania e Unione Sovietica, nonché il protocollo segreto relativo alle modifiche apportate al confine di stato secondo il quale il confine era da identificarsi nella linea di demarcazione tra la posizione de facto dei due eserciti.

Nell’autunno del 1939 l’Unione Sovietica perseguendo i suoi obiettivi strategici militari e di difesa avviò il processo di annessione di Lettonia, Lituania ed Estonia. La loro annessione all’URSS fu garantita da un accordo stipulato con il consenso delle autorità elette di quei Paesi. Questo approccio rispettò la legislazione vigente a livello nazionale e internazionale al tempo. Inoltre, nell’ottobre 1939 la città di Vilna (Vilnius) e l’area circostante, un tempo parte della Polonia, furono restituite alla Lituania. Le repubbliche baltiche all’interno dell’URSS conservarono i loro organi governativi, la loro lingua e godettero di rappresentanza negli organi statali di grado più elevato dell’Unione Sovietica.

In quei mesi vi furono invisibili lotte diplomatiche e politico-militari, nonché un fervido lavoro svolto dai servizi segreti. Mosca capì che stava affrontando un nemico feroce e crudele e che una malcelata guerra contro il nazismo era già in corso. Non vi è ragione di intendere dichiarazioni ufficiali e protocolli formali dell’epoca come evidenza di una “amicizia” tra URSS e Germania. L’Unione Sovietica intratteneva rapporti commerciali e tecnici non solo con la Germania, ma anche con altri Paesi. Hitler provò più e più volte a coinvolgere l’Unione Sovietica nello scontro della Germania con il Regno Unito, ma il governo sovietico tenne duro.

L’ultimo tentativo di persuasione dell’URSS a collaborare venne fatto da Hitler durante la visita di Molotov a Berlino nel novembre del 1940. Ma Molotov seguì pedissequamente le indicazioni di Stalin e si limitò a parlare di argomenti generali quali l’idea tedesca per cui l’Unione Sovietica avrebbe dovuto entrare a far parte del Patto Tripartito sottoscritto da Germania, Italia e Giappone nel settembre del 1940 ai danni di Regno Unito e Stati Uniti. Non c’è da meravigliarsi se già il 17 novembre Molotov diede queste indicazioni al capo della rappresentanza sovietica a Londra Ivan Maisky: “Per tua informazione… A Berlino non è stato firmato né v’è stata intenzione di firmare alcun accordo. C’è stato solo uno scambio di Berlino...solo questo… Evidentemente, tedeschi e giapponesi fremono per spingerci verso il Golfo e l’India. Abbiamo evitato di discutere di questo tema perché consideriamo inappropriati consigli di questo genere da parte della Germania”. E il 25 novembre i dirigenti sovietici posero fine ai giochi: posero ufficialmente a Berlino condizioni inaccettabili per i nazisti quali il ritiro delle truppe tedesche dalla Finlandia, un accordo di mutuo accordo tra URSS e Bulgaria, e altre condizioni. In tal modo, evitò in maniera deliberata di aderire al Patto. Questo approccio spinse il Fuehrer ad avviare una guerra contro l’URSS. Già a dicembre, ignorando gli avvertimenti dei suoi strateghi circa il pericolo di avere una guerra su due fronti, Hitler approvò l’Operazione Barbarossa. Lo fece sapendo che l’Unione Sovietica era la forza più grande che avrebbe dovuto affrontare in Europa e che l’imminente battaglia sul fronte orientale avrebbe deciso l’esito della guerra mondiale. Non aveva dubbi circa la rapidità e il successo della campagna di Mosca.

A questo punto vorrei sottolineare quanto segue: i Paesi occidentali, a dire il vero, al tempo furono d’accordo con l’operato sovietico e apprezzarono l’intento dell’Unione Sovietica di garantire la sicurezza nazionale. Il primo ottobre 1939 Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, in uno suo intervento alla radio dichiarò: “La Russia ha perseguito una fredda politica egoista… Per difendere la Russia dalla minaccia nazista evidentemente è stato necessario che l’esercito russo stazionasse su questa linea [il nuovo confine occidentale]”. Il 4 ottobre 1939 nella House of Lords il Segretario britannico agli Affari Esteri Halifax dichiarò: “...si ricordi che l’operato del governo sovietico consistette nello spostare il confine sulla linea raccomandata durante la Conferenza di Versailles da Lord Curzon… Faccio riferimento esclusivo a fatti storici e credo che siano inconfutabili”. Il politico e statista britannico D. Lloyd George ha sottolineato che “l’esercito russo occupò territori che non erano polacchi e che furono presi con la forza dalla Polonia dopo la Prima guerra mondiale… Sarebbe un’assurdità mettere sullo stesso piano l’avanzamento russo con quello tedesco”.

Durante conversazioni informali con il capo della rappresentanza sovietica Maisky, diplomatici e alti dirigenti britannici parlarono ancor più apertamente. Il 17 ottobre 1939 il vicesegretario di Stato agli Esteri R. A. Butler confidò a Maisky che i circoli governativi britannici credevano che non vi sarebbe stato motivo di restituire l’Ucraina occidentale e la Bielorussia alla Polonia. Secondo Butler, se fosse stato possibile creare una Polonia etnografica di dimensioni modeste con una garanzia non solo di URSS e Germania, ma anche di Gran Bretagna e Francia, il governo britannico l’avrebbe considerata un’alternativa piuttosto soddisfacente. Il 27 ottobre 1939 il consigliere di Chamberlain, H. Wilson, affermò che il ripristino della Polonia avrebbe dovuto basarsi sulle caratteristiche etnografiche di quest’ultima ma non avrebbe dovuto comprendere l’Ucraina occidentale e la Bielorussia.

Vale la pena ricordare che durante queste conversazioni si esplorò altresì la possibilità di migliorare le relazioni sovietico-britanniche. Questi contatti in larga misura funsero da base per la futura alleanza e per la coalizione antihitleriana. Churchill si distinse fra altri politici responsabili e lungimiranti e, nonostante il suo arcinoto disprezzo per l’URSS, si espresse a favore di una collaborazione con i sovietici. Già a maggio 1939 dichiarò alla Camera dei Comuni: “Saremo esposti a un pericolo mortale se non riusciremo a creare una grande alleanza contro gli aggressori. La più grande follia sarebbe rifuggire qualsivoglia naturale cooperazione con la Russia sovietica”. E dopo l’inizio delle ostilità in Europa, in occasione del suo incontro con Maisky il 6 ottobre 1939, disse che non vi erano controversie rilevanti tra Regno Unito e URSS e che, pertanto, non vi erano ragioni che giustificassero rapporti tesi e insoddisfacenti. Churchill menzionò anche il fatto che il governo britannico desiderava sviluppare relazioni commerciali e intendeva discutere di qualsivoglia ulteriore provvedimenti in grado di migliorare i loro rapporti.

La Seconda guerra mondiale non scoppiò da un giorno all’altro e non cominciò tutto d’un tratto. Nemmeno l’aggressione tedesca alla Polonia fu una sorpresa. Fu il risultato di una serie di tendenze e fattori della politica dell’epoca a livello globale. Tutti gli eventi pre-bellici andarono a costituire una catena dagli esiti fatali. Ma, senz’ombra di dubbio, i maggiori fattori che predeterminarono la più grande tragedia della storia dell’umanità furono l’egoismo e la codardia degli Stati, il tacito assenso nei confronti di un aggressore che stava guadagnando potere e la mancata volontà delle élite politiche di cercare un compromesso.

Pertanto, è ingiusto sostenere che la visita di due giorni a Mosca del ministro nazista degli Esteri Ribbentrop fu la principale ragione dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Tutti i principali Paesi sono responsabili chi più chi meno dello scoppio della guerra. Ogni Paese commise errori fatali credendo arrogantemente di essere più scaltro degli altri, per assicurarsi vantaggi unilaterali o per salvarsi dall’imminente catastrofe. E questa miopia, ossia la mancata creazione di un sistema di sicurezza collettiva, costò la vita di milioni di persone.

Con questo non intendo affatto vestire i panni di giudice, condannare o assolvere nessuno e nemmeno intavolare l’ennesimo confronto a livello internazionale su eventi storici che metterebbero Paesi e popoli gli uni contro gli altri. Credo che spetti a stimati scienziati provenienti da diversi Paesi del mondo trovare una versione bilanciata di ciò che realmente accadde. Abbiamo tutti bisogno di verità e obiettività. Dal canto mio, ho sempre incoraggiato i miei colleghi a intavolare un dialogo sereno, aperto e basato sulla fiducia, a guardare al nostro passato comune in maniera autocritica e imparziale. Un simile approccio consentirà di non ripetere gli errori commessi in passato e di assicurarci uno sviluppo positivo e pacifico per gli anni a venire.

Tuttavia, molti dei nostri partner non sono ancora pronti a collaborare. Al contrario, nel perseguire i loro obiettivi, continuano ad attaccare il nostro Paese cercando di indurci ad accampare scuse e a sentirci colpevoli e adottando dichiarazioni ipocrite e politicizzate. Ad esempio, la risoluzione sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa approvata dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019 accusava direttamente l’URSS e la Germania nazista di aver provocato la Seconda guerra mondiale. Va da sé che non è fatta alcuna menzione nel testo dell’Accordo di Monaco.

Credo che simili “scartoffie” (non riesco a chiamare “documento” una simile risoluzione), che sono chiaramente finalizzate a destare scalpore, siano piene di minacce reali e pericolose. Infatti, si tratta di una risoluzione da una istituzione altamente stimata. Cosa dimostra questo? Purtroppo, è sintomo di una politica deliberata finalizzata a distruggere l’ordine mondiale post-bellico la cui creazione è stata il frutto dell’onore e della responsabilità degli Stati da cui provengono molti dei rappresentanti che oggi hanno votato a favore di questa disonesta risoluzione. Così, sono state messe in dubbio le sentenze del Processo di Norimberga e gli sforzi della comunità internazionali volti a creare istituzioni internazionali dopo la vittoria del 1945. Permettetemi di ricordarvi a tal proposito che il processo di integrazione europea che ha portato alla creazione dei rispettivi organi istituzionali quali il Parlamento europeo è stato possibile solo grazie alle lezioni apprese dal passato e alla loro fedele valutazione politica e giuridica. E chi mette deliberatamente in questione il consenso rappresenta mette a rischio le fondamenta dell’intera Europa post-bellica.

Oltre a rappresentare una minaccia ai principi fondanti dell’ordine mondiale, questo approccio solleva anche questioni di carattere etico e morale. Profanare e insultare la memoria è meschino. La meschinità può essere deliberata, ipocrita e intenzionale quando le dichiarazioni a commemorazione del 75° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale menzionano tutti i partecipanti alla coalizione antihitleriana ad eccezione dell’Unione Sovietica. La meschinità si trasforma in codardia quando i monumenti eretti in onore di coloro che combatterono contro i nazisti vengono demoliti e questi vergognosi atti vengono giustificati dai falsi slogan della lotta contro una malvoluta ideologia e una presunta occupazione. La meschinità può anche diventare sanguinosa quando coloro che si oppongono ai neonazisti e seguaci di Bandera vengono uccisi e bruciati. Di nuovo, la meschinità può manifestarsi sotto diverse forme, ma questo non la rende meno deplorevole.

Ignorare le lezioni che ci dà la storia significa pagare un prezzo molto caro. Salvaguarderemo a tutti i costi la verità che si basa su fatti storici documentati. Continueremo ad essere onesti e imparziali in merito agli eventi della Seconda guerra mondiale. Questo intento include un progetto di ampia portata per creare la maggiore raccolta russa di testimonianze, pellicole e fotografie d’archivio relative alla storia della Seconda guerra mondiale e al periodo prebellico.

Sono già in corso i lavori su questo progetto. Molti materiali nuovi, di recente scoperta o divulgazione sono anche stati impiegati per la presentazione di questo articolo. A tal proposito, ci tengo a dire che non vi sono prove documentali d’archivio che confermino l’ipotesi secondo cui l’URSS intendesse avviare una guerra preventiva contro la Germania. I dirigenti militari sovietici seguirono effettivamente il principio secondo cui, in caso di aggressione, l’Armata Rossa avrebbe tempestivamente contrastato il nemico, assicurato un’offensiva e intrapreso la guerra in territorio nemico. Tuttavia, questi piani strategici non erano sintomo di alcuna intenzione di attaccare la Germania.

Chiaramente i documenti di pianificazione militare e le lettere provenienti dai quartier generali sovietici e tedeschi oggi sono accessibili agli storici. Finalmente conosciamo come sono andate realmente le cose. Conoscendo questi fatti, molti discutono dell’operato e degli errori di valutazione commessi dai dirigenti politici e militari del Paese. A tal proposito desidero osservare quanto segue: oltre a un gran numero di informazioni false di vario genere, i leader sovietici vennero anche a sapere correttamente dell’imminente aggressione nazista. E nei mesi precedenti alla guerra presero provvedimenti per migliorare la reattività dell’esercito tra l’altro reclutando segretamente parte di coloro che avrebbero dovuto essere chiamati alla leva obbligatoria e dislocando sui confini occidentali unità e riserve dispiegate in aree interne.

La guerra non fu una sorpresa, la gente la aspettava, si stava preparando. Ma l’attacco nazista fu senza precedenti in termini di forza distruttiva. Il 22 giugno 1941 l’Unione Sovietica affrontò il più potente e attrezzato esercito al mondo dotato del potenziale sostegno industriale, economico e militare di quasi l’intera Europea. Infatti, a prendere parte a questa letale invasione non fu solamente la Wehrmacht, ma anche gli Stati satellite dei nazisti in Europa.

Le gravissime sconfitte militari del 1941 portarono il Paese sull’orlo del collasso. Il controllo sulle forze militari doveva essere ripristinato a ogni costo così come la mobilitazione a livello nazionale e l’intensificazione di tutti gli sforzi profusi da Stato e popolo. Nell’estate del 1941 milioni di cittadini e centinaia di fabbriche cominciarono a spostarsi sotto il fuoco nemiche verso est. La manifattura di armi e munizioni che aveva contribuito a rifornire il fronte già durante il primo inverno di battaglia fu avviata nel più breve tempo possibile ed entro il 1943 si superarono i livelli di produzione militare della Germania e dei suoi alleati. Nell’arco di 6 mesi il popolo sovietico riuscì in qualcosa che era ritenuto impossibile. Sia sul fronte sia in patria. È ancora difficile rendersi conto, capire e immaginare quali incredibili sforzi, quale coraggio e quale dedizione servirono per conseguire questi risultati.

La grande forza del popolo sovietico unitamente al desiderio di difendere la patria vinsero contro la potente macchina nazista armata fino ai denti che cercava di avanzare senza alcuno scrupolo. Il popolo sovietico si erse contro il nemico che aveva distrutto la pace, i progetti e le speranze dei cittadini.

Chiaramente durante questa guerra terribile e sanguinosa paura, confusione e disperazione presero il sopravvento su alcune persone. Vi furono casi di tradimento e diserzione. La brutale spaccatura causata dalla rivoluzione e dalla guerra civile, il nichilismo e la derisione della storia nazionale, le tradizioni e la fede che i Bolscevichi cercavano di imporre specialmente nei primi anni dopo l’ascesa al potere: tutti questi elementi contribuirono. Ma la generale attitudine della maggioranza assoluta dei cittadini sovietici e dei nostri compatrioti all’estero era diversa, consisteva nel salvare e difendere la patria. Si trattava di un impulso reale e incontenibile. Le persone stavano cercando sostegno nei veri valori patriottici.

Gli “strateghi” nazisti erano convinti che un enorme stato multietnico avrebbe potuto essere facilmente messo in ginocchio. Pensavano che lo scoppio improvviso della guerra, la sua spietatezza e le indicibili difficoltà avrebbero sicuramente esacerbato le relazioni tra etnie dilaniando il Paese dall’interno. Hitler dichiarò chiaro e tondo: “La nostra politica nei confronti dei popoli che vivono nell’immensa Russia dev’essere volta a promuovere qualsivoglia forma di disaggregazione e divisione”.

Ma sin dai primi giorni, si capì che il piano nazista era fallito. La Fortezza di Brest fu protetta fino all’ultima goccia di sangue dai suoi difensori di più di 30 etnie diverse. Durante la guerra, le prodezze del popolo sovietico non conobbero barriere etniche, sia durante grandi battaglie decisive sia nella difesa di ogni singolo metro di patria.

La Regione del Volga e gli Urali, la Siberia e l’Estremo Oriente russo, le repubbliche dell’Asia Centrale e la Transcaucasia ospitarono milioni di sfollati. Gli abitanti autoctoni di queste aree condivisero tutto ciò che avevano e fornirono tutto il sostegno di cui erano in grado. L’amicizia dei popoli e l’aiuto reciproco divennero la vera fortezza indistruttibile contro il nemico.

L’Unione Sovietica e l’Armata Rossa, a dispetto di ciò che si tenta di provare oggi, contribuirono in maniera precipua e cruciale per sconfiggere il nazismo. Furono i sovietici gli eroi che combatterono fino alla fine circondati dal nemico a Bialystok e Mogilev, Uman e Kiev, Vyazma e Kharkov. Fecero partire attacchi nei pressi di Mosca e Stalingrado, Sebastopoli e Odessa, Kursk e Smolensk. Liberarono Varsavia, Belgrado, Vienna e Praga. Fecero cadere Koenigsberg e Berlino.

Sosteniamo una verità genuina, imparziale e non alternata riguardo alla guerra. Questa verità nazionale e umana (complessa, amara e spietata) ci è stata tramandata da scrittori e poeti che hanno dovuto affrontare grandi sfide. Per la mia generazione, così come per altre, la loro onestà, le loro storie, i loro romanzi, la loro prosa di trince così incisiva hanno lasciato un segno indelebile nella mia anima. Onorare i veterani che fecero tutto ciò che poterono per la Vittoria e ricordare chi morì sul campo di battaglia è diventato un nostro dovere morale.

E oggi, i semplici ma immensi versi della poesia “Fui ucciso nei pressi di Rzhev…” di Alexandr Tvardovsky dedicati ai partecipanti alle sanguinose e brutali battaglie della Grande guerra patriottica nel bel mezzo del fronte sovietico-tedesco sono sorprendenti. Solamente nelle battaglie di Rzhev e del Saliente di Rzhev tra l’ottobre 1941 e il marzo 1943 l’Armata Rossa perse 1.154.698 persone, feriti e dispersi inclusi. Per la prima volta mi esprimo pubblicamente in merito a queste cifre terribili, tragici e ancora lontane dalla realtà che provengono da fonti d’archivio. Lo faccio per onorare la memoria delle imprese di eroi noti e ignoti dei quali per varie ragioni ingiustamente si è parlato poco o nulla negli anni successivi alla guerra.

Permettetemi di citare un altro documento. Si tratta di un rapporto del febbraio 1954 della Commissione alleata sulle Riparazione guidata da Ivan Maisky. L’obiettivo della Commissione era definire una formula secondo cui la Germania sconfitta avrebbe dovuto pagare per i danni subiti dalle potenze vincitrici. La Commissione concluse che “il numero di soldati-giorni usati dalla Germania sul fronte sovietico è almeno 10 volte superiore a quello di tutti gli altri fronti alleati. Il fronte sovietico doveva altresì fronteggiare quattro quinti dei carri armati tedeschi e circa due terzi dei velivoli militari tedeschi”. Complessivamente l’URSS ha contribuito per il 75% di tutti gli sforzi militari profusi dalla coalizione antihitleriana. Durante la guerra l’Armata Rossa ha sconfitto 626 divisioni dei Paesi dell’Asse, 508 delle quali erano tedesche.

Il 28 aprile 1942 Franklin D. Roosevelt ha dichiarato nel suo discorso alla nazione americana: “Queste forze russe hanno distrutto e stanno distruggendo più potenze armate dei nemici (truppe, velivoli, carri armati, artiglieria) di tutte le altre nazioni alleate”. Winston Churchill nel suo messaggio a Joseph Stalin del 27 settembre 1944 scriveva “che è l’esercito russo a strappare le budella della macchina militare tedesca…”.

Questo messaggio ha fatto il giro del mondo perché queste parole sono la verità di cui nessuno dubitava al tempo. Circa 27 milioni di cittadini sovietici persero la loro vita al fronte, nelle carceri tedesche, morirono di fame, trovarono la morte sotto le bombe, nei ghetti o nei forni del campi di concentramento nazisti. L’URSS perse un cittadino su sette, il Regno Unito ne perse uno su 127, gli USA uno su 320. Purtroppo questi dati sulle pesanti e significative perdite dell’Unione Sovietica non sono esaustive. È necessario portare avanti lo scrupoloso lavoro necessario per riportare alla luce i nomi e i destini di coloro che morirono: soldati dell’Armata Rossa, partigiani, combattenti, prigionieri di guerra e nei campi di concentramento, civili uccisi dagli squadroni della morte. È nostro dovere. E in tal senso svolgono un ruolo fondamentale i membri dei movimenti di ricerca, delle associazioni patriottico-militari e volontarie, quali il progetto del database elettronico “Pamyat Naroda” (Memoria del popolo) che raccoglie documenti d’archivio. E chiaramente fondamentale è anche una maggiore cooperazione internazionale per conseguire risultati in questa missione comune.

Gli sforzi profusi da tutti i Paesi e i popoli contro il nemico comune garantirono la vittoria. L’esercito britannico difese la propria patria dall’invasione, combatté i nazisti e i loro alleati nel Mediterraneo e in Africa settentrionale. Le truppe americane e britanniche liberarono l’Italia e aprirono il secondo fronte. Gli USA affrontarono colpi potenti contro l’aggressore nel Pacifico. Ricordiamo anche i grandi sacrifici fatti dal popolo cinese e il significativo ruolo che ha svolto sconfiggendo i militaristi giapponesi. Non dimentichiamoci del movimento France Libre che non si fece ingannare dalla resa della Francia e continuò a combattere i nazisti.

Continueremo ad essere grati per gli aiuti prestati dagli alleati mediante l’approvvigionamento all’Armata Rossa di munizioni, materie prime, cibo ed equipaggiamento. E quegli aiuti furono fondamentali: costituirono circa il 7% della produzione militare complessiva dell’Unione Sovietica.

Il nucleo fondante della coalizione antihitleriana cominciò a prendere forma subito dopo l’attacco all’Unione Sovietica quando Stati Uniti e Gran Bretagna sostenevano incondizionatamente l’URSS nella lotta contro la Germania nazista. Alla Conferenza di Teheran del 1943 Stalin, Roosevelt e Churchill si allearono e convennero di mettere a punto una strategia congiunta diplomatica per combattere una minaccia letale comune. I leader dei Tre Grandi capirono che unendo le capacità industriali, militari e le risorse di URSS, Regno Unito e Stati Uniti avrebbe conquistato il primato assoluto sul nemico. 

L’Unione Sovietica adempì completamente ai propri impegni nei confronti dei suoi alleati e ha sempre offerto il proprio aiuto. Ad esempio, l’Armata Rossa supportò lo sbarco delle truppe anglo-americane in Normandia con il contestuale svolgimento dell’Operazione Bagration in Bielorussia. Nel gennaio 1945, attraversato l’Oder, si pose fine all’ultima grande offensiva della Wehrmacht sul fronte occidentale sulle Ardenne. Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, rispettando gli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone e sconfisse l'armata del Kwantung.

Nel luglio 1941 i dirigenti sovietici dichiararono che l’intento della guerra contro gli oppressori nazisti fu non solo eliminare la minaccia che incombeva sull’URSS, ma anche aiutare tutti i popoli dell’Europa costretti sotto il giogo della Germania nazista. Entro la metà del 1944 il nemico era stato scacciato da praticamente tutto il territorio sovietico. Tuttavia, il nemico doveva essere finito nel suo covo. Quindi, l’Armata Rossa cominciò la sua missione di liberazione in Europa. Salvò intere nazioni dalla distruzione, l’asservimento e dagli orrori dell’Olocausto. Tutto ciò al costo di centinaia di migliaia di vite sovietiche.

Non dobbiamo dimenticare poi degli ingenti aiuti che l’URSS prestò ai Paesi liberati debellando la fame e ricostruendo economie e infrastrutture. L’URSS si impegnò in tal senso mentre le ceneri della guerra si estendevano ancora da Brest a Mosca e lungo il Volga. Ad esempio nel maggio 1945 il governo austriaco chiese aiuti sotto forma di cibo perché “non sapeva come nutrire il popolo nelle 7 settimane precedenti al successivo raccolto”. Il cancelliere di Stato del governo provvisorio della Repubblica austriaca Karl Renner descrisse l’aiuto sovietico sotto forma di cibo come un vero e proprio atto di salvataggio che gli austriaci non avrebbero mai dimenticato.

Gli Alleati crearono di concerto il Tribunale militare internazionale per punire i crimini politici e di guerra perpetrati dai nazisti. Il Tribunale aveva competenza in materia di crimini contro l’umanità quali il genocidio, le pulizie etniche e religiose, l’antisemitismo e la xenofobia. In maniera diretta e univoca, il Tribunale di Norimberga condannò anche i complici dei nazisti, i loro collaboratori a vario titolo.

Il vergognoso fenomeno del collaborazionismo si manifestò in tutti i Paesi europei. Figure quali Pétain, Quisling, Vlasov, Bandera e i loro seguaci (sebbene mascherati da paladini dell’indipendenza nazionale o della liberazione dal comunismo) erano traditori e assassini. Spesso superavano i loro maestri per mancanza di umanità. Nel loro desiderio di servire, eseguivano deliberatamente gli ordini più disumani all’interno di gruppi punitivi speciali. Furono responsabili di eventi ineffabili quali il Massacro di Baby Yar, il Massacro dei polacchi in Volhynia, la tragedia del villaggio di Khatyn e l’annientamento degli ebrei in Lettonia e Lituania.

Anche oggi le nostre posizioni in merito rimangono tali: non vi possono essere scusanti per gli atti criminali perpetrati dai collaboratori dei nazisti, non vi sono attenuanti per loro. Pertanto, è sconcertante che in certi Paesi chi si macchiò di collaborazionismo con i nazisti viene improvvisamente messo sullo stesso piano dei veterani della Seconda guerra mondiale. Credo che sia inaccettabile equiparare liberatori e occupanti. E posso solamente intendere la glorificazione dei collaboratori nazisti alla stregua del tradimento della memoria dei nostri padri e nonni. Un tradimento degli ideali che unirono i popoli nella lotta al nazismo.

Al tempo, i leader di URSS, Stati Uniti e Regno Uniti si trovarono ad affrontare, senza alcuna esagerazione, un compito di portata storica. Stalin, Roosevelt e Churchill rappresentavano Paesi con ideologie, aspirazioni, interessi e culture diversi, ma con una grande volontà politica e seppero superare le contraddizioni e le preferenze ponendo i veri interessi al primo posto. Di conseguenza, riuscirono a giungere a un accordo e a trovare una soluzione di cui beneficiò l’umanità intera.

Le potenze vincitrici ci lasciarono un sistema che è diventato la quintessenza della ricerca intellettuale e politica di molti secoli. Una serie di conferenze (Teheran, Jalta, San Francisco, Potsdam) posero le fondamenta di un mondo che per 75 anni non ha conosciuto guerre mondiali nonostante evidenti contraddizioni.

Il revisionismo storico, di cui oggi osserviamo alcune manifestazioni nell’Occidente riguardo soprattutto la Seconda guerra mondiale e il suo esito, è pericoloso perché distorce in maniera grossolana e cinica la comprensione dei principi di sviluppo pacifico sanciti dalle conferenze di Jalta e San Francisco nel 1945. Il grande risultato storico raggiunto a Jalta è l’impegno a creare un meccanismo che consentisse alle potenze vincitrici di risolvere le loro differenze all’interno di una quadro diplomatico.

Il ventesimo secolo ha conosciuto conflitti globali su larga scala, nel 1945 fecero la loro comparsa anche armi nucleari in grado di distruggere fisicamente il pianeta Terra. In altre parole, la composizione di controversie con la forza è diventata da allora estremamente pericolosa. E i vincitori della Seconda guerra mondiale lo capirono bene. Capirono e assimilarono la loro responsabilità nei confronti dell’umanità.

L’esperienza della Società delle Nazioni fu presa in considerazione nel 1945. La struttura del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fu messa a punto in modo da rendere il più concrete ed efficaci possibile le garanzie di pace. È così che presero vita l’istituzione dei membri permanenti presso il Consiglio di sicurezza e il diritto di veto come loro privilegio e responsabilità.

Cos’è il potere di veto presso il Consiglio di sicurezza nell’ONU? In parole povere, è l’unica alternativa ragionevole a un confronto diretto tra grandi potenze. È una dichiarazione mediante cui una delle cinque potenze comunica che una decisione è inaccettabile, va contro ai propri interessi e alle proprie idee circa il giusto approccio da adottare. Gli altri Paesi, anche se non sono d’accordo, devono tenere in considerazione questa posizione e abbandonare qualsivoglia tentativo di realizzare sforzi unilaterali. Dunque, in un modo o nell’altro, bisogna cercare un compromesso.

Un nuovo scontro globale cominciò quasi subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fu a tratti molto intenso. Il fatto che la Guerra fredda non si tramutò in una Terza guerra mondiale è sintomo dell’efficacia degli accordi stipulati dai Tre Grandi. Le regole di condotta oggetto di accordo all’atto dell’istituzione dell’ONU hanno consentito di minimizzare i rischi e di tenere sotto controllo gli attriti tra nazioni.

Chiaramente possiamo osservare che il sistema dell’ONU è sottoposto al momento ad alcune tensioni e non è tanto efficiente quanto potrebbe essere. Tuttavia, l’ONU continua a esercitare la sua funzione primaria.  Principi alla base del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono l'unico meccanismo valido a prevenire una guerra su vasta scala o un conflitto globale.

Le richieste frequentemente effettuate negli ultimi anni di abolire il diritto di veto e di privare i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di poteri speciali sono in realtà irresponsabili. Alla fine, se questo dovesse succedere, l'ONU diventerebbe essenzialmente una Società delle Nazioni, un luogo di incontro per conversazioni vuote senza alcuna influenza sui processi mondiali. A cosa ha portato tutto ciò è ben noto. È per questo che le potenze vincitrici si sono approcciate alla creazione del nuovo ordine mondiale con la massima serietà cercando di evitare di ripetere gli errori dei loro predecessori.

La creazione del moderno sistema di relazioni internazionali è uno degli esiti più significativi della Seconda guerra mondiale. Persino le controversie più complesse di natura geopolitica, ideologica ed economica non ci impediscono di cercare forme di coesistenza e interazione pacifica se vi è la volontà di farlo. Oggi il mondo sta vivendo tempi difficili. Tutto cambia: dagli equilibri mondiali del potere alle fondamenta sociali, economiche e tecnologiche di società, nazioni e persino continenti. In passato cambiamenti di così ampia portata non si sono mai verificati senza essere accompagnati da grandi scontri militari. Senza dunque la possibilità di creare una nuova gerarchia mondiale. Grazie alla saggezza e alla lungimiranza delle figure politiche degli Alleati fu possibile creare un sistema che ha limitato le manifestazioni estreme di una competizione così accesa. 

È un nostro dovere (di coloro che si assumono la responsabilità politica e anzitutto dei leader delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale) garantire che questo sistema venga conservato e migliorato. Oggi, così come nel 1945, è importante dimostrare volontà politica e discutere del futuro insieme. I nostri colleghi, il signor Xi Jinping, il signor Macron, il signor Trump e il signor Johnson, hanno sostenuto l’iniziativa russa per lo svolgimento di un incontro con i leader delle cinque potenze nucleari, nonché membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Li ringraziamo per questo e speriamo che un simile incontro vis-à-vis possa tenersi il prima possibile.

Qual è la nostra visione dell'agenda per il prossimo vertice? Innanzitutto, a nostro avviso, sarebbe utile discutere i prossimi passi volti alla creazione di principi collettivi che regolino gli affari mondiali. Parlare francamente delle questioni relative al mantenimento della pace, al rafforzamento della sicurezza globale e regionale, al controllo strategico degli armamenti, nonché agli sforzi congiunti per contrastare il terrorismo, l'estremismo e le altre maggiori sfide.

Un posto speciale all’ordine del giorno dell’incontro è la situazione in cui versa l’economia mondiale. E soprattutto il superamento della crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus. I nostri Paesi stanno adottando provvedimenti senza precedenti per tutelare la salute e la vita delle persone e per sostenere i cittadini che si sono ritrovati in situazioni difficili. La nostra capacità di lavorare insieme e di concerto, come veri partner, determinerà l'impatto della pandemia e la velocità della ripresa economica. È inaccettabile trasformare l'economia in uno strumento di pressione e contrasto. Argomenti frequenti sono la tutela dell’ambiente e il contrasto al cambiamento climatico, nonché garantire la sicurezza delle informazioni.

L’ordine del giorno proposto dalla Russia per l’imminente vertice dei Grandi Cinque è molto importante e di interesse sia per i nostri Paesi sia per il mondo intero. E abbiamo idee e iniziative specifiche su tutti i punti.

Non vi è alcun dubbio che il vertice di Russia, Cina, Francia, Stati Uniti e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante nel trovare risposte comuni alle sfide e alle minacce moderne e dimostrerà un impegno comune nello spirito di alleanza e negli alti ideali e valori umani per i quali i nostri padri e nonni si sono combattuti spalla a spalla.

Attingendo a una memoria storica condivisa, possiamo e dobbiamo fidarci l’un l’altro. Questo funge da base solida per futuri negoziati e attività congiunte finalizzate a promuovere la stabilità e la sicurezza sul nostro pianeta e a garantire la prosperità e il benessere di tutti gli Stati. Senza esagerare, è nostro dovere e responsabilità comune nei confronti del mondo intero, delle generazioni presenti e future.

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