02:10 31 Maggio 2020
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Il coronavirus nel mondo (30 marzo - 3 aprile) (91)
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Le autorità indiane hanno chiuso il quartier generale di un gruppo di missionari musulmani e hanno ordinato un'indagine con l’accusa di aver favorito la diffusione del coronavirus con i gruppi di preghiera. L’episodio ripropone il problema dei difficili equilibri nel popoloso Paese asiatico, ora più che mai a rischio.

L'India ha registrato 1.251 casi di coronavirus, di cui 32 sono morti, ha affermato il ministero della salute. Numeri piccolissimi in una nazione con più di 1,3 miliardi di abitanti. Numeri però che potrebbero nascondere ben altra realtà pronta ad esplodere in un Paese dai problemi sociali ben noti e il debole sistema sanitario pubblico.

Secondo il Governo di Delhi, uno dei focolai più pericolosi del coronavirus andrebbe individuato nel quartiere musulmano della capitale in cui risiede il gruppo secolare chiamato Tablighi Jamaat. E’ qui che sarebbero stati trovati positivi al virus decine di individui e almeno sette ne sarebbero morti.

Autorità e media locali hanno riferito che i fedeli avrebbero continuato a visitare il centro di Tablighi, in un edificio di cinque piani in un quartiere di vicoli stretti e tortuosi, provenendo dalle varie zone del Paese e tenendo le consuete riunioni di preghiera, nonostante i reiterati ordini del Governo sul distanziamento sociale.

Centinaia di persone sarebbero rimaste ammassate nell'edificio sede del gruppo fino a tutto il fine settimana, quando le autorità hanno iniziato a portarle fuori per i test.

"Sembra che i protocolli di distanziamento sociale e di quarantena non siano stati praticati qui", ha affermato l'amministrazione comunale in una nota.

"Gli amministratori hanno violato queste condizioni e sono stati trovati diversi casi di pazienti positivi al coronavirus ... Con questo grave atto di negligenza molte vite sono state messe in pericolo ... questo non è altro che un atto criminale", così recita l’accusa.

L'intera India, come noto, si trova al momento in stato di rigido blocco che durerà 21 giorni protraendosi sino a metà aprile.

Secondo Musharraf Ali, tuttavia, uno degli amministratori del centro di Tablighi a Delhi, sarebbero stati gli stessi responsabili della congregazione ad aver cercato l’aiuto della polizia e dell’amministrazione comunale quando i fedeli hanno iniziato a premere per entrare nonostante il blocco.

"In quelle circostanze non c'era altra possibilità ... se non quella di accogliere i visitatori bloccati con le precauzioni mediche prescritte fino a quando le autorità non avessero preso provvedimenti", si legge in una nota ufficiale del centro Tablighi.

Ma le accuse al Tablighi, uno dei più grandi movimenti missionari del mondo, non sono circoscritte alla sola India. Il mese scorso aveva ospitato un raduno di preghiera in un complesso di moschee alla periferia della capitale della Malesia, Kuala Lumpur, che è emerso poi essere fonte di centinaia di infezioni da coronavirus nel sud-est asiatico. In Pakistan, il gruppo ha richiamato una congregazione dalla periferia della città di Lahore il mese scorso, ma c'erano ancora 1.100 persone che alloggiavano in una sede del gruppo. Almeno 27 sono risultati positivi al virus, ha detto il ministro della sanità della provincia pakistana del Punjab, Yasmin Rashid.

Oltre la questione coronavirus in sé, il timore è che ad una escalation dei contagi possa corrispondere una escalation peggiorativa delle relazioni tra le varie anime del grande Paese asiatico, con rischi di accuse reciproche tra fazioni, gruppi religiosi, etnici e sociali, e tutte le intuibili conseguenze a cui tutto questo potrebbe portare e potrebbero essere addirittura peggiori del virus stesso.

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