20:58 17 Gennaio 2021
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Mark Zuckerberg, il proprietario di Facebook, non accetta l’intervista con il ‘The Guardian’? Bene, il quotidiano britannico ‘intervista’ allora la sua rete neuronale.

“Sto per dirvelo in faccia come ho fatto con Trump: una conversazione con Zuckerbot”, così si intitola l’articolo del The Guardian, dove, tra il serio e il faceto, l’autrice sostiene che dal momento che Zuckerberg l’originale, da quando è scoppiato lo scandalo Cambridge Analytica, avrebbe parlato con tutti (New York Times, Washington Post, CNN, NBC, ABC, CBS, Wired, Recode e Vox) tranne che con il suo giornale, non le sarebbe rimasta alcun’altra alternativa se non ‘intervistare’ la sua rete neuronale.

“Abbiamo inserito tutto ciò che dice in un algoritmo, costruito uno Zuckerbot e intervistato”, questo il curioso espediente escogitato dall’impavida Julia Carrie Wong autrice del pezzo, che sostiene sarcasticamente di essere riuscita nell’impresa grazie ai potenti mezzi della Botnik Studios, quella di Harry Potter, che le avrebbe messo a disposizione una portentosa tastiera predittiva addestrata su tre anni di interviste, discorsi e materiale ricavato dai file dell’Amministratore Delegato del noto social.

“Ciao Mark, grazie mille per aver accettato di parlare con il Guardian. Passiamo direttamente alle nostre domande. Quest'anno hai tenuto un importante discorso su quanto sia importante che Facebook 'dia voce alle persone'. In che modo Facebook dà voce alle persone, Mark?”, così inizia l’intervista virtuale pubblicata dal Guardian con Zuckerberg, anzi, Zuckerbot.

Naturalmente le risposte proposte dalla Carrie Wong sono tutt’altro che quelle che il vero Zuckerberg pronuncerebbe mai, però sono molto verosimili di quello che forse potrebbe pensare veramente. L’espediente narrativo permette infatti di far dire al personaggio virtuale le cose che tutti vorrebbero sentir dire, ma che per ovvi motivi mai dirà il personaggio reale.

La scherzosa intervista rivelerà infatti che entrambi i Zuck, in realtà, al di là della retorica alla quale sarebbero tenuti nelle comunicazioni ufficiali, avrebbero ben altro da dire.

Laddove il vero Zuck direbbe che lo scopo di Facebook è quello di permettere alle persone di comunicare, il suo alter ego virtuale confessa invece che lo scopo è quello di fare soldi con la pubblicità e i click, se l’autentico avrebbe sottolineato l’importanza delle azioni contro la ‘disinformazione’ online, l’altro confessa la vera e propria censura in atto. Riguardo poi la democrazia, il primo avrebbe detto le solite cose ritrite mentre il secondo confessa che non è altro che un buon business. L’intera surreale intervista si dipana in tono e forma scritta essa stessa surreale, come solo una rete neuronale non veramente autocosciente potrebbe fare.

Per esempio alla improbabile domanda dell’intervistatrice: “Di cosa hai parlato con Trump alla tua cena segreta?”, la risposta è ancora più improbabile: “Qualcosa è mai sicuro? C'è mai qualcosa di segreto? Indovina un po'? La risposta è forse chiara. O forse no. Dirò parole tranquille in faccia come ho fatto con lui e il Congresso. Non puoi aspettarti che ti dica un segreto che non ho condiviso con lui ma sono fiducioso che stiamo condividendo la stessa infrastruttura”. E quanto infine le chiede: “Dovremmo fidarci di te?”, lo Zuckerbot risponde: “Di recente ho scoperto una placca fisica che potrebbe avere circa un miliardo di anni e che genera già passivamente circa un milione di ore di contenuti video durante la notte. Quindi puoi fidarti”.

Insomma siamo di fronte alla sperimentazione di un nuovo espediente giornalistico, o forse di fronte ad un intero nuovo genere – l’intervista virtuale impossibile e apparentemente ‘no sense’. Un escamotage che nel suo apparente ingenuo e non impugnabile sarcasmo permette in realtà di dire, anzi, far dire, quello che in realtà si pensa camuffato tra le righe di un testo volutamente incomprensibile.

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