23:54 02 Giugno 2020
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Gli ingenti sforzi profusi per far rientrare dalla Cina negli USA le linee produttive in seguito alla pandemia potrebbero danneggiare l’economia statunitense. Thomas J. Donohu, presidente della Camera di Commercio degli USA, ha ammonito a questo proposito l’amministrazione americana.

La tutela delle catene di fornitura non deve determinare un riorientamento dell’intera produzione statunitense. Questa è l’opinione che Thomas J. Donohu ha espresso nella conferenza online del 19 maggio. Donald Trump da tempo aveva promesso di far rientrare le linee produttive dall’estero. La pandemia e i timori riguardo alla dipendenza dalle importazioni cinesi hanno rinnovato la validità di queste promesse.

Gli appelli finalizzati al rientro delle linee produttive dalla Cina negli USA riflettono il carattere populista della politica economica di Trump, come sostiene Gong Honglie, esperto dell’Istituto di relazioni internazionali presso l’Università di Nanchino.

“Il tentativo di riportare negli USA le linee produttive è parte della politica economica estera di Trump. Il presidente statunitense ha avanzato quest’idea durante la sua prima campagna elettorale per rilanciare l’economia del Paese. Il governo americano sta promuovendo queste idee sin dall’inizio della guerra commerciale. La pandemia di nuovo coronavirus ha peggiorato bruscamente la situazione dell’industria americana perché molti comparti erano strettamente legati alle forniture di materiali di prima necessità provenienti dalla Cina. Così è stato evidente che gli USA non possono interrompere le catene di fornitura senza arrecare gravi danni a se stessi e tutti i tentativi di Trump di farlo altro non sono che forme di populismo economico”.

La campagna anticinese intrapresa dalle autorità americane, legata all’operato presumibilmente scorretto delle autorità cinesi durante la pandemia e alle continue pretese degli USA nei confronti della Cina in ambito commerciale, influisce senza alcun dubbio sull’opinione popolare. La campagna anticinese ha di fatto contribuito alla diffusione del nazionalismo commerciale e della sfiducia dei consumatori statunitensi nei confronti dei prodotti cinesi. Un recente sondaggio condotto da Deutsche Bank dbDIG ha dimostrato che il 41% degli americani non intende comprare prodotti recanti la dicitura Made in China. A sua volta il 35% dei cinesi è intenzionato ad evitare di acquistare merci prodotte negli USA. Nell’ambito di un altro sondaggio sui consumatori statunitensi, condotto dalla società di consulenza FTI Consulting, il 78% degli interpellati si è detto pronto persino a pagare di più un prodotto qualora la relativa azienda produttrice riportasse la propria linea produttiva dalla Cina in patria. Al momento il 55% degli americani intervistati dubita che la Cina adempirà alle obbligazioni assunte nell’ambito dell’accordo commerciale di Fase 1 concluso a gennaio.

Si tratta di una situazione anomala scaturita da una forte politicizzazione dell’opinione pubblica, secondo Aleksandr Salitsky, esperto dell’Istituto di economia mondiale e di relazioni internazionali (IMEMO) presso l’Accademia nazionale russa delle Scienze (RAN):

“Chiaramente è triste sentire che gli americani o i cinesi non intendono acquistare merci prodotte dall’altro popolo. In parte semplicemente non pensano che una data merce sia prodotta nella maggior parte dei casi in uno stabilimento cinese, ma con la partecipazione di ingegneri e tecnologie americani e con l’impiego di componenti provenienti dal Giappone e dalla Corea del Sud. Il nazionalismo commerciale è il risultato dell’influenza esercitata per lungo tempo su parte dell’opinione pubblica, in particolare negli USA. In Cina solo nell’ultimo periodo in risposta alle invettive degli americani nei confronti di Huawei i media hanno cominciato a parlare di misure speculari da rivolgersi contro singole società statunitensi quali Apple, Cisco e Qualcomm”.

Secondo l’esperto, la difficile situazione legata al sempre maggiore nazionalismo commerciale negli USA potrebbe essere influenza positivamente da dichiarazioni pubbliche rilasciate da celebri economisti americani impegnati sul tema. Fra questi, Salitsky ha menzionato Nicolas Lardi, leader del Peterson Institute for International Economics di Washington il quale si è sempre opposto alla guerra commerciale con la Cina dimostrandone gli effetti negativi per gli stessi USA.

Gli esperti russi sono della medesima opinione, secondo Saliktsky il quale si riferisce al punto di vista espresso dagli esperti dell’IMEMO:

“Io e i miei colleghi abbiamo tentato di prevedere le conseguenze economiche di queste divergenze tra USA e Cina. In linea teorica ne risentiranno entrambe le parti. Tuttavia, non si riuscirà a modificare in maniera significativa il ruolo svolto dalla Cina nell’economia globale. La Cina, infatti, continuerà ad essere più dinamica e competitiva degli USA nel commercio globale. Gli americani hanno già perso molte delle loro posizioni forse per sempre. E senza un serio programma di reindustrializzazione gli USA non riusciranno a migliorare la loro situazione. Un simile programma, per quanto possa sembrare paradossale, può avere successo se ad aiutarli saranno proprio i cinesi. Questa è la conclusione tratta dai nostri ricercatori”.

Si considerino questi dati riportati dall’esperto. Nel 1976 gli americani hanno prodotto il 65% di tutte le calzature che gli stessi hanno acquistato e indossato. Oggi la quota di calzature americane nelle case dei cittadini statunitensi è pari a solo l’1,5%. Infatti, l’80% delle calzature indossate dagli americani è prodotto in Cina. Questa situazione non può essere cambiata in tempi rapidi, ma le calzature servono sempre.

Tags:
Economia, commercio, Cina, USA
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