17:40 08 Dicembre 2019
Militare Mali

Capo della missione ONU in Mali: ritornano i jihadisti

© AFP 2019 / ISSOUF SANOGO
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Mahamat Annadif**, capo della missione MINUSMA (la missione dell’ONU di stabilizzazione in Mali), ha parlato a Sputnik della presenza nella regione di jihadisti siriani e iracheni.

Secondo Annadif, al momento è ancora difficile fare una stima del numero di combattenti presenti in Mali, ma la loro comparsa non lascia alcun dubbio: questa la conclusione a cui è giunto Annadif riguardo al crescente potenziale militare dei jihadisti.

A partire dal dicembre 2015 Mahamat Saleh Annadif ricopre la carica di rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU in Mali ed è altresì a capo della Missione dell’ONU di stabilizzazione in Mali (MINUSMA).

In occasione del Forum internazionale MEDays tenutosi in Marocco, è stata sollevata la questione del mandato della missione MINUSMA che è una delle 5 missioni dell’ONU che ha causato il maggior numero di vittime. Annadif ha spiegato che c’è parecchia confusione: la missione MINUSMA viene intesa come una missione di lotta al terrorismo, mentre invece “la missione non ha questo scopo”. Nell’intervista rilasciata a Sputnik Annadif ha parlato di tutte le difficoltà di esecuzione degli accordi di pace in un contesto in cui si assiste al ritorno della minaccia terroristica.

Mahamat Saleh Annadif, il capo della missione MINUSMA (la missione dell’ONU di stabilizzazione in Mali)
© Sputnik . Maria Lipatova
Mahamat Saleh Annadif, il capo della missione MINUSMA (la missione dell’ONU di stabilizzazione in Mali)

– Al Forum MEDays Lei ha parlato dell’ingerenza dei Paesi occidentali in Libia nel 2011 osservando con rammarico che in tale occasione la voce dell’Unione africana (UA) non fu ascoltata. A Suo avviso cosa bisognerebbe fare perché si cominciasse a tenere in maggiore considerazione la posizione dell’Unione africana?

– Si registra un miglioramento a livello di consultazioni preliminari, siano esse tra UE e UA o tra ONU e UA. Tuttavia, ciò che accadde in Libia si configurava come esterno a tali consultazioni. L’UA era contraria alle ingerenze in Libia. I capi di Stato africani si recarono a Tripoli, ma non fu loro permesso di entrare a Bengasi perché in quel momento erano operative le truppe della NATO. Quello fu un errore. Chiaramente l’ingerenza era giustificata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza, ma tale risoluzione era stata [ampiamente, NdR] interpretata. Voglio pensare che da quell’esperienza siano state tratte delle lezioni e che da allora la voce dell’Africa venga ascoltata sempre di più. Al momento durante le sedute del Consiglio di sicurezza le nazioni africane (che vengono chiamate A3 in contrapposizione ai P5, ossia i 5 membri permanenti del Consiglio) sono ascoltate. Si tratta di cambiamenti positivi.

– Lei ha anche parlato della necessità di riformare il Consiglio di sicurezza definendo “iniquo” l’assetto odierno. Sono parole forti…

– Sappiamo che l’assetto attuale del Consiglio di sicurezza si è venuto a creare dopo la Seconda guerra mondiale. Tale assetto fu stabilito dai vincitori. A partire dagli anni 2000 l’UA richiede un posto in qualità di membro permanente nel Consiglio e lo stesso fanno anche nazioni che sono uscite perdenti dalla Seconda guerra mondiale, come la Germania e il Giappone. Richieste analoghe le avanzano anche Brasile e India. Invitano a una riforma del Consiglio anche altri membri. Purtroppo, ad ostacolarla vi è il criterio del veto. Questo, infatti, non permette di instaurare relazioni internazionali più eque.

– Fra i cinque membri permanenti ve n’è qualcuno più inconciliabile degli altri?

– No, nessuno in particolare. Ciascuno di essi ha il proprio diritto di veto. E tutti loro convengono sul fatto che non sia necessario modificarlo.

– Parliamo del Mali. Al momento è presente una conflittualità manifestata dalla popolazione maliana nei confronti della missione MINUSMA la quale non li difende in maniera sufficiente. Cosa ne pensa delle preoccupazioni della popolazione?

– Dirò solamente che i maliani manifestano una ostilità che io posso capire. Per i maliani l’ingerenza militare è volta ad aiutarli a combattere il terrorismo. I maliani pensano che, qualora vi sia una minaccia in Mali, questa sia di stampo terroristico. Ma, quando arrivò l’ONU, l’intento era quello di stabilizzare una nazione distrutta senza più un governo e un esercito e in cui non vi era più unità nazionale. Noi abbiamo operato come una missione umanitaria con l’obiettivo di contribuire alla pacificazione, all’attuazione degli accordi stipulati in seguito al processo di pace di Algeri. Era necessario aiutare a ristabilire lo Stato di diritto e l’esercito e contribuire alla penetrazione delle forze di difesa e sicurezza verso Nord. Questi obiettivi rimangono ad oggi all’ordine del giorno…

– Ma rimane comunque la difesa dei civili come seconda priorità strategica prevista dalla risoluzione 2480 approvata a giugno di quest’anno…

– Ci hanno messo a disposizione un nuovo centro e da questo punto di vista il mandato potrà essere svolto in condizioni ottime. Ma non considerare la precedente crisi maliana significa non comprendere la situazione! Questa crisi è in primo luogo una crisi di matrice politica tra il centro e la periferia. Siamo al lavoro per risolverla. Il terrorismo è diventato una circostanza aggravante. Proprio per questo è fondamentale la presenza delle truppe dell’operazione Barkhane con le quali collaboriamo. Accogliamo con favore a nome del Segretario generale anche la creazione del gruppo G5 Sahel che purtroppo ad oggi non è stata ancora attuata. Tuttavia, riteniamo di avere dei ruoli ben precisi. E da questo punto di vista MINUSMA adempie al proprio mandato.

– Lei vorrebbe che la missione MINUSMA disponesse di un mandato più ampio di modo da avere più mezzi? Il Consiglio di sicurezza questa volta non ha incrementato il personale della Sua missione lasciandolo invariato: un massimo di 13.289 militari e 1.920 agenti di polizia.

– La questione non è quello che voglio io. Si tratta di una questione a livello di Nazioni Unite. Il Consiglio invierà un contingente per combattere i terroristi o per stabilizzare la situazione e conciliare le parti? Questa è una questione ancora aperta.

– Dunque, il mandato è di natura aggressiva o difensiva?

– Come Le dicevo, il dibattito tra i membri del Consiglio di sicurezza è ancora aperto.

– Ogni volta che il mandato viene prolungato, Lei si reca a New York. Di cosa parla con i membri del Consiglio di sicurezza?

– Cerco di far loro capire che il concetto di missione di pace dell’ONU che agisce nei luoghi in cui operano i terroristi non si adatta più al caso di specie. L’attuale mandato della missione MINUSMA non è adatto alla lotta al terrorismo. Ciò non significa che non possa essere utile per l’esecuzione di altri compiti come la stabilizzazione della situazione e la pacificazione.

– Oggi si parla sempre più della presenza di combattenti stranieri giunti dal Medio Oriente. Lei ce lo può confermare e, in caso affermativo, dispone di stime approssimative circa il numero di questi jihadisti?

– È difficile parlare di dati statistici! Si tratta di soggetti che arrivano per vie irregolari. Tuttavia, si sono già mostrati in qualche modo: nella regione del Sahel in generale e persino nella regione del lago Ciad da quando Boko Haram ha prestato giuramento allo Stato Islamico. E da allora si registra una rinascita della loro potenza. Ad esempio, i loro colpi vanno sempre a segno, i loro ordigni esplosivi improvvisati sono cambiati notevolmente! Insomma la loro potenza è decuplicata e oggi un camion blindato faticherebbe a uscirne vivo!

– Lei ha menzionato il G5 Sahel, la Barkhane, MINUSMA, si parla anche di una nuova operazione europea guidata dalla Francia. Cosa mi può dire delle forze armate maliane (FAMA)?

– Il Mali ha ancora bisogno della comunità internazionale. Innanzitutto vi sono le forze maliane di sicurezza e difesa il cui compito è garantire la sicurezza del Paese. Spesso si dice che tale compito non possa essere deferito dallo Stato a un altro soggetto. Tuttavia, sono fermamente convinto del fatto che il Mali abbia bisogno della solidarietà altrui. A tal proposito, preferisco parlare di “forze di sicurezza e difesa” e non meramente di FAMA di modo da non escludere gli agenti di polizia, di gendarmeria, ecc. Dunque, è fondamentale dare un assetto nuovo a questo insieme di strumenti volti a garantire la sicurezza e la difesa del Paese. Questo sistema è al momento in ricostruzione, ma è necessario che poi sia in grado di operare! Tuttavia, non è facile fare due cose contemporaneamente.

– Ad oggi qual è la sua stima dell’esecuzione degli accordi di pace, ossia la prima delle priorità strategiche sancite nella risoluzione 2480?

– Innanzitutto constatiamo che a conclusione degli accordi è seguito il cessate il fuoco stabilito dal governo e dai due movimenti firmatari degli accordi. MINUSMA ha il compito di assicurarsi che tale regime di condotta venga osservato. Ad oggi le parti coinvolte l’hanno osservato. Fra di loro non si registrano scontri. Continuiamo a supportare le autorità maliane di modo che possano operare nel Nord del Paese. Al momento più di 2.000 soldati sono in servizio in seno alle forze maliane di sicurezza e difesa. Stiamo valutando la possibilità di dispiegarli nel Mali settentrionale, ossia in un’area che conoscono bene, di modo che possano contribuire alla lotta al terrorismo.

– Fra la popolazione, nonché tra i rappresentanti dell’autorità statale regna il malcontento. In tali condizioni non è forse una forzatura la raccomandazione di supporto nell’esecuzione degli accordi di pace?

– Ad ogni modo non sono a conoscenza di alcuna missione di pace dell’ONU che abbia suscitato la benevolenza dei civili del Paese in cui operava. Le autorità locali spesso ritengono che si tratti di un attacco alla loro sovranità. Mentre i sentimenti dei civili sono influenzati dalla presenza delle forze dell’ONU nel Paese. Cerchiamo di tenere sotto controllo la situazione. Ma in un contesto simile la missione di pace dell’ONU rende possibile il dialogo tra i partner maliani e contribuisce all’organizzazione delle elezioni così come è stato nel 2018. Ma innanzitutto questa missione permette di fare in modo che il Mali continui ad essere all’ordine del giorno della comunità internazionale e che quest’ultima non se ne dimentichi. Ai cittadini maliani dico sempre questo: oggi nel mondo ci sono tante crisi! Facciamo in modo che la comunità internazionale non si dimentichi di noi! Dopotutto oggi il Mali serve alla comunità internazionale.

– Si percepisce forse un’ostilità da parte del governo maliano ad attuare gli accordi di pace?

– Noi notiamo che il processo viene attuato con lentezza. Quest’ultima può essere dovuta alla sfiducia reciproca tra le parti firmatarie degli accordi. Notiamo che buona parte della popolazione non ha ricevuto chiarimenti puntuali circa il contenuto degli accordi. In particolare, gli abitanti delle regioni centrali e meridionali del Paese non li hanno ancora accettati. Alcuni sostengono persino di essere stati esclusi dal dibattito sugli accordi e di non aver ricevuto alcuna spiegazione dopo la sottoscrizione di tali accordi. Questi cittadini si chiedono se veramente questi accordi fanno i loro interessi oppure se li hanno condannati ad essere una minoranza. Le risposte a tali domande non erano chiare. Proprio per questa ragione nel 2017 si è tenuta una conferenza di unità nazionale che ha permesso ai cittadini di comunicare e di capirsi meglio a vicenda. Inoltre, gradualmente si sta instaurando un dialogo nazionale inclusivo. E gli accordi di pace costituiscono uno degli argomenti al centro di questo dialogo. Per questo, voglio credere che il dibattito permetta a ciascuno di accettare gli accordi che, lo ricordo, concernono la pacificazione su tutto il territorio maliano e non solamente nell’area settentrionale.

** Durante gli ultimi due anni di presidenza di Hissène Habré (1989-1990) Annadif, ingegnere di formazione, rivestì la carica di segretario di Stato per l’Agricoltura. Sotto il governo di Idriss Déby fu a capo delle Telecomunicazioni internazionali del Ciad (Télécommunications internationales du Tchad, TIT) e successivamente dell’Ufficio nazionale delle poste e delle telecomunicazioni (Office national des Postes et Télécommunications, ONTP). Nel 1997 divenne ministro degli Esteri, il che diede inizio alla sua lunga carriera diplomatica, ivi incluso a livello internazionale. In quel periodo, però, Annadif rinunciò due volte all’incarico (2004-2006 e 2010-2012) per ricoprire la carica di consigliere del Presidente Idriss Déby.

Mahamat Annadif ha inoltre rivestito la carica di rappresentante permanente dell’Unione africana in seno all’Unione europea (2006-2010) e nel 2012 è stato designato rappresentante speciale dell’Unione africana per gli affari somali. In tale veste è stato a capo della missione AMISOM. Nel 2015 l’allora Segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, ha nominato Annadif capo della missione MINUSMA. In precedenza era stato sottoscritto l’Accordo di pace e tregua in Mali, noto alla stampa come processo di pace di Algeri. L’accordo fu sottoscritto nel 2015 dal governo maliano, dalla cosiddetta Plateforme des mouvements du 14 juin 2014 e dalla CMA (Coordination des mouvements de l’Azawad) per risolvere la crisi politica nel Paese. Tuttavia, dopo più di 4 anni dopo la sottoscrizione l’esecuzione degli accordi previsti costituisce ancora un problema.

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