09:42 21 Ottobre 2020
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La pandemia del coronavirus: superati i 2 milioni di casi nel mondo (15 - 27 aprile) (119)
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La pandemia di coronavirus ha scatenato vari focolai di antisemitismo, secondo il Kantor Center. Sputnik vi spiega in che modo e per quale motivo il Covid-19 abbia funto da catalizzatore di movimenti xenofobi.

Già tre mesi fa sarebbe stato impossibile pensare che avrebbero limitato i collegamenti aerei, che gli Stati avrebbero chiuso le frontiere e che la popolazione non avrebbe potuto uscire di casa. E che in diversi Paesi si sarebbero riaperte vecchie ferite.

Ma questo oggi è realtà. Per gli ebrei nei Paesi occidentali questa realtà rappresenta una minaccia evidente: stando ai dati del Kantor Center, a partire dall’anno scorso il numero di episodi antisemiti ha registrato un aumento del 18%.

“Dall’inizio della pandemia di Covid-19 si sono fatti significativamente più frequenti le accuse secondo cui gli ebrei, sia a livello individuale sia collettivo, sarebbero a favore della diffusione del virus e starebbero traendo un vantaggio dalla situazione. Lo stile di queste dichiarazioni è simile alle calunnie medioevali secondo le quali gli ebrei diffondevano le malattie, avvelenavano i pozzi e controllavano l’economia”, sostiene Vyacheslav Moshe Kantor, fondatore dell’omonimo Centro e presidente del Congresso ebraico europeo.

“La segreta supremazia sul mondo” e “l’avvelenamento dei pozzi” sono formule che si trovano più spesso sui social network che nei libri di storia dell’antisemitismo. Come osservano gli esperti è estremamente difficile rintracciare la fonte di tale odio verbale nei confronti degli ebrei.

La questione, tuttavia, è seria. A ottobre dello scorso anno nella città tedesca di Halle un sostenitore del partito di estrema destra Alternativa per la Germania ha sparato su alcuni parrocchiani di una sinagoga. Due persone non sono sopravvissute. Negli ultimi 2 anni sempre maggiori sono le invettive degli estremisti sulle reti sociali.

“I soggetti che hanno perpetrato l’attacco di Halle propagandavano l’antisemitismo su Internet tramite reti internazionali di attivisti di opinioni simili alle loro. Anche altri crimini di stampo razziale (quali la sparatoria alla moschea di Christchurch in Nuova Zelanda nel marzo 2019) sono stati preceduti da una campagna d’odio in Rete”, si legge nel rapporto.

Nelle ultime settimane le pressioni sulla comunità ebraica si sono intensificate. Ufficialmente solo in Germania hanno preso in mano la situazione. A inizio aprile Felix Klein, delegato dal governo tedesco al contrasto dell’antisemitismo, ha ammesso il legame tra la pandemia di coronavirus e le manifestazioni xenofobe. Nella maggior parte dei casi tali manifestazioni si estrinsecano in insulti e nella diffusione su Internet di teorie del complotto quali “Israele ha da tempo inventato il vaccino contro il Covid-19 e vuole venderlo a un prezzo tre volte maggiore”.

Casi analoghi sono stati registrati negli USA, nel Regno Unito e in Francia. Proprio in questi Paesi è stato perpetrato il maggior numero di atti violenti contro gli ebrei nell’ultimo anno: rispettivamente 122, 111 e 44.

I relatori del rapporto ipotizzano che la situazione sia in realtà ben peggiore: parte delle vittime di attacchi antisemiti cercherebbe, infatti, di non parlare dell’incidente. Questo permette ai colpevoli di evitare di essere puniti. E anzi, l’inattività degli organi di polizia dà motivo di temere una vendetta da parte dei criminali.

“Tutti coloro che profanano tombe e monumenti, incendiano le sinagoghe, picchiano gli ebrei per strada e seminano odio sui social network si comportano in maniera analoga: si allontanano dalla scena del crimine e nascondono i loro veri nomi, il che rende la situazione ancora più difficile da sopportare per le vittime”, osserva Dina Porat, direttrice del Kantor Center.

Questa situazione si verifica nonostante la promessa dei politici di contrastare l’antisemitismo. A gennaio a Gerusalemme in occasione del Quinto Forum internazionale per la memoria delle vittime dell’Olocausto i capi di Stato e di governo di 50 nazioni hanno lasciato la propria firma nel libro della memoria promettendo che gli efferati eventi degli anni ’30 e ’40 non si ripeteranno. Tuttavia, nei circoli ebraici nessuno crede particolarmente a questi buoni propositi. Il Congresso ebraico europeo, ad esempio, osserva che l’UE già 4 anni fa ha adottato una definizione operativa di antisemitismo la quale semplifica la disamina ad opera del giudice delle cause vertenti su attacchi contro gli ebrei.

Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi europei tale definizione continua a non essere applicata.

I politici non si affrettano a condannare la xenofobia nemmeno su Internet perché ormai il confine tra libertà di parola e sicurezza personale è molto labile. Questa situazione si protrae da più di 2 anni.

“Nel frattempo la situazione non fa che peggiorare. La crisi economica scatenata dal coronavirus porta le persone a cercare una ragione delle proprie disgrazie. Per questo, aumentano gli episodi di odio. Inizialmente accusavano di tutto i cinesi e ora, in maniera proporzionale alla sinofobia, si sta alimentando anche l’antisemitismo”, constata Dina Porat.

Nessuno sa di per certo come risolvere il problema. La comunità ebraica, ad esempio, propone misure drastiche: bloccare i siti su cui si registri qualsivoglia manifestazione di antisemitismo e punire i cittadini per i commenti che lasciano sui social network. Se non si adotteranno tali misure, i casi di antisemitismo aumenteranno ben oltre il 18%.  

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