23:48 15 Novembre 2019

La guerra in Libia continua anche senza Gheddafi

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La situazione in Libia rimane tesa: il doppio governo venutosi a creare nel Paese ostacola l’avvio del processo di pacificazione. Entrambi i governi approfittano di questa incertezza perché permette loro di ottenere profitti dalla vendita di petrolio, la principale risorsa nazionale.

Nonostante la guerra, del petrolio non ci si scorda

El-Sharara è il più grande giacimento petrolifero della Libia e si trova a 700 km a sud di Tripoli. Durante il periodo di Gheddafi a El-Sharara venivano estratti fino a 300.000 barili al giorno. Gli altri giacimenti si trovano nelle regioni orientali e hanno una produttività poco inferiore a quella di El-Sharara.

Prima della guerra civile nel 2011 dal sottosuolo libico venivano estratti fino a 1,6 milioni di barili di greggio al giorno. Per riserve note (29,5 miliardi di barili) il Paese occupa la prima posizione in Africa e la quinta tra i Paesi dell’OPEC.

Dopo la caduta della Repubblica popolare e le ritorsioni contro il suo leader le estrazioni subirono una riduzione di un terzo. Ma persino nel periodo più grave il petrolio continuava ad arrivare nei porti del Mediterraneo da dove partiva diretto per l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania.

I partecipanti alla resistenza che continuò in assenza di Gheddafi tentarono di prendere il controllo sulle rotte del petrolio. Più volte fu dato l’ordine di distruggere tubature degli oleodotti per privare il nemico dei mezzi di sostentamento. Durante gli anni della guerra, così come in tempo di pace, i proventi derivanti dal petrolio rimasero la fonte principale per il bilancio statale.

Poster con l'immagine di Gheddafi
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Le società petrolifere straniere, che si erano trasferite in Libia durante il periodo di Gheddafi, interruppero la loro attività solamente durante il periodo più duro dei combattimenti. Mentre la francese Total e l’italiana ENI continuarono ad operare senza interruzioni. Attiva era anche la Società petrolifera nazionale libica (NOC) guidata da Mustafa Sanalla già prima del conflitto.

Doppio governo del petrolio

La lotta dei gruppi armati tra loro contrapposti portò nel 2014 all’instaurazione in Libia di un doppio governo. Tripoli e le regioni occidentali adiacenti alla capitale erano controllate dal Governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore locale Fayez al-Sarraj. Il consiglio dei ministri da lui formato ottenne il riconoscimento internazionale.

La parte orientale del Paese fu presa sotto l’ala del general Haftar, amico e commilitone di Gheddafi. L’esercito nazionale libico da questi sostenuto contribuì a prendere il controllo dei giacimenti petroliferi e degli oleodotti di Tobruk, Bengasi e Agedabia privando così il governo di Tripoli dei proventi petroliferi.

Ma la comunità internazionale si rifiutò di avere a che fare con il generale. Nel 2016 contro Haftar e i suoi seguaci furono introdotte sanzioni che vietavano l’acquisto di greggio da membri del governo orientale.

La caduta dell’ex Repubblica popolare colpì anche Europa, USA e Cina, ossia i principali consumatori di greggio libico. Ciò spinse le società petrolifere straniere a cercare modalità per aggirare le sanzioni. In gioco vi era la sicurezza energetica non tanto della Libia, quanto dell’Unione europea.

L’oro nero unisce

L’uscita da questo tunnel fu trovata piuttosto rapidamente. Le parti non dovettero nemmeno fare minacce perché l’oro nero ritornasse ad approdare nei porti europei. Riconoscendo la dipendenza reciproca, Oriente e Occidente con la mediazione della NOC giunsero a un compromesso. In sostanza, stando a quanto pattuito, tutti gli affari pertinenti il settore petrolifero venivano da quel momento in poi conclusi da funzionari del governo di Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Contro tale governo non erano introdotte sanzioni, dunque gli importatori stranieri erano in grado di tornare a fare affari in maniera legittima. Ad Haftar offrirono una quota cospicua dei proventi. L’esercito nazionale libico, sebbene fosse finanziato da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, necessitava di ulteriori fondi. Haftar capì che i proventi petroliferi, sebbene ottenuti tramite Sarraj, avrebbero rafforzato l’indipendenza economica della Libia orientale. Dunque, accettò il compromesso.

Nel Paese cominciarono a ritornare le società petrolifere occidentali. Molte ampliarono i propri progetti di estrazione e raffinazione del greggio. Il comparto energetico ottenne diversi investimenti. Tutti gli affari erano, dunque, del tutto legittimi e le sanzioni contro il governo orientale non ostacolarono nessuno.

Il direttore della NOC, Mustafa Sanalla, forte del sostegno della francese Total, dell’italiana ENI, della tedesca Wintershall e dell’austriaca OMV, dichiarò di voler superare l’operato di Gheddafi portando l’estrazione di greggio fino a un volume di 2 milioni di barili al giorno.

“È necessario preservare il comparto energetico da tutti i conflitti armati e politici”, affermò Sanalla. La maggior parte delle società straniere gli diede retta. Nessuno fece una piega per il fatto che nel frattempo la guerra in Libia non è finita.
Parola agli esperti

L’estrazione e la raffinazione del greggio continuarono anche durante la primavera quando Haftar si accinse ad attaccare Tripoli. Secondo Stanislav Kudryashov, rappresentante della NOC in Russia, furono proprio i regimi di fornitura del petrolio libico all’estero ad ostacolare il generale nella presa della capitale.

“Tutti i contratti per l’esportazione del petrolio sono concentrati nelle mani di Sarraj. L’impossibilità di vendere direttamente le risorse energetiche divenne un elemento invalidante per Haftar a Tripoli. Il generale capì che, anche se avesse preso la capitale e deposto il Governo di unità nazionale, si sarebbe privato anche di quei proventi che invece sta percependo grazie agli accordi pattuiti. La comunità internazionale non riconoscerebbe rapidamente la legittimità di Haftar né rimuoverebbe le sanzioni”, spiega Kudryashov.

L’esperto ipotizza che l’Esercito nazionale libico deciderà di attaccare Tripoli solamente una volta ricevute delle garanzie di un riconoscimento da parte delle forze esterne.

“Quando venne elaborato il regime ad oggi in vigore per la fornitura di petrolio, il governo orientale fu intenzionalmente privato di qualsivoglia diritto. Sarraj, così, mantenne il controllo sulle risorse energetiche e salvaguardò il proprio governo dall’attacco di Haftar”, spiega Kudryashov.

L’esperto è convinto che la situazione venutasi a creare intorno al petrolio libico sia vantaggiosa per tutti e che nessuno sia interessato a far cessare il conflitto.

“Le società europee e statunitensi comprano petrolio a prezzi molto vantaggiosi. Mentre sul mercato mondiale in media il greggio costa 60 dollari al barile, le autorità libiche vista l’instabilità sono ben contente di venderlo anche a 30 al barile. Chi rifiuterebbe del petrolio così conveniente anche se ne va della pace e della stabilità della Libia?”, si chiede Kudryashov.

Kirill Semenov, direttore del Centro di studi islamici presso l’Istituto di sviluppo innovativo, non è del tutto d’accordo.

“Se si porrà fine alla contrapposizione tra governo orientale e occidentale in Libia, l’infrastruttura energetica riceverà stimoli per rimodernarsi. Gli investitori investiranno lautamente in nuovi oleodotti”, spiega il politologo a Sputnik.

L’esperto ritiene che nei combattimenti per la presa della capitale la superiorità militare era in mano a Sarraj, per questo il generale Haftar si è ritirato. I regimi di fornitura del petrolio in quel caso non erano la cosa più importante.

“I battaglioni armati di Misurata che difendevano il governo di Sarraj sono stati in grado di colpire i porti petroliferi di Haftar in primavera. Questo può essere fatto anche oggi. Ma lo farebbero per niente. Infatti, Haftar non potrebbe comunque vendere petrolio da solo”, osserva l’esperto.

L’esperto non dibatte comunque sul fatto che nelle condizioni attuali tutte le parti contrapposte vivacchino grazie alle risorse energetiche.

“Il tratto che distingue il conflitto libico da quello siriano, ad esempio, è che il petrolio non è il fattore divisivo. Al contrario, l’oro nero unisce e così potrebbe essere per lungo tempo”, sostiene Semenov.

Le speranze per la risoluzione del conflitto libico e delle controversie circa il petrolio sono legate, secondo Semenov, alla Conferenza di Berlino per la pacificazione delle parti. Ma l’esperto teme che, non appena saranno annunciate le date per la Conferenza, Haftar attaccherà nuovamente Tripoli.

“Il primo tentativo fu intrapreso dal generale dopo che era stato trovato un accordo sui termini per la conferenza nazionale sull’uscita politica dalla crisi libica. La maggior parte dei Paesi, Russia compresa, riconosce la legittimità del governo di Sarraj. Haftar, dunque, capisce che in un eventuale nuovo ordine lui molto probabilmente sarebbe escluso. Ecco perché sta tentando di minare il processo di pacificazione”, conclude il politologo.
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