23:50 02 Giugno 2020
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Le ripetute accuse della Casa Bianca circa la colpevolezza di Pechino per la diffusione dell’epidemia di coronavirus si sono tramutate nella richiesta di non pagare i propri debiti.

Poiché la Cina rimane il maggiore detentore di titoli di Stato americani, si tratta in sostanza di default selettivo. Sputnik vi spiega in che misura sia fondata questa iniziativa e quanto possa costare all’economia statunitense.

Vai con i soldi!

“Incolpare Pechino di aver nascosto informazioni circa il focolaio di Wuhan che ha dato inizio a una crisi sanitaria di portata globale serve a garantire la cancellazione di parte del debito statunitense, dislocato nelle riserve della Banca centrale cinese”, ha dichiarato Marsha Blackburn, senatrice del Tennessee.

Di opinione analoga è il celebre senatore Lindsey Graham, autore di alcuni disegni di legge sulle sanzioni contro la Russia e il North Stream 2. “È già la terza pandemia che viene dalla Cina. Hanno questi mercati sudici dove vivono ratti e scimmie con virus che poi si trasmettono tramite il cibo”, ha dichiarato Graham in un’intervista rilasciata ai media statunitensi.

A suo avviso, “il mondo intero dovrebbe emettere fattura per la pandemia” e obbligare Pechino a “pagare la maggior parte della cifra”. “Vorrei cominciare a cancellare parte del nostro debito dalla Cina. Loro fanno pagare noi e noi non possiamo fare altrettanto?!”, ha sottolineato il senatore.

Blackburn e Graham non sono i soli a tentare di monetizzare il fatto che il virus provenga proprio dalla Cina. Il senatore Josh Hawley insieme a tre suoi colleghi ha già presentato in parlamento un disegno di legge circa la necessità di condurre un’indagine internazionale sulle operazioni poste in essere da Pechino durante il focolaio di coronavirus, nonché circa la necessità di creare un “meccanismo di compensazione”.

Queste proposte sono state accompagnate da una grande campagna propagandistica che ha visto la partecipazione di alti funzionari governativi. Ad esempio, di recente Mark Esper, segretario alla Difesa, in un’intervista ai media locali ha comunicato che “la Cina continuerà a nascondere molte informazioni riguardanti il Covid-19 così come ha fatto nella fase iniziale della pandemia”.

“La Cina potrebbe essere più onesta e fornire maggiori informazioni per permettere anche a noi di contrastare l’infezione”, ha osservato Esper invitando a “esercitare pressioni” su Pechino per costringere i cinesi a rivelare tutta la verità circa l’origine del virus.

Teoria del complotto

Il primo a scrivere in Rete della probabile fuoriuscita biologica dall’Istituto di virologia di Wuhan è stato Botao Xiao, collaboratore dell’Istituto secondo il quale uno dei laboratori di ricerca si trovasse a soli 600 m dal mercato di prodotti ittici all’ingrosso dal quale era partita l’epidemia.

Botao ha ipotizzato che “il virus letale probabilmente fosse stato creato in laboratorio” e che fosse stato portato accidentalmente fuori in città. Tuttavia, poco dopo Botao ha cancellato il post spiegando che la sua ipotesi non fosse supportata da evidenze.

Ciononostante la versione di una origine artificiale del virus è stata diramata dai media occidentali e successivamente dai funzionari di Stato americani. Il 17 febbraio il senatore repubblicano Tom Cotton ha dichiarato che l’infezione si sarebbe originata a partire da un laboratorio biochimico sito nella città cinese di Wuhan e ha promesso di “citare in giudizio i colpevoli della diffusione della pandemia”. Alle accuse si è unita anche la Casa Bianca. Donald Trump, ad esempio, nei suoi tweet si riferisce al Covid-19 come al “virus cinese”.

Intanto il segretario di Stato USA Michael Pompeo ha mandato all’aria la sottoscrizione del comunicato congiunto dei ministri degli Esteri del G7 perché la maggior parte di loro chiedeva che venisse tolta dal documento l’espressione “virus di Wuhan”.

Nel frattempo sempre più esperti autorevoli stanno confutando la veridicità di tali accuse. Il quotidiano The New York Times ha riferito che Matthew Pottinger, ex segretario alla sicurezza nazionale degli USA, già a gennaio aveva chiesto ai servizi segreti di prendere in esame la possibilità di una fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, ma la CIA non avrebbe trovato niente di sospetto.

Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore USA, ha dichiarato: “Vi sono numerose evidenze del fatto che il coronavirus si sia venuto a creare in maniera naturale”. Richard Ebright, docente di biochimica presso la Rutgers University, ha spiegato a The Washington Post quanto segue: “Nella sequenza genomica di questo virus non vi è assolutamente nulla che faccia pensare a una sua origine artificiale. […] È da escludersi nella maniera più categorica l’eventualità di un’arma biologica”.

Tuttavia, gli USA continuano a insistere. La settimana scorsa innanzi ai tribunali di Texas e Nevada sono state presentate delle class action contro la Cina: più di 5.000 americani sostengono, infatti, di aver subito ingenti perdite poiché i cinesi hanno permesso la diffusione del coronavirus in tutto il mondo.

“La nostra azione legale riguarda tutti coloro i quali hanno subito perdite in esito alla diffusione del virus. […] In particolare, ci riferiamo alle attività commerciali della Cina, ai mercati rionali dove si vende carne di animali selvatici”, ha comunicato lo studio legale Berman Law Group che rappresenta gli attori dell’azione legale.

Gli americani promotori dell’azione in giudizio chiedono un risarcimento di 1.200 miliardi di dollari. “Casualmente” questa somma coincide con l’ammontare dei titoli di Stato americani detenuti dalla Banca popolare cinese.

Dunque, il foro adito potrebbe benissimo decidere di impedire al governo di pagare le cedole su queste obbligazioni “a garanzia degli interessi degli attori in giudizio”. E i funzionari di Washington sarebbero ben contenti di attuare una decisione simile.

Una missione suicida

Le richieste di risarcimento per la pandemia vanno contro il buon senso e diverse norme giuridiche, come ha ben osservato la settimana scorsa il ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov.

“Quando sentiamo dire che la Cina dovrebbe pagare dei risarcimenti per il fatto che è comparsa un’infezione e perché non avrebbe avvertito qualcuno per tempo… ecco, questo va oltre qualsiasi limite e norma morale”, ha osservato il capo della diplomazia russa.

Tuttavia, come dimostra l’attitudine di Washington nell’imporre sanzioni agli altri Paesi, queste non sono che quisquilie per gli USA. Dopotutto, dietro alle belle parole usate per citare in giudizio la Cina si celano ancora una volta gli interessi commerciali delle società statunitensi.

Infatti, la Cina è riuscita di fatto a superare l’epidemia e le fabbriche stanno tornando al lavoro. Mentre la maggior parte delle società occidentali sono in difficoltà per via della quarantena. Ciò significa che i mercati sono aperti all’espansione cinese: nessuno potrà contrastare i cinesi nei prossimi mesi.

Washington intende sfruttare la richiesta di ingenti risarcimenti come leva per esercitare ulteriori pressioni su Pechino e per impedirgli di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Pertanto, non c’è alcun dubbio: i tribunali statunitensi soddisferanno tutte le richieste avanzate ai danni del governo cinese.

Tuttavia, in questo caso a farne le spese potrebbero essere gli USA stessi. Infatti, con un possibile default del debito americano a Pechino non rimarrebbe altro da fare se non svendere velocemente i treasuries.

Questa mossa riuscirebbe a distruggere completamente il mercato dei titoli di Stato statunitensi: a causa dell’eccedenza di offerta gli investitori smetterebbero di comprare nuove obbligazioni. Di conseguenza, il Tesoro non avrebbe più di che finanziare il deficit di bilancio ormai alle stelle e nemmeno i programmi plurimiliardari di sostegno all’economia nazionale.

Ma se la Fed tentasse di reagire alla situazione emettendo nuova liquidità, lo status del dollaro come valuta di riserva a livello mondiale sarebbe compromesso per sempre.

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