00:03 03 Giugno 2020
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La pandemia del coronavirus: superati i 2 milioni di casi nel mondo (15 - 27 aprile) (119)
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La Cina è l’unico Paese in grado di soddisfare la crescente domanda globale di mascherine di protezione durante la pandemia. Nonostante l’attuale crisi della sanità pubblica nei Paesi occidentali, gli USA hanno avviato una vera e propria “guerra alle mascherine cinesi” nella quale non risparmiano nemmeno i propri alleati europei e latinoamericani.

A partire dal primo marzo la Cina ha esportato 3,86 miliardi di mascherine, 37,5 milioni di tute di protezione batteriologica, 16.000 supporti per la ventilazione artificiale e 2,84 milioni di tamponi per il Covid-19. Questi i dati forniti il 5 aprile da Jin Hai, portavoce della Direzione cinese delle Dogane. La Cina ha ricevuto ordini da più di 50 Paesi.

Alla luce della significativa carenza di presidi per il contrasto al coronavirus, la Cina ha incrementato la potenza di produzione dei tamponi per il Covid-19 fino a raggiungere i 4 milioni di unità al giorno. Questa informazione è stata diramata domenica dal portavoce del National Medical Products Administration, Zhang Qi. Al momento la Cina produce ogni giorno più di 110 milioni di mascherine, ossia 12 volte i volumi precedenti allo scoppio dell’epidemia.

Gli USA e molti Paesi europei contavano sul fatto di riuscire a soddisfare internamente la crescente domanda di presidi medicali. Tuttavia, non è possibile garantire in tempi brevissimi la riconversione di intere linee produttive. Inoltre, servono materie prime e macchinari, la mancanza dei quali sarebbe stata insormontabile senza l’aiuto cinese. Infine, sin dall’inizio della pandemia la Cina ha già prestato varie tipologie di aiuti per il contrasto al coronavirus a più di 100 Paesi.

La diffusione della pandemia accelera e le sue conseguenze si faranno ancora più serie se la Cina improvvisamente deciderà di interrompere le forniture di mascherine di protezione. Questa la previsione di Zhou Rong, esperto dell’Università popolare cinese.

“Il coronavirus si sta diffondendo rapidamente. Le mascherine cinesi e altri presidi antibatteriologici sono molto richiesti. Gli altri Paesi, a giudicare dalla situazione, ancora non riescono a soddisfare la richiesta interna mediante il loro comparto produttivo. Ad oggi sono diversi i Paesi che nutrono dubbi circa i presidi medicali provenienti dalla Cina, ma nella realtà non c’è motivo di preoccupazione. Ad esempio, si critica l’insufficiente precisione del kit per il tampone, ma i problemi di questo dispositivo sono il più delle volte legati a un suo utilizzo scorretto”.

“Alcuni stabilimenti cinesi che producono mascherine stanno aumentando i loro volumi, diverse fabbriche impegnate in altri settori riconvertono la loro linea per la produzione di dispositivi di protezione. Mentre l’epidemia in Cina è sotto controllo, la situazione all’estero rimane un’emergenza. Pertanto, i dispositivi di protezione prodotti in Cina vengono esportati. Le società cinesi votate all’export devono in poco tempo evadere una grande quantità di ordini provenienti da tutto il mondo i quali richiedono, dunque, l’applicazione di standard anche molto diversi fra loro. Le nostre aziende devono far fronte a problemi di vario genere quando, ad esempio, alle mascherine tradizionali per il viso si devono applicare gli standard previsti per le mascherine ad uso sanitario. In generale, se la Cina interromperà la fornitura di mascherine e altri dispositivi, la diffusione del coronavirus accelererà e le conseguenze della pandemia saranno ancora più serie”.  

Oggi in Cina sono più di 38.000 le aziende impegnate nella produzione di mascherine, ossia il 1.560% in più rispetto a un anno fa. La settimana scorsa una serie di enti governativi cinesi ha promesso in una dichiarazione congiunta di continuare a sostenere le società cinesi nell’esportazione dei propri prodotti con l’obiettivo finale di contribuire al contrasto della pandemia. Questi enti hanno altresì promesso di rafforzare i meccanismi di controllo qualità dei dispositivi medicali oggetto di esportazione. L’esperto dell’Istituto cinese di relazioni internazionali, Chen Frengying, non ha dubbi: la Cina deve prestare aiuto agli altri anche se viene criticata dai Paesi occidentali circa la qualità delle mascherine e anche se nella stessa Cina potrebbe verificarsi una seconda ondata di contagi:

“I problemi legati agli standard applicati alle mascherine potevano presentarsi nel periodo, critico per la Cina, di contrasto all’epidemia, ossia quando era necessario fornire mascherine a tutti. Ora che la Cina le esporta, il vero problema è che in Paesi diversi vigono standard internazionali diversi. L’UE ha i propri, gli USA ne hanno altri. Queste discrepanze ci sono sempre. Nella fattispecie attuale si sommano anche al diverso rapporto che Oriente e Occidente intrattengono con le mascherine. Naturalmente una certa confusione riguardo gli standard e l’utilizzo delle mascherine esiste. Le controversie stanno nascendo in un periodo in cui la domanda di mercato e il contestuale aumento della produzione stanno subendo un’impennata. A mio avviso, la Cina non vivrà una seconda ondata di contagi dato che abbiamo fatto tesoro dell’esperienza precedente. Chiaramente, non si esclude la possibilità di un relativo aumento dell’incidenza, prevediamo alcuni casi di soggetti provenienti dall’estero in quanto diversi studenti e uomini d’affari stanno tornando in Cina. Ad ogni modo, se altri Paesi sono in difficoltà, credo che la Cina debba comunque prestare aiuto”.

Negli ultimi giorni i media tedeschi, francesi e brasiliani hanno riferito di casi di intercettazione di dispositivi medicali cinesi ad opera degli USA. In particolare, il tedesco Der Tagesspiegel ha riferito che presso l’aeroporto di Bangkok mascherine destinate a poliziotti e personale sanitario tedeschi sono state confiscate dagli statunitensi e dirottate verso gli USA. Le mascherine erano state prodotte presso lo stabilimento cinese di una società americana e oggetto di contrattazione da parte tedesca.

Anche la Francia ha accusato gli USA di aver fatto lo stesso. “Gli americani ci hanno scavalcato e si sono impossessati di un nostro lotto”, ha dichiarato Valérie Pécresse, presidentessa della regione Île-de-France.

Accuse contro gli USA sono mosse anche dai media canadesi. Il primo ministro Justin Trudeau ha disposto di verificare la veridicità di questi comunicati “preoccupanti”. Ha espresso la sua comprensione per la situazione in cui versano gli USA, ma, a detta di Trudeau, anche il Canada sta vivendo una situazione difficile. “Dobbiamo preoccuparci che i mezzi necessari arrivino in Canada”, ha osservato.

I media brasiliani, dal canto loro, riferendosi a quanto dichiarato dal ministro della Salute Henrique Mandetta, hanno riferito che le società locali sono costrette da quelle statunitensi ad abbandonare le aste d’acquisto dei prodotti antibatteriologici cinesi. Di conseguenza, per alcuni giorni è stata totale l’incertezza riguardo all’ottenimento da parte del Brasile di 200.000 mascherine cinesi. Dopodiché il Brasile è stato costretto a chiedere aiuti internazionali. Quattro Paesi si sono rifiutati di aiutare il Brasile. La Cina è stato l’unico Paese a prestare aiuti.

I media occidentali parlano di “pirateria” riferendosi all’attività posta in essere dagli USA sul mercato internazionale dei dispositivi di protezione. Infatti, nell’intento di risolvere i propri problemi interni, stanno di fatto depredando i loro alleati. “Questo è disumano e inaccettabile”, ha dichiarato il sindaco di Berlino Michael Müller.

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