12:16 29 Gennaio 2020
Mondo
URL abbreviato
150
Seguici su

Un gruppo di ricercatori ha annunciato di aver scoperto per la prima volta in 20 anni un nuovo sottotipo del virus dell’immunodeficienza umana.

Per adesso è stato evidenziati in soli 2 soggetti, ma gli infetti potrebbero essere molti di più, fino ad alcune centinaia. Sputnik cerca di fare luce su quanto sia effettivamente pericoloso questo nuovo virus e sulla misura in cui i moderni farmaci riusciranno a farvi fronte.

Almeno 3 soggetti già infetti

Si cominciò a parlare di un eventuale nuovo sottotipo di HIV nel 1983 quando nel sangue di un paziente congolese fu scoperto un virus che geneticamente si discostava dai sottotipi H e J. Sette anni dopo lo stesso virus fu rilevato in un altro paziente, anch’esso cittadino congolese. E solamente ora, studiando il virus evidenziato a partire dal biomateriale di un terzo congolese con il virus dell’HIV, i ricercatori hanno confermato che esiste effettivamente questa varietà ad oggi ignota.

“Di norma un nuovo ceppo diventa un sottotipo qualora venga registrato in almeno 3 soggetti. Tali soggetti non devono essere legati dal punto di vista epidemiologico per evitare la probabilità di infezione reciproca. Questo è già il decimo sottotipo di HIV. Non si esclude che nei prossimi 5-10 anni riusciremo a descriverne una nuova varietà. In primo luogo, le metodologie diagnostiche si stanno perfezionando sempre di più. È altamente probabile che questo sottotipo sia sempre esistito e che sia stato scoperto solo ora. In secondo luogo, i virus mutano continuamente e questo può contribuire alla comparsa di nuovi sottotipi”, spiega Dmitry Kireev, direttore del Centro di ricerca per l’elaborazione di nuove metodologie diagnostiche per l’HIV presso il Centro studi epidemiologici del Rospotrebnadzor.

Il nuovo sottotipo è stato identificato con la lettera L. Fa parte del gruppo M, del tipo HIV-1, il più diffuso e pericoloso. Infatti, l’80% dei casi di infezione in Russia è imputabile a virus di questo gruppo, il sottotipo A. Ciò è legato al fatto che negli anni ’90 proprio questo sottotipo era il più diffuso tra i consumatori di droghe assunte per iniezione. Ad ogni modo, le probabilità di trovare un russo infettato dal sottotipo L sono assai limitate.

“Anche in Congo il numero di pazienti infettati da questo ceppo è di al massimo alcune centinaia di soggetti. Infatti, se fosse stato più diffuso, sarebbe stato scoperto e descritto già da tempo”, precisa l’epidemiologo.

I test non riconoscono il virus

Il virus evidenziato nel biomateriale del terzo soggetto infettato dall’HIV si è rivelato più antico dei due precedenti. Inoltre, al suo interno non sono state registrate mutazioni che lo renderebbero resistente alle terapie attuali. Ciò significa che i farmaci oggi esistenti dovrebbero agire con successo sia sul sottotipo L sia sugli altri sottotipi.

Tuttavia, è possibile che insorgano criticità diagnostiche, avvisano gli esperti. In primo luogo, la sequenza di DNA di questo virus non è ancora stata inclusa tra i genomi di riferimento. In secondo luogo, i moderni test diagnostici potrebbero semplicemente non riconoscere nel sangue le tracce del sottotipo L.

“Le analisi sul virus dell’immunodeficienza umana si suddividono in sierologiche e biologiche. Le prime identificano gli antigeni dell’HIV che vengono impiegati per determinare l’avvenuta infezione di un soggetto. Le seconde, invece, misurano la carica virale calcolando la quantità di copie di RNA dell’HIV per millilitro di plasma. A questa seconda analisi si sottopongono i pazienti a cui è già stata diagnosticato il virus. E mentre i test sierologici sono piuttosto tolleranti riguardo le mutazioni genetiche del virus, quelle biologiche sono ad esse più sensibili. Per questo, non si esclude che i test possano fornire risultati non del tutto veritieri. Considerato, però, il numero esiguo di soggetti affetti da questo sottotipo del virus, non si tratta di un problema grave. Tanto più che le metodologie diagnostiche del virus dell’HIV sono in continuo sviluppo”, ha sottolineato Kireev.

HIV sotto controllo

Secondo gli scienziati che hanno descritto il sottotipo L, la loro scoperta permetterà di capire meglio i meccanismi di formazione delle varianti del virus. Questo è fondamentale per una diagnosi tempestiva e per la scelta della terapia più adatta. Inoltre, contribuirà a tenere sotto controllo la diffusione di nuovi ceppi del virus.

Oggi non è possibile debellare completamente il virus da un soggetto infetto.

La maggior parte dei farmaci non permette al virus di moltiplicarsi, gli impedisce di attaccarsi alle cellule bersaglio, di formare il DNA virale sulla matrice di RNA e di inserire il proprio genoma in quello della cellula. Di conseguenza, si interrompe lo sviluppo della malattia. Per questo, finché il soggetto assume i farmaci, è clinicamente sano. Ma senza la terapia la malattia torna ad attaccare il suo corpo.

Al mondo sono noti 3 casi di completa guarigione. Pazienti di Berlino, Londra e Düsseldorf sono entrati in fase di remissione permanente in seguito al trapianto di midollo osseo di un donatore che presentava una rara mutazione del gene CCR5: è dimostrato che i portatori di tale mutazione sono immuni all’infezione da HIV. Tuttavia, tali trattamenti non sono accessibili a tutti e la mutazione del gene CCR5 è molto rara. Inoltre, la disattivazione di questo gene nel DNA delle cellule più colpite dall’infezione non ha ancora dato risultati. Ad esempio, l’anno scorso a un paziente cinese sono stati iniettati i propri emocitoblasti ai quali in precedenza era stato rimosso il gene CCR5 tramite il sistema CRISPR-Cas9. Tali cellule sono sopravvissute nell’organismo, hanno formato diverse tipologie di cellule nel sangue, ma non sono state in grado di proteggere l’organismo dal virus.

Gli esperti ripongono maggiori speranze nello sviluppo di un vaccino per l’HIV. Secondo Kireev, al momento vi sono alcuni farmaci che lasciano ben sperare.

“Non credo che la scoperta di un nuovo sottotipo di virus dell’immunodeficienza umana rallenti in maniera significativa la creazione di un vaccino. Tuttavia, i creatori del virus dovranno ora controllare la sua efficacia anche su questo sottotipo”, ha osservato l’epidemiologo.
Tags:
Malattie, Medicina
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik