05:35 07 Luglio 2020
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A cavallo tra il 2019 e il 2020 i principali media finanziari statunitensi si sono sorpresi nel constatare che Berlino non era soddisfatta delle sanzioni americane applicate contro le aziende impegnate nella costruzione del Nord Stream 2.

Il Wall Street Journal ha riferito che la Germania avrebbe avuto l’opportunità di rispondere agli Stati Uniti solo nel 2020.

Il problema è che proprio la Germania nel 2020 non sarà solamente il vero leader politico dell'Unione Europea, ma deterrà anche il turno di presidenza dell'UE, il che estende il campo d’azione di Berlino in termini di definizione dell'agenda europea. La necessità di coordinare la politica estera e la politica economica dell'Unione europea crea una situazione ambigua. Da un lato, i desideri di alcuni politici tedeschi di infliggere a loro volta dei danni agli USA in risposta a quelli da questi ultimi causati sono limitati proprio dalle paure, dalle vulnerabilità e dalle preferenze politiche di altri (seppur meno importanti in termini politici) paesi dell'UE. Dall’altro lato, qualora la Germania riesca ad imporre una decisione, questa verrà attuata a livello dell'intera UE, il che significa che le sue conseguenze saranno molto più grandi di qualsiasi altra attività meramente tedesca.

Come osserva il Wall Street Journal, la posizione tedesca si inserisce nel contesto conflittuale generale delle relazioni transatlantiche e aggiunge una nuova dimensione ai numerosi problemi esistenti:

"I politici tedeschi hanno chiesto all'Europa di adottare misure protezionistiche a fronte delle sanzioni statunitensi dopo che Washington è riuscita a bloccare il completamento di un nuovo gasdotto sottomarino che collega la Russia direttamente alla Germania. [...] Questa mossa degli Stati Uniti ha suscitato l’indignazione della Germania inducendo alti funzionari e politici a chiedere un approccio coordinato alla tutela degli interessi strategici dei membri dell'Unione europea contro le future sanzioni statunitensi. "L'Europa ha bisogno di nuovi strumenti per potersi difendere da sanzioni extraterritoriali non normative", ha twittato la settimana scorsa il vice ministro degli Esteri tedesco Niels Annen. Queste controversie stanno aumentando le tensioni all’interno dell'alleanza occidentale poiché l'amministrazione Trump ha intrapreso una serie di azioni a livello di politica estera tra cui il ritiro delle truppe dalla Siria, l’imposizione di tariffe commerciali contro l'UE e la rinuncia ad alcuni accordi internazionali senza previa consultazione degli alleati.

A due soli argomentazioni si riduce la speranza di tutti gli scettici secondo i quali non vi saranno misure europee di contrasto oppure, nel caso in cui vi siano, non si riveleranno efficaci.

La prima argomentazione è che l'UE non vorrà "vendicare la Russia" perché l'idea di proteggere il gasdotto russo dalle sanzioni statunitensi sarà incredibilmente tossica dal punto di vista mediatico e dell'immagine per qualsiasi politico europeo, compresa Angela Merkel la quale ha subito già abbastanza critiche per aver manifestato desiderio di costruire il Nord Stream 2.

La seconda argomentazione è di carattere storico. Sebbene l'UE sia riuscita a creare un meccanismo di compensazione per aggirare le sanzioni americane contro l'Iran, ossia l’INSTEX, e sebbene i principali Paesi dell'UE (Germania e Francia) abbiano partecipato alla sua creazione tra l’altro sostenuta anche dal Regno Unito (nonostante la Brexit), non si è riusciti a giungere ad alcun accordo su questo meccanismo (almeno, secondo i media americani). Questo ci porta a trarre la seguente conclusione: l'economia americana è così importante che non vi sono ancora aziende europee o cinesi disposte a trattare con quei Paesi vittime delle cosiddette "sanzioni infernali" applicate dagli Stati Uniti, sebbene la leadership politica dell'Unione Europea o della Cina fornisca loro i necessari meccanismi di tutela.

Prendiamo in esame la seconda argomentazione. La situazione che vede coinvolti l'Iran, la Cina e l'Unione Europea mostra esattamente come andrà a finire se l'UE deciderà di andare fino in fondo nel tutelare i propri interessi in materia energetica ed economica. L’economia europea avrà grandi difficoltà senza un accesso al gas e al petrolio russi: è proprio questo che per l’UE pone la Russia su un piano privilegiato rispetto all’Iran.

La Cina, per la quale la fornitura di petrolio iraniano è di grande interesse strategico, ha fatto molti più progressi rispetto all'UE nel creare schemi sostenibili di cooperazione con i Paesi interessati dale sanzioni di Washington. Un esempio in tal senso: i servizi speciali statunitensi hanno scoperto che Pechino attraverso la Bank of Kunlun avrebbe finanziato e pagato le importazioni di petrolio iraniano in Cina. Gli americani hanno approfittato del fatto che la società proprietaria della banca aveva collocato le proprie azioni sui mercati finanziari statunitensi. Ora, almeno secondo la stampa americana, la banca non si occupa più dell'importazione di petrolio iraniano e le forniture di oro nero dall'Iran alla Cina sono state ridotte a volumi esigui.

Secondo i sostenitori dell’egemonia americana, questo significa che, se Washington riuscirà a spezzare le gambe ai "contrabbandieri di petrolio" cinesi, il Dipartimento di Stato riuscirà ad affrontare l'Unione Europea senza alcuna tensione.

C'è un solo problema in questa storia (parte della quale viene presentata dal Wall Street Journal come esempio di quanto sia inutile contrastare le sanzioni americane): non corrisponde del tutto al vero. La favola mediatica del "costringiamo la Cina a rispettare le sanzioni contro l’Iran" è durata circa 2 mesi, cioè esattamente fino a quando i principali media occidentali hanno dato una spiegazione alternativa alla riduzione ufficiale delle importazioni di petrolio iraniano. A ottobre 2019 Bloomberg ha pubblicato un articolo intitolato "La Cina nasconde le importazioni di petrolio (iraniano e venezuelano) con il trasferimento via mare”. I giornalisti sostengono che la fornitura di petrolio iraniano e venezuelano continui anche se viene di fatto documentata come "malese o di altra origine".

Vale la pena notare che il metodo di pagamento per questo petrolio non è stato identificato in maniera affidabile. Questo probabilmente significa che le sanzioni americane sono efficaci fino a quando un serio attore geopolitico non decida di creare un sistema alternativo, completo e non trasparente di interazione economica con gli altri Paesi. La Cina e la Russia, per ovvie ragioni, hanno fatto molta strada in questa direzione, anche se molto resta ancora da fare. L'UE ha iniziato ad agire in questa direzione solo l'anno scorso, quindi è quantomeno prematuro dare giudizi in tal senso. Molto probabilmente è solo una questione di tempo prima che l'UE crei meccanismi di elusione delle sanzioni.

Rimane valida invece l’argomentazione secondo cui le misure di contrasto dell'Unione europea volte non tanto a tutelarsi dalle sanzioni quanto a punire gli USA non saranno mai adottate a causa della tossicità mediatica relativa a qualsiasi tentativo di proteggere la Russia dagli Stati Uniti. Ma solo se si considera che non vi è nemmeno un diplomatico competente tra i politici europei, i cui predecessori erano impegnati in intrighi già all’epoca in cui indiani e bisonti popolavano gli Stati Uniti moderni. È indicativo il fatto che anche il Wall Street Journal, che cita il manifesto approccio dei politici europei di questa opinione, non abbia apprezzato le opportunità distruttive rappresentate da una simile condotta:

"Cosa dovremmo fare se il Parlamento dell'UE dovesse sanzionare il gasdotto Keystone per ragioni ambientali?” si è chiesto un diplomatico tedesco di alto rango in una intervista con il Wall Street Journal a proposito del gasdotto che collega il Canada e gli Stati Uniti, a cui si sono opposti gli ambientalisti di entrambi i Paesi.

In molte occasioni, gli americani hanno dimostrato seguendo il loro stesso esempio che le ragioni dichiarate a spiegazione di una data condotta (come il bombardamento dei civili in Jugoslavia o in Iraq) non corrispondono ai veri scopi e obiettivi. Si tratta piuttosto di una copertura. A tal proposito, si noti che sono previste sanzioni ambientali contro gli Stati Uniti all’interno dell'agenda del programma politico ufficiale del nuovo capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tutti i leader europei hanno già sottoscritto questo documento che prevede misure punitive di impatto economico ai danni di altri Paesi nell’ambito della tutela del green.

L'ex segretario di Stato americano John Kerry, grande conoscitore della politica europea, ha recentemente dichiarato al quotidiano Politico che l'introduzione da parte dell'Unione Europea delle "tasse sul carbonio" (o meglio delle "sanzioni sul carbonio" perché il loro effetto è simile) contro gli Stati Uniti non è una questione di probabilità, ma di tempo.

Qualora i politici europei comincino a mettere in atto le loro minacce economiche e diplomatiche sotto la copertura della tutela dell’ambiente, è lecito supporre che per Washington il 2020 si prospetti un anno piuttosto spiacevole.

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