12:14 03 Giugno 2020
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Sebbene la prospettiva di partecipare ad una spedizione polare possa sembrare un sogno per molti, la realtà è ben diversa: la permanenza prolungata in tali ambienti può portare ad un reale restringimento dell'encefalo.

Un equipe di ricercatori della Charité-Universitätsmedizin di Berlino e dell'Istituto Max Planck di Monaco ha studiato gli effetti dell'isolamento sociale e della vita in condizioni ambientali estreme sul cervello di nove  volontari: cinque uomini e quattro donne.

Questi hanno infatti passato un totale di quattordici mesi nell'Antartico, nove dei quali li ha visti completamente tagliati fuori dal mondo esterno.

Gli impavidi partecipanti si sono stabiliti presso la Neumayer-Station III, dove si registrano temperature anche di -50°, con i mesi invernali che sono inoltre caratterizzati da oscurità totale.

A rendere ancora più complicate le cose, la mancata possibilità di tirarsi fuori dall'esperimento in corso d'opera, dal momento che la stazione rimane completamente scollegata dal mondo esterno in inverno, con il vettovagliamento che può aver luogo unicamente in estate.

I risultati

I volontari si sono sottoposti a dei test cognitivi prima, durante e dopo il test al fine di misurare diversi parametri quali il loro livello di concentrazione, la memoria, la reattività cognitiva e il ragionamento spaziale e visivo.

Inoltre, su di loro sono stati effettuati dei test sanguigni per valutare il livello del fattore neurotrofico cerebrale (BDNF), un polipeptide presente nel cervello umano che contribuisce a sostenere la sopravvivenza dei neuroni già esistenti, e favorendo la crescita e la differenziazione di nuovi neuroni e sinapsi.

Inoltre, ognuno dei volontari si è anche sottoposto ad una risonanza magnetica al fine di determinare la loro struttura cerebrale.

I ricercatori, alla fine del periodo di permanenza all'Antartico, si sono accorti che il loro giro dentato, l'area dell'ippocampo responsabile per il pensiero spaziale e la memoria, era più piccola rispetto ai primi test mentre il livello di BDNF era diminuito a livelli ben inferiori alla norma, venendo poi recuperati solo un mese e mezzo dopo il loro rientro a casa.

Le condizioni estreme, come è stato dimostrato hanno avuto un impatto significativo sulle capacità di ragionamento dei soggetti e sulla cosiddetta attenzione selettiva, che permette agli esseri umani di bloccare tutte le informazioni superflue.

"Un simile scenario ci ha permesso di studiare l'impatto che delle condizioni estreme possono avere sul cervello umano", ha spiegato il professor Alexander Stahn dell'università di Berlino.
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