22:46 11 Dicembre 2019
 Abdulhadi Ibrahim Lahweej, ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Governo provvisorio libico

A Roma parla il ministro di Haftar: "quando libereremo Tripoli si risolverà il problema migranti"

© AP Photo / Michel Euler
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Per Lahweej il problema dei migranti è un problema di sicurezza, che non potrà essere risolto finché Tripoli non sarà liberata. Le parole del ministro degli Esteri del governo di Tobruk, intervenuto a Roma durante il convegno "La Situazione in Libia, Terrorismo, Economia e Immigrazione".

Abdulhadi Ibrahim Lahweej, ministro degli Esteri della Cooperazione del governo provvisorio, avverte Roma e Tripoli: un errore sostenere Al Sarraj, perché oggi la capitale “è controllata dalle milizie e fino a quando la situazione resterà tale, sulle vostre coste arriveranno i barconi con i migranti”.

A Roma per un evento organizzato dall'Istituto Friedman, a cui partecipa come relatore e durante il quale ha incontrato parlamentari e la stampa, il ministro di Haftar spiega che la crisi libica non è politica, ma è una crisi di sicurezza, destinata a divampare in tutta l'area mediterranea e poi nel mondo. 

 “Per uscirne e traghettare il Paese verso una nuova Libia bisogna risolvere il caos delle armi, alimentato dall’assenza del governo da Tripoli. Ci sono 21 milioni di pezzi d’armi, una buona parte di queste arriva alle milizie della capitale dal Qatar e dalla Turchia”, spiega.

Il governo di Al Sarraj, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale, al punto da aver preso parte alla scorsa Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non è riuscito a stabilizzare il paese. Il governo di Tripoli controlla il territorio attraverso milizie che “lucrano sull’immigrazione e il traffico di esseri umani”, denuncia Lahweej. "Ci sono 21 milioni di pezzi d’armi, - denuncia - una buona parte di queste arriva alle milizie della capitale dal Qatar e dalla Turchia”.

Non è possibile, rimarca, far sorgere uno stato democratico da una tale situazione di instabilità. “Le nostre forze armate hanno creato stabilità a Bengasi. Ora abbiamo un programma per liberare Tripoli e raccogliere tutte le armi, istituire il governo del popolo”, ha affermato il ministro. “Vogliamo un paese nuovo, democratico, che rispetti gli esseri umani, senza prigioni. Un governo dove vige la legge, dove non ci siano più immigrazione e traffico di esseri umani”.
Il "modello Tobruk", quello implementato nella Libia di Haftar, è “sicuro, efficiente, capace di creare occupazione, economicamente florido e libero da ogni minaccia di terrorismo”, controllato dall'unico governo libico "legittimato dal popolo, che lo ha eletto".

“Non ci sono partenze dalle coste dei territori controllati dal nostro esecutivo, perché noi siamo responsabili, il nostro Parlamento è responsabile. Le nostre forze armate proteggono coste e confini”, specifica. 

Infine invoca una continuità dei rapporti tra Italia e quella Libia governata da Gheddafi, gli accordi stipulati nel 2008 che rinsaldavano le relazioni tra i due paesi, a lungo interrotti. Accordi il cui ripristino servirà a risolvere definitivamente il problema degli sbarchi, che ha bisogno di “una soluzione definitiva al problema dell’immigrazione, perché quella di bloccare in mare i barconi con i migranti non funziona”. Un soluzione che metta fine alle "milizie e bande fuorilegge" e al rumore delle pistole", per la creazione di un paese "democratico, civile, aperto a tutti". 

“Vogliamo riconfermare il Trattato di amicizia Italia-Libia del 2008. Desideriamo che anche l’Italia, che è un paese amico, investa da noi, come già fanno nel nostro territorio alcune società americane e cinesi”, conclude.

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Migranti, crisi in Libia, Libia, Italia
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