23:45 02 Giugno 2020
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Israele sta tentando di contenere la diffusione del coronavirus per via del quale sono già morte più di 40 persone e più di 7000 sono ricoverate.

Poiché il numero di casi è in continuo aumento, Israele ha adottato nuove misure tra cui la messa in quarantena di alcune città e aree considerate l’epicentro della diffusione del virus, nonché la chiusura di strade e snodi che portano a dette città.

Una di queste aree è Bnei Brak, città a est di Tel Aviv popolata da ebrei haredim: è la seconda città dopo Gerusalemme per numero di contagiati.

Stando ai dati ufficiali, i pazienti a cui è stato diagnosticato il coronavirus sono già più di 1000 e si teme che nel centro abitato più densamente popolato in Israele questi numeri possano crescere vertiginosamente nell’arco di pochi giorni.

Ragioni della diffusione

La densità di popolazione di Bnei Brak è ben lungi dall’essere l’unica causa della situazione attuale. Stando a quanto dichiarato da David Rose, direttore internazionale di ZAKA, organizzazione di volontari impegnati nel contrasto a situazioni di emergenza, una causa ulteriore sarebbe la peculiare natura delle comunità haredim.

“Anzitutto, stiamo parlando di famiglie numerose con 6 o 7 figli che vivono in piccoli bi- o trilocali. Dunque, rimanere tutto il tempo in casa è quasi impossibile. E poi, a differenza della popolazione che riceve regolarmente le ultime notizie via telefono, radio o tv, la comunità haredim non dispone di questi mezzi. Per questo, riceve le notizie con un certo ritardo”.

Le comunità ultraortodosse sono contro l’utilizzo di smartphone e televisori i quali, a loro avviso, diffondono informazioni e contenuti impropri.

Di conseguenza, quando a inizio marzo le autorità israeliane hanno cominciato ad adottare misure, quali il divieto di svolgimento di eventi pubblici con più di 2000 partecipanti, a Bnei Brak e altre città le comunità ultrareligiose hanno continuato a vivere come se niente fosse, ignare di cosa stesse succedendo.

Ad esempio, a inizio marzo 1000 ebrei ultraortodossi sono scesi per le strade di Bnei Brak per festeggiare Purim, la festività che ricorda la salvezza del popolo ebraico. A fine mese, invece, centinaia di persone hanno partecipato ai funerali di un rabbino, evento che ha suscitato l’ira di molti israeliani i quali hanno accusato la comunità haredim di contribuire alla diffusione del virus.

Tuttavia, secondo Rose, una delle cause è stata l’assenza di una comunicazione basilare tra gli enti governativi israeliani e i rabbini che governano le comunità ultraortodosse.

Osservando la Torah, le comunità haredim non obbediscono alle indicazioni del governo laico israeliano e preferiscono seguire i dettami dei propri leader spirituali che però hanno trasmesso il messaggio troppo tardi.

Un ritardo eccessivo

Solo una settimana fa il leader della comunità ultraortodossa lituana a Bnei Brak, Chaim Kanievsky, ha invitato i propri fedeli a osservare strettamente le norme di igiene personale, a mantenere una distanza di 2 metri gli uni dagli altri, a non frequentare le sinagoghe e a non lasciare le proprie abitazioni se non in casi di estrema necessità. Il rabbino ha altresì avvertito che chiunque non osservi le regole sarà considerato un rodef o comunque una minaccia per la comunità.

Volontari di ZAKA in Israele
© Foto : ZAKA
Volontari di ZAKA in Israele

Sapendo che la decisione del rabbino sarebbe potuta giungere alle comunità con grande ritardo, alcune centinaia di volontari di ZAKA hanno deciso di non starsene a sedere con le mani in mano e hanno cominciato a diramare le dichiarazioni del leader religioso unitamente alle norme emanate dalle autorità israeliane facendosi largo tra le stradine di Bnei Brak.

Secondo Rose, questa misura ha avuto successo. “Quando arrivavamo, le persone si avvicinavano, ascoltavano e facevano domande. Capita la gravità della situazione, hanno smesso di fare ciò che stavano facendo e sono rientrati subito nelle proprie case”.

Il problema è che, intanto che gli ebrei ultraortodossi hanno capito la gravità del problema, “il virus è già penetrato nelle comunità haredim”, sostiene Rose.

Stando alle stime, circa il 30% dei 200.000 abitanti di Bnei Brak è già stato contagiato e si prevede che nei prossimi giorni questo numero aumenti. Le autorità continuano a monitorare la situazione nella città.

Di concerto con il Ministero della Salute, ZAKA sta tentando di identificare il posizionamento dei contagiati e di mettere in guardia circa i rischi di questa malattia.

Tuttavia, il buon esito degli sforzi finalizzati al contenimento della pandemia è ostacolato dal fatto che all’interno della comunità haredim sono comunque presenti fattori che non favoriscono l’osservanza delle norme.

Alcuni giorni dopo le dichiarazioni del rabbino la polizia ha multato dei soggetti che facevano la fila nei supermercati della zona senza mantenere la distanza di 2 metri. Le maggiori sanzioni sono state comminate a quegli esercizi commerciali che hanno continuato a tenere aperto nonostante i divieti.

Tuttavia, Rose ritiene che siano più gli osservanti delle norme che gli inosservanti.

“Il 90% della popolazione ha recepito in maniera seria gli inviti del governo e dei leader religiosi. Le strade al momento sono per la maggior parte vuote, le persone lasciano le proprie case solo se necessario”, ha confermato l’esperto aggiungendo che vi sono comunque ancora piccoli gruppi di persone contrarie a queste misure. “La Torah ci insegna che dobbiamo salvare le vite prima di ogni cosa, anche prima dei riti religiosi. È una questione di vita o di morte. Finalmente le persone hanno recepito questo messaggio e osservano le regole”.
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