22:47 11 Dicembre 2019

Una compressa contro l’obesità: come dimagrire senza dieta

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Il peso in eccessi spesso è legato a un’incontrollabile passione per il cibo e a una predisposizione genetica. Alcuni prodotti fanno letteralmente scattare filamenti di DNA che regolano l’attività neuronale nel centro cerebrale della sazietà.

Le persone faticano a gestire un appetito eccessivo e i chili in eccesso portano con sé problemi cardiaci, metabolici e di pressione. Sputnik oggi cerca di capire se vi è un modo per sconfiggere l’obesità.

Quando essere grassi è un vantaggio

Nel 2015 taluni ricercatori statunitensi, intenti a condurre esperimenti su cavie da laboratorio, hanno appurato che cibi grassi e dolci inducono gli animali a mangiare di più di quanto sia loro necessario per essere sazi. I grassi influiscono sul gene mTORC2, responsabile della trasmissione di segnali tra i neuroni all’interno del centro cerebrale della sazietà, ossia l’ipotalamo, e le strutture atte alla produzione di dopamina, ossia l’ormone del piacere. Si creava un circolo vizioso: le cavie ingerivano cibi grassi che impattavano l’ipotalamo e inducevano gli animali a mangiare di più, il che, a sua volta, complicava sempre di più il funzionamento cerebrale.

Un meccanismo simile è stato evidenziato negli Astyanax mexicanus, pesci albini ciechi che vivono in grotte sperdute nel Messico nordorientale. Per via di una mutazione nel loro DNA il gene MC4R, responsabile della codifica della leptina, non è attivo. Questo ormone reprime l’appetito e la sintesi di insulina nel cervello. Quando tale ormone è assente o è presente in quantità esigue, come nel caso di questi pesci, gli animali soffrono di obesità e avvertono continuamente una sensazione di fame.

Questi pesci mangiano circa una volta all’anno quando grazie alle inondazioni le grotte si riempiono di cibo. Grazie ai bassi livelli di leptina che hanno provocato la mutazione i pesci non muoiono di fame e sembrano persino più in carne rispetto ad esemplari della stessa specie i quali vivono in bacini idrici in superficie. In condizioni di laboratorio, però, gli esemplari delle grotte dopo due mesi senza cibo sono dimagriti due volte più lentamente rispetto agli esemplari della stessa specie che presentano invece il gene MC4R.

Le alterazioni nel funzionamento del gene mTORC2 e la mutazione dell’MC4R agiscono in maniera analoga nell’uomo. Stando ad alcuni ricercatori dell’Università di Harvard, l’uomo come specie animale era inizialmente propenso all’obesità. La ragione sarebbe la mancanza di cibo. Dopotutto, dal punto di vista evolutivo è molto vantaggiosa la capacità di consumare in una sola volta un grande quantitativo di calorie e poi riuscire a conservarle sotto forma di grasso. Oggi, però, l’uomo ha accesso pressoché illimitato a cibi altamente calorici, il che ha provocato un’epidemia di obesità.

Interruttore dell’appetito

Una delle possibili vie d’uscita dalla trappola evolutiva è stata proposta da alcuni biologi statunitensi. Questi hanno scoperto nell’ipotalamo un gruppo di cellule in grado di codificare i segnali di fame e di sazietà, i cosiddetti neuroni AgRP. Queste cellule secernono un grande quantitativo dell’ormone omonimo che stimola l’appetito e impatta il metabolismo. Come hanno recentemente dimostrato alcuni scienziati giapponesi, proprio questo neuropeptide induce soggetti già sazi a continuare a mangiare e soggetti affamati a scegliere cibi dolci e grassi ad alto contenuto calorico.

Studiando il cervello delle cavie, gli scienziati hanno osservato che l’ormone dell’appetito attiva solamente quelle cellule dell’ipotalamo che sono ricoperte da recettori di tipo MC4R.

Tra i numerosi neuroni MC4R i biologi ne hanno evidenziato un gruppo direttamente legato alle cellule nervose dell’appetito. Queste si trovavano in un’altra parte dell’ipotalamo. La loro disattivazione nel cervello delle cavie provocava lo stesso effetto generato dall’attivazione dei neuroni AgRP: in sostanza, le cavie continuavano a mangiare senza raggiungere il senso di sazietà. L’attivazione delle cellule MC4R, invece, induceva gli animali a rifiutare il cibo anche se questi avevano mangiato per l’ultima volta 3 o 4 giorni prima.

Gli autori dello studio al momento stanno lavorando a un medicinale in grado di attivare questo gruppo di neuroni. Tale farmaco diverrebbe una buona alternativa alle diete.

Il caffè contro l’obesità

Sulla creazione degli agonisti del recettore MC4R, ossia sostanze che attivano il recettore e in tal modo reprimono l’appetito, gli scienziati dibattono da alcuni anni.

Numerosi test, anche sull’uomo, hanno evidenziato gravi effetti collaterali quali l’aumento della pressione arteriosa e disfunzioni cardiache.

In verità, i volontari che hanno preso parte ai test sono comunque dimagriti.

Stando agli esperti dell’Università di Cambridge, è possibile evitare gli effetti collaterali introducendo nella composizione del farmaco la proteina beta-arrestina che induce la variante necessaria del gene MC4R a mantenere attivato il recettore per tutto il lasso di tempo interessato. I portatori di tale mutazione pesano in media 2,5 kg in meno rispetto agli altri soggetti e soffrono di diabete di tipo 2 e di attacchi ischemici con una frequenza 2 volte inferiore.

Finché però non vi saranno questi farmaci magici, i ricercatori propongono di controllare l’appetito grazie al comune caffè. L’esperimento a cui hanno preso parte 50 volontari di età compresa tra i 18 e i 50 anni ha dimostrato che piccole dosi di caffeina assunte prima dei pasti riducono il senso di fame. I soggetti che avevano bevuto mezza tazzina di caffè 30 minuti prima di fare colazione hanno mangiato durante il pasto il 10% in meno di coloro che ne hanno bevuta una tazzina intera o che non hanno bevuto per nulla la bevanda.

Sono riusciti altresì a moderare il proprio appetito quei volontari che hanno passato molto tempo a guardare fotografie di cibo sui social media. In particolare, l’esito migliore è stato osservato con i cibi salati. I partecipanti all’esperimento che avevano visionato fotografie di patatine, cracker e panini non avvertivano il senso di fame e non hanno fatto lo spuntino.

Tags:
dieta, Medicina
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