22:54 19 Febbraio 2020
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Ieri il Governo elvetico ha esortato il Parlamento a respingere una richiesta di referendum presentata dal Partito popolare svizzero che vorrebbe porre fine all’accordo di libera circolazione dei cittadini con l’Unione Europea. Se la proposta dovesse passare, il 17 maggio 2020 potrebbe essere il giorno della ‘Brexit’ svizzera, è stato detto.

Potrebbe essere una ‘Swexit’, per così dire, cioè una sorta di Brexit svizzera, pur non essendo la Svizzera affatto nella UE. Tuttavia la Svizzera partecipa allo ‘Spazio Schengen’, quell’area cioè che comprende 26 Stati europei e che ha abolito i controlli sulle persone alle loro frontiere comuni.

Lo Spazio Schengen funziona come un territorio continuo in cui viene garantita la libera circolazione delle persone. Facile intuire che, pur non appartendo alla UE, di fatto l’intera politica migratoria all’interno del Paese venga condizionata dalle frontiere esterne, alcuna delle quali è controllata direttamente da Berna. Come sappiamo, infatti, la Svizzera è circondata da soli Paesi Schengen, alcuni dei quali, Italia in primis, affatto permeabili all’immigrazione clandestina.

Questo il motivo alla base della proposta presentata del principale partito di destra elvetico, il Partito Popolare Svizzero - un referendum per uscire dal trattato Schengen e riconsiderare gli accordi con la UE.

Ecco quindi che il Governo di Berna ha paventato scenari inquietanti al Parlamento di modo da scoraggiare il giorno del referendum, 17 maggio, descrivendolo come data potenzialmente funesta per la politica elvetica. La Brexit Svizzera, è stato spiegato, rischierebbe di far perdere al Paese il suo accesso privilegiato al mercato unico dell'UE che è la linfa vitale dell'economia svizzera guidata dalle esportazioni. Finirebbe anche per espellere il Paese dal sistema Schengen il che significherebbe la fine dei viaggi senza passaporto e implicherebbe gravi conseguenze per gli accordi di Dublino che regolano la gestione delle richieste di asilo.

"Ciò avrebbe conseguenze dolorose, principalmente per le questioni di sicurezza e di asilo, ma anche per il traffico frontaliero e la libertà di viaggiare", ha affermato il Governo.

Ma tutto questo probabilmente è proprio ciò che si prefiggono di ottenere i promotori del referendum, riflettendo il disagio avvertito da una parte della popolazione nei confronti dell’eccessivo afflusso di stranieri. Pur lo scorso anno i nuovi immigrati siano stati ‘solamente’ 55mila, il totale della popolazione straniera in Svizzera ammonta già a oltre 2 milioni di persone, su un totale di appena 8 milioni e mezzo di popolazione totale.

Gli imprenditori affermano per altro di aver bisogno di lavoratori stranieri qualificati e privarsi degli accordi di libera circolazione sarebbe un rischio per il mercato. Inoltre, viene fatto notare da più parti, che un accordo ‘ghigliottina’ tale da porre fine alla libera circolazione, rischierebbe di affondare di conseguenza anche tutto il pacchetto di accordi bilaterali scritti su misura(almeno 120 accordi), compresi quelli sul riconoscimento reciproco di standard industriali, regole sugli appalti pubblici, agricoltura, ricerca, trasporti.

Il partito popolare, decisamente euroscettico, detiene due dei sette seggi del gabinetto federale, e ha lottato a lungo per la causa del controllo nazionale dell'immigrazione. La proposta, nell'ambito del sistema svizzero di democrazia diretta, consentirebbe un anno per negoziare la fine della libera circolazione ma, proprio questo potrebbe essere un problema non secondario, le possibilità di contrattazione sarebbero molto limitate vista la linea dura UE, come per altro dimostra l’esperienza Brexit.

La lotta alla campagna referendaria è per altro una priorità per il Governo svizzero in carica, che punta piuttosto ad implementare le relazioni con l’Unione europea. Bruxelles vorrebbe da parte sua che gli svizzeri approvino un nuovo trattato che prevede che Berna adotti regolarmente le regole del mercato unico e crei una piattaforma più efficace per risolvere le controversie.

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