10:08 29 Maggio 2020
Mondo
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Si osserva un fenomeno ricorrente nella storia secondo il quale dopo l’ennesima calamità si osserva che uno o due Paesi, casualmente o meno, traggono vantaggio dalla situazione e si trasformano in un vero e proprio miracolo economico inaspettato.

È quello che è successo con la Cina che è diventata una delle prime due nazioni al mondo proprio grazie alla crisi del 2008-2009. La stessa cosa accadde con il Giappone subito dopo la Seconda guerra mondiale…

E ogni volta questo fenomeno ha fatto porre la domanda: come ci sono riusciti?

Questa volta si è cominciato in anticipo a parlare del “mondo dopo il virus”. Tutti vogliono prevedere la prossima superpotenza inaspettata. E se stavolta a trarne il maggiore vantaggio fosse l’India? A riflettere a riguardo è, ad esempio, Rajiv Kumar, vicedirettore del National Institution for Transforming India (NITI). Secondo lui, sarebbe un esito del tutto logico.

In primo luogo, secondo Kumar, l’India sta contrastando in maniera efficace la pandemia mediante il lockdown del 18% della popolazione mondiale (ossia di tutti gli abitanti del Paese). Questo ha permesso al Paese di guadagnarsi i primi posti nelle classifiche stilate dagli esperti internazionali di Oxford. Stando alle stime dello UNCTAD, tutte le maggiori economie mondiali registreranno segno negativo nel 2020, tranne la Cina e “probabilmente” l’India. Questo è un buon inizio per il miracolo.

In secondo luogo, secondo Kumar, se la Cina dopo il 2009 è diventata definitivamente il centro produttivo mondiale creando catene di fornitura a livello globale, l’India può diventare leader mondiale nella creazione di analoghe catene di fornitura a livello di servizi di supporto e manutenzione (dalle piattaforme di apprendimento a distanza al graphic design, ecc.).

In terzo luogo, gli indiani dispongono di una risorsa unica: la popolazione è anglofona e giovane (solo in India sono 700 milioni le persone con queste 2 caratteristiche). Ma vi sono decine di migliaia di soggetti simili (anglofoni, giovani e alfabetizzati) in tutto il mondo: si fa riferimento alle comunità indiane all’estero che potrebbero costituire la base per la creazione di reti a livello mondiale.

Considerati questi aspetti, tutto sembra corretto e realizzabile in ottica strategica. Ma nelle previsioni strategiche è sempre difficile tenere in considerazione il cosiddetto fattore dell’idiozia clinica. Infatti, nei periodi di calamità questo fattore si acuisce.

Vediamo ora, quindi, perché l’India potrebbe anche non diventare il nuovo miracolo globale.

Quando nel Paese sono state introdotte le norme di distanziamento sociale, determinati personaggi di spicco hanno deciso che a portare il contagio sarebbero gli stranieri (russi compresi). E hanno tentato di respingerli altrove. Poi si è pensato che la fonte del contagio fossero invece cittadini indiani della comunità musulmana. Alcuni indiani impegnati nei Paesi del Golfo Persico hanno cominciato ad affrontare attivamente la questione. Non solo a voce. Infatti, non tutti hanno pensato che i social network non fossero il luogo più adatto per esprimere le proprie opinioni soprattutto su temi del genere. E poiché ciò che è stato fatto da alcuni rappresentanti di un popolo può essere riproposto da pari rappresentanti di un altro popolo, anche gli arabi hanno cominciato a dire la loro. Una delle principesse degli Emirati arabi uniti ha annunciato, anche via social network, che gli esperti e i lavoratori indiani impegnati nella regione possono anche essere espulsi.

Si tratta di circa 9 milioni di persone. E, tra l’altro, il 50% dei trasferimenti di denaro dall’estero provengono proprio dai migranti del Vicino Oriente. Sempre da questi Paesi l’India riceve l’80% del greggio. Le élite araba e indiana capiscono bene che si tratta di rapporti molto vantaggiosi per entrambe le parti e che non c’è ragione di rovinarli per via dell’eccessivo trasporto dimostrato da alcuni personaggi. Ma rimane aperta la questione relativa alla possibilità di frenare il trasporto della popolazione in generale in quanto la contingenza attuale non fa che acuire la tensione.

Si tratta per ora di un caso isolato, ma si pensa alla possibilità che il fenomeno possa espandersi. Ad esempio, se invece si trattasse dei vantaggi dell’India in qualità di vasta comunità di migranti, quale sorte toccherebbe alla diaspora indiana nel mondo alla luce della pandemia?

Dopotutto, non è un segreto che la brusca ripresa economica di molti Paesi sia in qualche modo legata allo spostamento dei popoli oltre i confini in modo lecito o meno. Quanto alla ripresa, si noti che ci stiamo lasciando alle spalle il periodo in cui nel mondo per 30 anni il PIL è raddoppiato, si è registrata una crescita demografica di 2 miliardi di individui e contemporaneamente un calo della povertà assoluta. Le migrazioni sono parte del processo di riequilibrio dell’accesso degli individui a uno stesso PIL mondiale. Questo è un problema (ma anche una opportunità) attorno al quale si sono arrovellati fino ad oggi i politici in tutto il mondo. Ma ora la situazione è condizionata da eventi spiacevoli, quelli della contingenza sanitaria.

Il legame tra migrazioni di massa e contagi (quali il virus protagonista dell’attuale pandemia) è evidente. Esempio lampante è quello di Singapore che aveva già scongiurato la minaccia Covid-19, ma ha dovuto affrontare una seconda ondata di contagi per via di insediamenti di migranti. Oppure prendiamo il caso di Londra da cui spiegano che le statistiche dei contagi a livello geografico corrisponde in maniera pedissequa alle località (Londra, Birmingham, ecc.) in cui vivono a stretto contatto i cittadini indiani, africani, bengalesi… Per il Servizio sanitario nazionale gli autoctoni sono solo il 56%, mentre gli altri sono immigranti. Dunque, non ci sarebbe motivo di dubitare di razzismo.

Gli economisti hanno cominciato a pensare a quale ruolo svolgerà il fattore migrazione nella futura rinascita del “mondo dopo il virus”. Non riescono a giungere ad alcuna conclusione. Da un lato, l’impiego di manodopera a basso costo sarà sempre più importante perché nessuno in futuro avrà denaro in abbondanza. Dall’altro lato, prima la popolazione autoctona considerava i migranti come concorrenti, ma ora, se in tutto il mondo si collegheranno i migranti alla presenza o l’assenza di contagio, ci saranno più migranti? Donald Trump li ha vietati ufficialmente, chi seguirà il suo esempio?

Ma al contempo il fenomeno migratorio sarà condizionato “dal basso” dalla fame e da altre calamità tipiche di quei luoghi da cui le persone solitamente migrano. L’ONU sostiene che oggi più di 800 milioni di persone soffrono la fame e che entro la fine dell’anno questo numero passerà a 930 milioni.

Le migrazioni non sono l’unico fattore a rendere dubbie le previsioni sui Paesi-miracolo del post-pandemia. Vi sono anche altri fattori. Tutto ciò che sappiamo oggi è che effettivamente alcuni Paesi alla fine di questa crisi miglioreranno la propria posizione nelle classifiche mondiali. L’India? Forse sì o forse…no. 

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