02:13 08 Aprile 2020
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La speciale branca della scienza specializzata nello studio dei materiali sta concentrando le proprie attenzioni sul picchio, quello strano uccello che fa buchi negli alberi con il becco a forza di testate. Come fa a non soffrire quantomeno di emicrania? Conoscere il suo segreto permetterà di creare nuovi supermateriali?

Gli scienziati californiani del ‘Center for Biological, Bioinspired, and Biomaterials’, stanno impazzendo per i picidi, quella famiglia di uccelli meglio noti come picchi. Ne esistono di almeno duecento specie, diffuse in tutti i continenti tranne Australia. Tra una specie e l’altra ci possono essere anche notevoli differenze nell’aspetto fisico ma tutte hanno una cosa ben comune tra loro: danno delle grandissime testate in sequenza rapidissima sugli alberi per alimentarsi con larve di insetti, estrarre linfa e addirittura crerare cavità per nidificare.

“Se fossimo in gradi di capire come fa a non soffrire neppure di emicrania”, si chiedeva la professoressa Joanna McKittrick, ingegnere pionieristico dell'Università della California di San Diego esperta di scienza dei materiali, purtroppo deceduta a novembre dell’anno scorso prima di veder completati gli studi intrapresi, “potremmo forse arrivare a produrre nuovi materiali utili a proteggere l’uomo dai traumi”.

Per rendere l’idea di quanto la questione sia interessante dal punto di vista scientifico, nonché delle applicazioni pratiche che potrebbe ricavarne l’industria che ne venisse a capo, considerate questo: la NFL (National Football League) dichiara che per causare commozioni celebrali ai giocatori durante le partite di football americano siano sufficienti decellerazioni da 80 g (g = accelerazione di gravità). Ebbene i colpi che tira il picchio contro gli alberi sono da 1.200 g l’uno. E ne tira a raffica.

​Ecco quindi i risultati, parziali, degli studi intrapresi dal Centro dei Biomateriali americano

Insolite strutture ossee del cranio

Confrontando i teschi dei picchi con quelli dei polli, i ricercatori hanno scoperto che i primi possiedono degli adattamenti che i secondi non hanno: diversa composizione chimica e densità. Il picchio accumula minerali nelle ossa della sua scatola cranica, questo la rende più rigida anche se molto sottile. La testa del picchio ha raggiunto uno straordinario compromesso tra durezza e tenacità a detta dei ricercatori, ed è su quello che stanno cercando di indagare per ‘copiarne’ la formula.

Meno liquido – effetto uovo sodo

Cosa interessante, ma meno utilizzabile dal punto di vista di applicazioni pratiche, è il fatto che i picchi hanno meno fluido che separa il cervello dalle ossa craniche. Questo particolare aiuterebbe il cervello a non subire spostamenti bruschi. Gli studiosi del Centro descrivono questo come ‘effetto uovo sodo’, quello per cui agitando un uovo sodo non se ne danneggia il contenuto come invece è possibile fare con l’uovo crudo.

Lingua a molla

Il terzo segreto del picchio è la sua lingua. Questa possiede un osso incorporato che aiuta l’animale ad estrarre insetti dagli alberi. Questa insolita lingua avvolge la parte posteriore del cranio e lo ancora completamente. Inoltre, particolare molto interessante, l’osso è composto da una parte rigida, interna, ricoperta da un corpo spugnoso. Nelle ossa di tutti gli animali di solito è l’esatto contrario – la parte rigida è all’esterno, all’interno le fibre spugnose. Nel picchio, questa inversione, permetterebbe alla lingua di assorbire meglio i colpi e fare da ammortizzatore per tutto il resto del corpo.

Quale il passo successivo dello studio?

Come dicevamo lo studio è stato interrotto dalla prematura dipartita della sua ricercatrice capo, la dottoressa Joanna McKittrick, la quale, poco prima della morte aveva comunque dichiarato in una intervista per ‘The Conversation’ le linee guida per proseguire le ricerche – studiare il cervello del picchio, perché forse anche lì la natura ha trovato stratagemmi eccezionali che, magari, potremmo studiare per copiarli. Come per altro sempre fatto dall’uomo durante tutto la Storia delle scienze.

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