01:58 08 Aprile 2020
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Sembra che i Paesi del Golfo, tradizionalmente ostili a Israele, si stiano riavvicinando Tel Aviv, secondo il rabbino Marc Schneier, consigliere del Re del Bahrein. Tuttavia, non sarà possibile instaurare relazioni diplomatiche solide fino a quando la questione palestinese non sarà risolta.

Alla luce dei risultati della terza tornata di elezioni di Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha tenuto un discorso poco dopo l'annuncio dei primi risultati, ha promesso che il suo governo lavorerà per "conseguire grandi risultati" per Israele.

"Estenderemo la sovranità di Israele, annienteremo la minaccia iraniana, stringeremo un patto di protezione con gli Stati Uniti e firmeremo accordi di pace con le principali potenze musulmane e arabe..." ha promesso alla folla di suoi sostenitori.

Riscaldare i rapporti

Negli ultimi 2 anni Israele ha rafforzato i legami che intratteneva con i Paesi musulmani i quali prima erano ostili allo Stato ebraico.

Ad esempio, nel 2018 il Primo ministro si è recato per una breve visita in Oman, dove ha incontrato leader del Paese, il sultano Qabus bin Said, venuto a mancare di recente. Durante l'incontro i leader hanno discusso delle relazioni bilaterali e degli sviluppi a livello regionale.

Un anno dopo, nel 2019, Netanyahu ha sorpreso molti con la sua visita in Ciad e la ripresa delle relazioni con lo Stato africano. Ha promesso che seguiranno altri incontri e ha mantenuto la parola: infatti, il mese scorso il primo ministro ha incontrato il presidente ad interim del Sudan, Abdel Fattah Al-Burhan, riscaldando i rapporti tra i due Stati.

Ma flirtare con Israele è un fenomeno relativamente nuovo dato che la storia è ricca di esempi di ostilità araba verso lo Stato ebraico. Per esempio, nel 1948, subito dopo la creazione dello Stato di Israele, alcuni Paesi vicini gli dichiararono subito guerra.

I Paesi del Golfo non hanno mai partecipato attivamente alle guerre contro Israele, ma hanno sostenuto i palestinesi con altri mezzi, quali il denaro, l'invio di volontari, il boicottaggio e le sanzioni.

La situazione è cambiata solo negli anni ‘90 quando il Consiglio di cooperazione del Golfo, un'unione politica ed economica di 6 Paesi della penisola arabica, ha smesso di partecipare al boicottaggio di Israele e lo Stato ebraico ha firmato una serie di accordi con gli arabi, tra cui l'accordo con i palestinesi nel 1993 a Oslo e il trattato di pace con la Giordania nel 1994.

Il rabbino Marc Schneier, presidente della Fondazione per la comprensione etnica che ha lavorato negli ultimi 17 anni per migliorare le relazioni tra ebrei e musulmani, ritiene che tali relazioni non possano che migliorare nel tempo.

"Il dialogo interreligioso è diventato popolare negli Stati del Golfo. I leader di questi Paesi mi chiedono aiuto per costruire strutture rivolte a un pubblico ebraico", ha spiegato.

Il Qatar è solo uno di questi esempi. In vista dei Mondiali di calcio del 2022, le autorità stanno lavorando per aprire strutture kosher nella capitale in modo da soddisfare le esigenze degli ospiti ebrei.

Anche altri Paesi del Golfo stanno prendendo provvedimenti per avvicinarsi a Israele.

Lo scorso novembre è stato reso noto che le autorità emiratine avrebbero permesso ai turisti israeliani di visitare l'esposizione mondiale di Dubai, che si terrà nell'ottobre 2020. Di recente Israele ha permesso ai suoi cittadini di entrare in Arabia Saudita per motivi di lavoro, una misura rivoluzionaria dato che, fino ad allora, le visite al Regno erano consentite solo per scopi religiosi.

Chiedere aiuto a Israele

Secondo Schneier, la ragione di questo cambiamento è duplice: in primo luogo, è legata alla "minaccia iraniana" che accomuna Israele a Paesi sunniti moderati come l'Egitto, la Giordania e, più recentemente, gli Stati del Golfo.

L'Arabia Saudita, così come altri Paesi della regione, stanno monitorando con fare sospettoso il programma nucleare iraniano sostenendo che Teheran starebbe mettendo a punto armi di distruzione di massa che potrebbero essere usate contro i Paesi arabi in caso di conflitto. La Repubblica Islamica nega di aver commesso qualsivoglia violazione sottolineando che il programma nucleare serve esclusivamente a scopi pacifici.

"Un altro fattore che contribuisce al riavvicinamento a Israele è la minaccia economica", sostiene Schneier. Poiché i Paesi del Golfo dipendono principalmente dalle esportazioni di petrolio e gas, il calo della domanda di queste risorse sta costringendo i leader del Golfo a riconsiderare le loro rotte e i loro piani per il futuro.

"Vediamo una giovane generazione di leader istruiti in Occidente che vogliono aprire i propri Paesi ai turisti ebrei, un nuovo settore che potrebbe portare miliardi di dollari in patria. Ma per farlo, devono diventare più amichevoli, più aperti e più inclusivi".

I leader degli Stati del Golfo non sono gli unici a credere che la cooperazione con Israele possa essere vantaggiosa per i loro Paesi. L'opinione pubblica sembra dirigersi nella medesima direzione.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri israeliano, che conduce regolarmente sondaggi nei Paesi arabi per verificare l’apprezzamento di questi Paesi nei confronti dello Stato ebraico, il 75% degli intervistati ha affermato che le relazioni con Tel Aviv potrebbero essere utili per i propri Stati.

"Quando il presidente Trump decise di trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, le previsioni erano alquanto preoccupanti. Anche se, in realtà, non è successo nulla. Anche la promulgazione del piano di pace proposto da Washington non ha causato alcun sentimento anti-israeliano", ha spiegato Schneier.

Bahrain, il pioniere

Dei 6 Stati del Golfo il Bahrein sarà il primo a riconoscere Israele, secondo il rabbino consigliere del monarca del Bahrein. Negli ultimi anni, Manama ha più volte fatto capire a Tel Aviv di essere pronta a riallacciare i rapporti.

È stato il Bahrein a indurre il Consiglio di cooperazione del Golfo a considerare Hezbollah, un'organizzazione sciita che si ritiene affiliata all'Iran, un'organizzazione terroristica. È stato il Bahrein a inviare una delegazione ufficiale a Gerusalemme poco dopo che Trump aveva deciso di trasferire lì l'ambasciata americana, ed è stato il Bahrein ad ospitare il vertice Peace for Prosperity a Manama il quale aveva come intento la ricerca di una soluzione economica del conflitto israelo-palestinese.

Tuttavia, come afferma Schneier, il pieno riconoscimento non sarà possibile fino a quando la questione palestinese non sarà risolta.

"Si pensa erroneamente che la questione palestinese non sia più una fonte di preoccupazione per i leader del Golfo", ha affermato Schneier commentando l’intervento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il quale aveva ipotizzato che fosse possibile stringere accordi con i Paesi arabi indipendentemente dagli sviluppi concernenti la questione palestinese.

"Questa idea è fallace. Sono preoccupati per il destino dei palestinesi, per la loro dignità e si aspettano alcune linee guida su come comportarsi con i palestinesi. Non verranno instaurate relazioni diplomatiche solide fino a quando il conflitto non sarà completamente risolto. Ma almeno ora c'è un piano di pace e so che sono contenti che si discuta di questo tema".

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Gerusalemme, Paesi del Golfo, Israele
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