20:28 08 Dicembre 2019
Fumo fuoriesce da una centrale elettrica a Novosibirsk, Russia

Riscaldamento globale ormai inarrestabile. Ma non per la Russia!

© Sputnik . Alexandr Kryazhev
Mondo
URL abbreviato
2123
Seguici su

Non tutti hanno notato che da circa una settimana viviamo in una nuova realtà.

Il 4 novembre, in occasione del terzo anniversario dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi sul clima, gli USA hanno presentato un comunicato ufficiale all’ONU nel quale hanno annunciato l’inizio dell’uscita del Paese dall’Accordo e la sottrazione nell’arco di un anno agli impegni assunti da Washington. 

Questa decisione degli USA ha contribuito a creare una realtà del tutto nuova. Oggi gli USA sono responsabili del 14,3% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, mentre la Russia solamente del 4,9%. Tuttavia, l’uscita degli USA dal sistema di controllo delle emissioni di gas a effetto serra imporrà inevitabilmente una riflessione su decisioni analoghe prese da altre forti economie, in particolare dalla Cina (29,4% delle emissioni mondiali) e dall’India (6,8%).

La motivazione di tale riflessione è piuttosto evidente: a differenza del Protocollo di Kyoto che permetteva persino di negoziare le quote di emissioni, l’Accordo di Parigi prevedeva l’introduzione di una tassa sul carbonio (carbon tax). In forza di quest’approccio per tutte le merci prodotte in un dato Paese si sarebbe dovuta stabilire la cosiddetta impronta del carbonio che avrebbe funto da base per il calcolo della tassa. Tuttavia, destinatario della tassa sul carbonio non erano tanto le economie nazionali quanto il fondo Green Climate Fund con sede in Corea del Sud. Obiettivo principale del fondo era di ridistribuire a livello globale i fondi in favore di quelle imprese ed economie green il cui sviluppo sarebbe stato promosso grazie ai fondi esatti dalle imprese ed economie responsabili dell’utilizzo massiccio di carbonio.

Verso la metà degli anni 2010 la necessità di un simile fondo finanziario orientato a sostenere un’economia innovativa e verde si fece evidente: in un periodo in cui i prezzi degli idrocarburi erano bassi, i produttori di energia rinnovabile non riuscivano a far tornare i conti nemmeno con gli ingenti sussidi a loro dedicati. Ad esempio, gli anni peggiori per l’energia rinnovabile e le economie virtuose furono il 2009 e il 2016 quando il prezzo mondiale del petrolio scese ai minimi storici.

Al momento a livello mondiale si registra la stessa identica situazione, ma ora è causata dal basso costo del gas naturale: ad esempio, Enercom GMBH, il quarto maggiore produttore al mondo e il maggiore in Germania di impianti eolici, sta licenziando 3000 dei suoi dipendenti, ossia quasi l’intero personale della società. La ragione è che non ci sono nuove commesse: infatti, negli ultimi 12 mesi invece dei soliti 700 impianti la società ne ha prodotti e installati solamente 65. Adesso i tedeschi proveranno a entrare sul mercato mondiale, ma, visto e considerato l’approccio di Trump, questo potrebbe rivelarsi non facile.

Inoltre, questa attenzione artificiosa per l’economia verde è essa stessa viziata da condotte che falsano in modo significativo la cosiddetta “impronta del carbonio”. Ad esempio, in Olanda, Paese che vanta una elevata percentuale di produzione di energia rinnovabile, per compensare i picchi e i minimi di produzione di energia eolica e solare si impiegano su larga scala le centrali termoelettriche che bruciano pellet. Sono le stesse che in passato utilizzavano come materia prima il carbone. Parrebbe un idillio ambientalista! Ma come sempre è un dettaglio a guastare la festa. In Olanda non ci sono foreste e il pellet viene acquistato dagli USA. Dunque, se aggiungiamo alle emissioni derivanti dalla combustione di questo pellet anche il fatto che debba essere raccolto, preparato e che debba poi attraversare in volo mezzo mondo, allora otteniamo una quantità di emissioni persino maggiore di quella eventualmente emessa in sede di combustione di carbone locale.

Tuttavia, sulla carta l’impronta di carbonio è ridotta al minimo in quanto ai sensi di legge tutte le emissioni derivanti dalla combustione di pellet sono considerate “proprietà” di quella nazione in cui tali alberi sono stati abbattuti. Dunque, l’Olanda in questo sistema viziato ne esce con le mani pulite e l’intera impronta di carbonio derivante dal pellet combusto nelle centrali termoelettriche olandesi è in realtà imputata agli statunitensi. E ora che Trump è uscito dall’Accordo di Parigi, queste emissioni scomode possono essere comunque imputate agli USA facendo apparire l’Olanda al 100% pulita.

Tra l’altro la fabbrica statunitense che produce pellet è sita nel travagliato stato della California e anch’essa ha i suoi scheletri nell’armadio: infatti, la fabbrica è stata costruita violando tutta una serie di norme e andando contro l’opinione popolare. E poi gli alberi non vengono per nulla abbattuti nel modo in cui probabilmente vi sarete immaginati. Utilizzano per la segatura sovvenzionata tramite l’Accordo di Parigi non solo i rami, i ceppi da ardere o il legno morto, ma anche tronchi in ottimo stato che potrebbero essere impiegati in altro modo. Dunque, è stato proprio il meccanismo dell’impronta di carbonio a rendere possibile un paradosso simile.

Ad ogni modo non sarà possibile creare un’economia autosufficiente basata su fonti energetiche rinnovabili e sulle tecnologie ad esse correlate. Ad esempio, il francese Alexandre Laurent ha deciso di calcolare quanto costerebbe il passaggio a fonti di energia eoliche e solari nel caso in cui la Francia rigettasse il nucleare il quale ad oggi costituisce la principale fonte di energia elettrica nel Paese. È risultato che per la Francia questo comporterà un calo dei consumi di energia elettrica pari a 4 volte e che a quei ritmi la Francia registrerebbe valori simili a quelli di nazioni avanzate come la Nigeria e l’Egitto. Inoltre, Laurent è giunto alla conclusione che abbandonando le centrali elettriche alimentate a nucleare, carbone e gas la Francia farebbe la stessa fine della Germania che ha perso 500 miliardi di euro per il piano di rigetto dell’energia nucleare, ma come conseguenza ad oggi emette gas a effetto serra per kWh in quantità 9 volte maggiori rispetto alla Francia. 

Tale paradosso non è casuale: chiudendo le centrali nucleari che nel loro intero ciclo di produzione emettono solamente 6 grammi di CO2 per kWh, al loro posto è necessario impiegare impianti eolici (11 grammi di CO2 per kWh), centrali solari (80 grammi di CO2 per kWh). Inoltre, di notte e nelle fasi di riposo sarà necessario ricorrere a centrali termoelettriche (820 grammi di CO2 per kWh) e turbine a gas (420 grammi di CO2 per kWh), il che renderebbe del tutto inutile il passaggio alle energie rinnovabili e anzi riporterebbe la Francia indietro nel tempo di un secolo.

Inoltre, secondo Laurent, tale approccio giocherebbe a favore di Russia e Cina in quanto l’instabilità delle fonti rinnovabili renderà la Francia dipendente dai metalli rari di cui la Cina detiene praticamente il monopolio delle forniture. Inoltre, se sostituissimo le centrali nucleari con turbine a gas per la produzione di elettricità, la Francia rafforzerebbe la propria dipendenza dalle forniture di gas russo.

Sorge allora spontaneo chiedersi: cosa farebbe in una situazione simile la Russia?

A giudicare da quanto osservato, il tentativo di finanziare un’economia sostenibile con il pretesto dell’impronta di carbonio sta esalando gli ultimi respiri proprio sotto i nostri occhi. Il green è di per sé insostenibile e il sostegno extraeconomico fornito distrugge le fondamenta dell’impianto produttivo grazie al quale esiste l’uomo moderno.

Bene, e se affrontassimo la questione da un altro punto di vista? Ossia, se l’Accordo di Parigi sul clima stesse effettivamente morendo, la Russia dovrebbe forse guardare in maniera diversa all’imminente e inevitabile futuro in cui le temperature mondiali aumenteranno comunque di 2°C?

Se esaminiamo con attenzione le previsioni dell’IPCC, le cui conclusioni sono state poste a fondamento dell’Accordo di Parigi, è facile immaginarsi una “Russia 2050” che un domani seguendo l’esempio statunitense uscirà dall’Accordo sul clima e cesserà di investire fondi nelle sperimentazioni sul rinnovabile per investirli invece nell’economia basata sul carbonio.

In tale scenario nel 2050 Mosca avrà lo stesso clima che ha Krasnodar oggi: i moscoviti senza cambiare il loro stile di vita vivranno nelle medesime condizioni climatiche della Russia meridionale. Krasnodar, a sua volta, avrà un clima paragonabile alle odierne Pisa o alla città georgiana di Kutaisi, dove invece si registreranno temperature secche subtropicali. La città russa di Ghelendzhik e la georgiana Batumi presenteranno un clima subtropicale umido. San Pietroburgo avrà un clima paragonabile all’odierna Vladivostok. Dovremo però scordarci del cielo plumbeo di San Pietroburgo. Nel 2050 il clima subartico di Surgut si trasformerà in quello di Nizhny Tagil. E persino la città più fredda della Russia, Yakuts, avrà un clima simile a quello di Chita.

Tuttavia, bisogna ricordare che i combustibili fossili (petrolio, gas, carbone) sono esauribili. L’epoca a base di carbonio potrebbe finire già verso il 2050 chiaramente non sotto forma di giacimenti di gas e petrolio “a secco” o miniere di carbone “vuote”. Semplicemente petrolio, gas e carbone saranno in quel momento storico molto più cari rispetto ad oggi. Ma non c’è di che preoccuparsi: come già detto, il green non è un’energia conveniente e l’elevato valore dei combustibili fossili non fa che giocare a suo favore.

Allo stesso modo il riscaldamento globale gioca a favore della Russia. Un Paese in cui nella maggior parte delle grandi città l’inverno dura 4-5 mesi l’anno (e da qualche parte anche 6 mesi), un Paese che per il riscaldamento d’inverno si colloca al secondo posto al mondo per consumo di gas naturale. Questo Paese dovrebbe forse essere tra le fila di chi lotta contro il riscaldamento globale sebbene quest’ultimo sembri inevitabile. Infatti, le riserve di combustibili fossili russi si esauriranno per la maggior parte verso il 2050. Per questo, è meglio affrontare tale spiacevole situazione nel clima di Krasnodar piuttosto che in quello di Surgut.

Tags:
Riscaldamento globale, clima
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik