11:57 09 Dicembre 2019
Boscimani

Gli scienziati hanno scoperto il luogo del “peccato originale”

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La specie Homo sapiens sapiens comparve circa 200.000 anni fa nel territorio del Bacino dello Zambesi nel Botswana nord-orientale. Questa la conclusione a cui è giunto un gruppo internazionale di scienziati che hanno analizzato il genoma mitocondriale di 198 soggetti africani attualmente in vita.

Questo ha scatenato discussioni fra gli esperti poiché vi è almeno un altro Paese che reclama di essere definito la culla dell’umanità. Sputnik ha cercato di capire dove risiedano veramente le radici dell’Homo sapiens sapiens e in che modo gli esperti stiano tentando di determinarne l’origine.

Numerosi Giardini dell’Eden

Nel 2017 alcuni paleontologi hanno rinvenuto in Marocco i resti di uomini dell’antichità, in tutto 22 frammenti di ossa e crani umani. A giudicare dalla forma e dalle dimensioni dei ritrovamenti, si trattava di un uomo, due donne e due bambini della specie Homo sapiens. Rispetto a noi questi esseri umani dell’antichità avevano una conformazione ossea più pronunciata, un cranio più allungato e un cervello meno sviluppato. Tuttavia, come hanno osservato gli scienziati, se questi ominidi si fossero vestiti alla maniera contemporanea, sarebbe stato difficile notarli tra la folla.

L’analisi isotopica sugli utensili da lavoro rinvenuti accanto ai resti umani li ha datati a circa 300.000 anni fa. Tale data coincide con quella del cranio rinvenuto in Sudafrica nel 1996 ed è di circa 100.000 anni superiore rispetto all’età dei resti di ominidi rinvenuti nel 2008 in Etiopia.

Dunque, tra i 200.000 e i 300.000 anni fa esemplari della specie Homo sapiens vivevano già in 3 differenti luoghi dell’Africa.

Da quale di questi insediamenti provenne l’Homo sapiens sapiens? È impossibile determinare in quale parte dell’Africa (meridionale, settentrionale od orientale) comparve per la prima volta. Gli autori dello studio hanno piuttosto suggerito che gli esemplari di questa specie non fecero la loro comparsa in unico luogo. L’uomo di oggi, infatti, sarebbe il prodotto dell’evoluzione comune di diverse popolazioni di esemplari del genere Homo.

La ricostruzione di un cervello di Homo sapiens dell’antichità, trovato in Marocco nel 2017
CC BY-SA 2.0 / Philipp Gunz, MPI EVA Leipzig /
La ricostruzione di un cervello di Homo sapiens dell’antichità, trovato in Marocco nel 2017

Contatti tra ominidi in Africa

Due anni dopo antropologi francesi e britannici hanno trovato conferma di quest’ipotesi. Gli scienziati hanno studiato le caratteristiche dei crani di varie specie di Homo, dagli ominidi più antichi vissuti circa 1,8 milioni di anni fa fino ai nostri contemporanei. In tutto sono stati presi in esame 263 campioni. Sulla base dei dati ottenuti i ricercatori hanno simulato l’aspetto che probabilmente aveva l’avo comune di tutti gli uomini di oggi.

È risultato che questo avo aveva più o meno la stessa nostra conformazione cerebrale, una fronte piuttosto alta e delle sopracciglia poco visibili. Per la maggior parte dei parametri considerati il cranio del nostro ultimo avo comune non differiva dai resti umani di 100.000 anni fa che gli scienziati identificano come appartenenti alla sottospecie Homo sapiens sapiens.

Gli scienziati ipotizzano che tra 200.000 e 350.000 anni fa in diversi luoghi dell’Africa si formarono popolazioni locali degli avi dell’uomo contemporaneo. Tali esemplari migravano continuamente all’interno del continente interagendo fra loro. Come conseguenza di questo stretto contatto circa 100.000-200.000 anni fa comparve l’Homo sapiens sapiens che abita sul pianeta ancora oggi.

Il maggiore contributo nel loro genoma e fenotipo fu dato dalle popolazioni dell’Africa meridionale e orientale. Mentre i resti umani rinvenuti in Marocco nel 2017 non hanno lasciato alcuna traccia nel DNA dell’uomo contemporaneo.

I primi furono i meridionali

Ricercatori svedesi e sudafricani alla ricerca dell’ultimo avo comune di tutti gli uomini hanno preso in esame il DNA dei Khoisan, tribù che si distaccò dal resto dell’umanità circa 100.000 anni fa, ossia poco dopo la comparsa dell’uomo come lo conosciamo noi oggi.

Gli scienziati hanno analizzato il genoma dei Khoisan che abitano nel deserto del Kalahari in Sudafrica e l’hanno messo a confronto con il genoma di 7 ominidi i cui resti risalenti a un periodo compreso tra 300.000 e 200.000 anni fa sono stati trovati in Africa meridionale. Nonostante il terribile stato in cui versavano le ossa i genetisti sono riusciti a estrarre sia il cromosoma Y ereditato dal padre sia il DNA mitocondriale ereditato dalla madre.

Questo si è rivelato sufficiente per confermare la parentela dei Khoisan contemporanei con gli antichi abitanti di questi luoghi e per calcolare la rapidità evolutiva dell’umanità.

È stato rilevato che gli avi comuni di tutte le popolazioni del mondo vissero intorno a 260.000-300.000 anni fa.

Sulla base dei risultati ottenuti, dei dati archeologici e dei resti rinvenuti in Africa meridionale, è possibile ipotizzare che l’uomo odierno comparve là dove abitano i Khoisan, sostengono gli autori dello studio.

Una culla dell’umanità contesa

Stando a un gruppo internazionale di antropologi e genetisti, l’Homo sapiens sapiens avrebbe effettivamente fatto la sua prima comparsa in Africa meridionale, ma non in Sudafrica, bensì nell’odierno Botswana nord-orientale.

Gli scienziati hanno analizzato il genoma mitocondriale degli africani odierni e hanno evidenziato i portatori della linea L0 la quale deriva dal più antico gruppo L, proprio dell’ultimo avo comune di tutti i popoli della Terra per via materna.

Si ritiene che questa ipotetica Eva visse più di 200.000 anni fa. In seguito la linea mitocondriale L si divise in due gruppi odierni, L0 e L1’6. I portatori del primo gruppo vivono ancora oggi in Africa, mentre coloro il cui genoma è riconducibile a L1’6 lasciarono l’Africa circa 70.000 anni fa.

Sulla base di tali dati i ricercatori hanno elaborato un albero filogenetico della linea L0 e sono riusciti a calcolare il luogo e il periodo della sua comparsa: 200.000 anni fa nel Bacino dello Zambesi. Oggi questa zona corrisponde all’area nord-orientale del Botswana.

Nella prima fase del Pleistocene l’area era occupata da un grande lago che in seguito perse volume e parte del precedente bacino venne occupata dal delta del fiume Okavango. La presenza di acqua dolce e la caccia permisero agli uomini dell’antichità di prosperare.

Tra 110.000 e 130.000 anni fa il clima di questi luoghi mutò e parte degli abitanti migrarono verso sud-ovest. Stando alle stime dei genetisti proprio in quel periodo dalla linea mitocondriale L0 si suddivisero gli altri gruppi. 

I detrattori di quest’ipotesi osservano, però, che innanzitutto si ignora l’esistenza di resti di esemplari di Homo sapiens sapiens risalenti anche a periodi precedenti (ossia i crani rinvenuti in Marocco nel 2017) e che, in seconda battuta, l’analisi del DNA mitocondriale permette di fare stime solamente su popolazioni singole e non su un’intera specie. Inoltre, la prima portatrice della L0 potrebbe anche aver fatto la sua prima comparsa in un luogo diverso dal Bacino dello Zambesi ed esservisi poi recata in un momento successivo.

Perciò, la questione dell’origine dell’uomo odierno rimane ancora aperta.

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