04:36 28 Settembre 2020
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Secondo Le Monde ci sarebbe un campo base di spie russe specializzate in omicidi nella Alpi, Il NYT parla di unità Top Secret del Cremlino che cercano di destabilizzare l’Europa. Che sta succedendo alle più prestigiose testate occidentali che un tempo si occupavano di informazione?

Motivazioni geopolitiche o commerciali, oppure semplicemente il desiderio di assecondare l’onda lunga emozionale dal caso Skripal, fatto sta che dopo Salisbury persino sulle più accreditate testate occidentali abbiamo assistito a un crescendo di articoli da romanzo giallo dove l’informazione ha spesso ceduto il passo alle fantasie e alle illazioni.

Alta Savoia, un campo base per spie russe specializzato in omicidi mirati” titolava ieri Le Monde, “Unità russe Top Secret stanno cercando di destabilizzare l’Europa”, titolava un paio di mesi fa Il New York Times. Dopo Salisbury è stato un continuo di spy story e romanzi gialli dove, persino le testate più accreditate del pianeta, hanno messo scientemente da parte l’obiettività per dedicarsi alla narrativa.

“La vendetta è un piatto che viene consumato freddo, soprattutto nel mondo dello spionaggio”, parte così l’articolo di Le Monde a firma Jacques Follorou pubblicato ieri e riservato agli abbonati, che continua con una storia che vorrebbe fare il verso ai grandi Ian Fleming o Conan Doyle, ma priva del medesimo talento narrativo, nella quale si parla di un fantomatico gruppo di misteriose spie inviate dal Cremlino sulle Alpi dell’Alta Savoia e specializzate nientemeno che in omicidi. Sarebbe stato l’intervento congiunto di intelligence britannica, francese, svizzera e americana a permettere di ‘individuare’ questo pericoloso gruppo di agenti segreti. L’indagine si sarebbe mobilitata dopo il famoso attacco al Novichok, altro episodio da film giallo ma di bassa lega, del 4 marzo 2018 a Salisbury. Il celeberrimo ‘caso Skripal’ che tutti ricorderete.

Alla fine del racconto però, oltre a non capire quali siano le prove né quali azioni questo commando supersegreto abbia concretamente eseguito, il lettore non solo non riesce a capire come finisca il romanzo, ma rimane deluso anche dalla chiosa finale dell’autore:

“Pur rimanendo ancora molte domande, questa regione di confine con la Svizzera, secondo il controspionaggio francese, è stata sicuramente una base di supporto e logistica per questo servizio di azione dei servizi segreti russi per le azioni condotte in tutta Europa”.

Se vogliamo, il prestigioso New York Times è riuscito a vendere ai propri lettori una riedizione ancora più economica della grande narrativa gialla dei gloriosi secoli scorsi. Michael Schwirtz consegna alle stampe di quello che fu uno dei più rispettabili e attento alle fonti giornali del mondo, un articolo in cui si parla di una certa ‘Unità 29155’ con sede a Mosca, supersegreta e composta dai più terrificanti veterani russi, organizzati e determinati fino alla morte a destabilizzare l’intera Europa con azioni criminali ma a cui il Cremlino non fornirebbe nemmeno i fondi necessari per una logistica dignitosa durante le missioni, avrebbe fallito tutti gli obiettivi assegnati, a partire dallo stesso Skripal, e della quale si sarebbe venuti a sapere grazie ad un blogger russo, fonte principale dell’intera ricostruzione. Una unità talmente segreta che neppure i servizi segreti russi ne sarebbero a conoscenza e, logicamente, va da sé che sia così difficile trovare ‘prove’ concrete della sua esistenza, secondo la ferrea logica di Schwirtz.

Non meno inquietante la spiegazione che dà l’autore del fatto che questo gruppo, che da una parte viene descritto come la crema dei corpi d’elite di una delle intelligence più preparate e risolute al mondo, dall’altra parte non abbia fatto altro che inanellare insuccessi uno dietro l’altro – dal fallito tentativo di omicidio del Primo Ministro del Montenegro, al tentativo di uccidere il trafficante di armi bulgaro Emilian Gebrev, per ben due volte anch'esso mancato, allo stesso Skripal, caso in cui, per provare a punire un ex agente russo passato al nemico, avrebbero inquinato una intera cittadina inglese di agenti chimici proibiti e riconducibili alla Russia pur mancando l’obiettivo. Ebbene, secondo Schwirtz, le spiegazioni possibili sarebbero due – una che ci siano giunte note solo le missioni fallite, quelle riuscite non le sapremo mai, l’altra è che, come suggerisce l’ex capo dell’intelligence estone, Eerik-Niiles Kross, anch’egli evidentemente appassionato di romanzi gialli, queste operazioni le avrebbero forse fatte fallire intenzionalmente per confondere le idee e intensificare la “guerra psicologica”.

Nello stesso articolo ad un certo punto si trova scritto che il Presidente russo Vladimir Putin ha bisogno di queste unità, perché egli è in guerra con l'intero ordine liberale occidentale che il Cremlino presumibilmente considera una minaccia esistenziale. “Putin sta combattendo attivamente l'Occidente, con il suo marchio di cosiddetta guerra ibrida - una miscela di propaganda, attacchi di hacking e disinformazione - nonché un aperto confronto militare".

Questo era scritto sul New York Times, ed è solo un esempio di quello che è il passaggio epocale che sta avvenendo nel mondo del giornalismo occidentale e documentato nella raccolta antologica di articoli russofobici pubblicata in lingua inglese dal Ministero degli Esteri russo che vi linkiamo agli atti per ogni futura consultazione.

Si tratta tuttavia di un fenomeno che ha più aspetti inquietanti e non riguardano solamente il giornalismo ma coinvolge anche vari altri aspetti della cultura occidentale. Su questi varrà forse la pena riflettere.

  • L’inversione dell’onere della prova – non è più chi afferma un’accusa a dover dimostrare la colpevolezza dell’accusato ma è la Russia, o chiunque per essa si trovi dalla parte del Paese non allineato, a dover dimostrare la propria non colpevolezza di fronte ad una qualsivoglia accusa pur non argomentata
  • La regressione del sistema informativo moderno – non più la fonte, non l’argomento, non l’autore, non l’invettiva, non la notizia sono oramai al centro degli articoli, bensì il titolo, lo scandalo, l’accusa, le visualizzioni, la valenza commerciale o la motivazione geopolitica che stanno dietro all’articolo
  • La russofobia, la sinofobia e in generale la fobia di tutto ciò che contrasti con il pensiero unico globalizzato – i non allineati sono automaticamente non democratici, pericolosi, aggressori.

Per quanto riguarda la questione Skripal, pur consapevoli che ogni obiezione sia inutile contro chiunque si sia già scritto il proprio romanzo giallo da sé, varrà comunque la pena ricordare che a pochi passi da Salisbury ci sono i famosi laboratori di Porton Down, specializzati nello studio, sviluppo e contrasto delle armi chimiche e batteriologiche. Cosa esattamente facciano in quei laboratori sono gli stessi inglesi a maturare dubbi già dalla fine degli anni ’70, dai tempi in cui Peter Hammill nel 1979 scrisse la canzone omonima e che anch’essa vi alleghiamo. Qui già quarant’anni fa venivano descritti tutti i timori degli stessi inglesi per quello che si presume potrebbe nascondersi in quei laboratori chimici ma, stranamente, ad alcuno dei nostri giornali occidentali tanto amanti dei romanzi gialli è mai venuto in mente di mettere in relazione il leggendario Novichok con quello che si nasconde a pochi passi da Salisbury.

"...sepolta sottoterra a Porton Down,
c'è la forma rapida della violenza finale.
Sbrigati a girare per Porton Down
dai un'occhiata fugace alle guerre future,
nascosto sottoterra a Porton Down,
è troppo spaventoso da raccontare
quello che hai visto laggiù" -
Peter Hammill, album Ph7, 1979

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