02:41 20 Novembre 2019

Venere: il primo pianeta abitabile?

© Foto: ESA/MPS/DLR-PF/IDA
Mondo
URL abbreviato
2104
Seguici su

Su Venere potrebbero esserci degli oceani, l’ossigeno e la vita. Non è da escludere che sul pianeta vivano ancora oggi dei microrganismi.

La corrispondente di Sputnik, in occasione del seminario congiunto con la NASA tenutosi presso l’Istituto di studi spaziali dell’Accademia nazionale russa delle Scienze (RAN) dedicato alla scelta del luogo di atterraggio della sonda Venera-D, ha appurato come fosse il pianeta subito dopo la formazione del Sistema solare.

Venere come esopianeta

Com’è nata la vita nel Sistema solare? È presente la vita nell’Universo? Queste sono oggi le questioni più scottanti dell’astronomia. Gli scienziati stanno cercando corpi celesti analoghi alla Terra sui quali possano essere rilevate tracce di acqua in forma liquida. Fra questi corpi vi è un pianeta molto simile per dimensioni e massa al nostro, ossia Venere. Si ritiene che la Terra e Venere si siano formati nella stessa area del disco protoplanetario, dagli stessi materiali, ma in seguito si sono sviluppati in maniera diversa. La Terra è circondata da un’atmosfera che contiene circa il 20% di ossigeno. È caratterizzata da un moderato effetto serra e dalla presenza di oceani che ne rendono la superficie adatta alla vita. Venere, invece, è circondata da un rivestimento di CO2, sulla sua superficie presenta una temperatura di circa 500°C per via del significativo effetto serra e della pressione pari a 92 atmosfere.

Con sorpresa degli scienziati si è scoperto che le condizioni rilevate su 50 esopianeti comparabili per dimensioni alla Terra dovrebbero essere più simili a quelle di Venere. Venere per poco non rientra nei parametri per essere considerato pianeta abitabile: infatti, nella sua orbita la luce del Sole è sufficientemente forte da far evaporare l’acqua. Venere riceve più energia dal Sole di quanto TRAPPIST-1d, uno degli esopianeti più promettenti per la ricerca della vita, non ne riceva dalla sua stella, una nana rossa. Questo esopianeta si trova invece al limite dell’area di abitabilità a differenza di Venere.

Poiché in un prossimo futuro non saremo in grado di ottenere dati diretti circa le condizioni presenti sugli esopianeti (tutti i dati saranno indiretti o verranno ottenuti da remoto), Venere costituisce l’alternativa migliore per lo studio evolutivo dei pianeti e delle condizioni di abitabilità.

Come ha osservato Michael Way del Goddard Space Flight Center della NASA, Venere è molto importante per gli studi astrobiologici. A tal proposito gli scienziati si trovano concordi. Infatti, è necessario capire come si sia formata la sua atmosfera, quale sia stata la storia della sua superficie e quali temperature abbia registrato in passato.

La questione di abitabilità di Venere si basa sull’esistenza o meno sulla sua superficie di acqua allo stato liquido. Indirettamente questa possibilità è prevista dall’insolito rapporto tra il contenuto di deuterio e quello di idrogeno, molto superiore a quello terrestre e scoperto per la prima volta dalla sonda statunitense Pioneer nel 1978 e confermato dalla sonda europea Venus Express. Questo si può così spiegare: sul pianeta in passato vi erano enormi oceani, poi evaporati; l’idrogeno leggero allora ha lasciato l’atmosfera in seguito alla dissociazione delle molecole d’acqua. Quando evaporarono gli oceani e per quale ragione? Le risposte a queste domande possono essere date solamente da una futura missione su Venere volta a raccogliere dati sugli elementi volatili presenti nell’atmosfera e sulla superficie del pianeta, secondo Way.

Troppo acido

Le sonde Venus, Pioneer e Vega hanno dimostrato che nell’atmosfera di Venere vi sono 3 strati di nubi dense di acido solforico. Lo strato superiore è chiaramente visibile dalla Terra grazie a metodologie come l’osservazione astronomica in infrarosso. Sotto allo strato superiore vi sono quello intermedio e quello inferiore che non si vedono in maniera diretta dal momento che lo strato superiore non è trasparente.

“Ogni sostanza, ad eccezione dell’ossido di zolfo (SO2), assorbe le radiazioni solari nell’atmosfera di Venere? Gas, particelle solide e cos’altro?”, si chiede il planetologo Sanjay Limaye della University of Wisconsin-Madison (USA).

Vi sono 2 ipotesi: lo squilibrio chimico dell’atmosfera e i microrganismi presenti nelle nubi. Se si riuscisse a trovare del metano, questo sarebbe un segnale a favore della seconda ipotesi. Sulla Terra questo gas è per la maggior parte di origine biogenica.

La maggior parte delle specie di microrganismi sulla Terra si nutre di composti solforici invece che di ossigeno. Se batteri di questo tipo fossero stati a bordo delle sonde sovietiche e russe le quali hanno attraversato l’atmosfera di Venere, tali batteri avrebbero potuto adattarsi alla vita negli strati nebulosi più superficiali del pianeta, secondo Limaye.

Il dottore di ricerca in scienze biologiche Oleg Kotsyurbenko dell’Università statale Yugorsky ci ha parlato dei parametri rilevabili negli strati nebulosi di Venere. A differenza della superficie molto calda, nell’atmosfera le temperature sono meno elevate. A quota 50 km si registra una temperatura di soli 50°C, del tutto accettabile per la vita di microbi di questo tipo. La pressione è di 2 atmosfere. In queste condizioni vivono i batteri termoacidofili, che abitano solitamente nelle solfatare o sui fondali marini.

Sarebbero in grado di vivere nelle nubi di Venere e creare comunità autonome, secondo Kotsyurbenko. L’unico problema è che il pH medio è di 0,3, ossia a un livello troppo basso per gli organismi terrestri.

Il giovane pianeta Venere come culla della vita

In età pre-satellitare i naturalisti pensavano che Venere fosse simile alla Terra, che sul pianeta vi fosse un’atmosfera sulfurea, nonché nubi di vapore acqueo. David Grinspoon ricorda la delusione provata dagli scienziati nel 1967 quando la sonda Mariner trasmise i dati rilevati dal rivestimento nebuloso di Venere. Fu chiaro che l’atmosfera non era per nulla adatta alla vita.

Nel 1997 lo scienziato fece pubblicare il manoscritto del libro “Venus revealed” (Venere svelata) in cui ventilava la possibilità che esistessero batteri acidofili negli strati nebulosi sulfurei del pianeta.

Si sarebbero nutriti dell’energia prodotta in sede di reazioni chimiche e fotochimiche rese possibili grazie al vulcanismo.

L’agente assorbitore di ultravioletti sarebbe probabilmente un pigmento fotosintetico prodotto dal loro metabolismo, ipotizza Grispoon. I microbi si riprodurrebbero con l’ausilio di spore che riescono a sopravvivere alle condizioni più severe e che fungono da semi per la creazione di particelle gassose di anidride solforica. Queste spore incidono sulle proprietà riflettenti e luminose delle nubi e, probabilmente, anche sulla loro dinamica.

Queste ipotesi sono sembrate al redattore del libro troppo speculative tanto che andavano a minare la credibilità dell’intero libro. Il redattore chiese allora all’autore di eliminarle, ma l’autore si rifiutò.

Grispoon ritiene che le nubi di Venere siano molto più durature e stabili di quelle sulla Terra: infatti le particelle gassose in esse presenti durano per mesi prima di cadere verso il basso. Nello strato superiore si creano particelle di dimensioni inferiori al micron e anche leggermente più grandi. Le gocce ancora più grandi si trovano, invece, nello strato inferiore: il loro diametro raggiunge i 7 micrometri.

Nello strato inferiore sono presenti particelle di natura sconosciuta le quali sono in grado di assorbire quasi la metà del calore che il pianeta riceve dal Sole. Probabilmente si tratta di composti a base di zolfo o cloro, ma ad oggi non è ancora stato possibile osservarle. Inoltre, la capacità assorbente di questo strato muta nel tempo e nello spazio. Questo punto deve ancora essere spiegato: infatti, l’ipotesi dei microrganismi coesiste insieme ad altre.

Sul giovane pianeta Venere miliardi di anni fa le condizioni erano forse persino migliori di quelle sulla Terra. Forse fu Venere il primo pianeta abitabile?

Quando evaporò l’acqua su Venere?” è una domanda cruciale, secondo Grispoon. Lo scienziato la pensa così: finché il nucleo del pianeta era attivo, vi era un oceano di magma fuso, sulla superficie del pianeta i vulcani espellevano lava e c’era anche dell’acqua; il vapore acqueo andò a formare un’atmosfera acqueo-sulfurea.

Nelle prime fasi di sviluppo Venere, la Terra e Marte erano in grado di scambiarsi materiali, anche biologici. Ma quando circa 2-3 miliardi di anni fa su Venere cominciò a evaporare l’acqua, i suoi abitanti si adattarono a vivere nelle nubi sulfuree.

“Per i primi due miliardi di anni la Terra aveva probabilmente due vicini con degli oceani sulla superficie e con forme di vita”, ipotizza lo scienziato.
Tags:
Spazio, Spazio, Venere
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik