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08:40 13 Novembre 2019
L'Universo

Scienza e pessimismo - scienziato inglese ‘dimostra’ che siamo soli nell’Universo

CC0 / Pixabay
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Il noto paleontologo Nicholas Longrich, dell'Università britannica di Bath, ha pubblicato uno studio nel quale afferma che molto probabilmente la nostra sarebbe l’unica civiltà intelligente nell’Universo. Proprio nessuna speranza?

Da sempre la scienza si pone il quesito - possibile che ci siamo solo noi nell’Universo?

Se da una parte abbiamo l’equazione di Drake, secondo la quale, visto il numero di galassie, di stelle per galassia, di pianeti per stella, dovrebbero esserci una quantità enorme di pianeti abitati da forme di vita e, tra queste, alcune forme dovrebbero necessariamente essere intelligenti, magari anche più della nostra, dall’altra parte abbiamo il paradosso di Fermi che si può riassume nella semplice seguente: “se davvero l’Universo pullula di tanti intelligentoni, com’è che non si vede nessuno dalle nostre parti?”

Ebbene, giunge dall’Università di Bath, in Inghilterra, l’ultima clamorosa rivelazione in materia – semplicemente la nostra con ogni probabilità sarebbe l’unica forma di vita intelligente dell’Universo. Siamo solo noi, insomma, scrive il paleontologo Nicholas Longrich nella pubblicazione per ‘The Conversation’, media australiano di Melbourne che si occupa di divulgazione scientifica in quattro lingue.

Lo scienziato parte dalla considerazione che sì, i mondi possibili sono tantissimi, ma anche le combinazioni che hanno portato alla nostra evoluzione sono state un terno all’otto. Molte acquisizioni evolutive significative, come fotosintesi, multicellularità e intelligenza, sono state uniche e incredibilmente improbabili. Longrich osserva che tutti i grandi cambiamenti evolutivi, chiamati aromorfosi, si sono verificati a grandi intervalli e sono avvenuti non perché in natura sarebbero stati automatici ma semplicemente per una combinazione del tutto casuale ed irripetibile. Ad esempio, la fotosintesi è apparsa 1,5 miliardi di anni dopo la formazione della Terra, le cellule complesse dopo 2,7 miliardi, animali complessi - dopo 4 miliardi di anni. Per l'emergere dell'intelligenza umana, ci sono voluti 4,5 miliardi di anni.

Longrich ritiene che tutta la serie di acquisizioni evolutive uniche che hanno portato alla nascita dell'uomo possano essere considerate una serie di vincite alla lotteria, la cui probabilità complessiva può essere trascurabile.

Secondo il paleontologo quindi, a parità di condizioni su altri pianeti non è affatto detto che possano essere accadute le stesse cose che sono accadute da noi e ciascuna delle aromofosi che ci sono volute per arrivare a noi aveva in realtà solo un uno per cento scarso di probabilità di verificarsi. Moltiplicando tra loro queste bassissime probabilità Longrich sostiene che l’equazione di Drake sarebbe tutta sbagliata e che l’intelligenza in realtà sarebbe potuta apparire solo su di uno ogni 100 trilioni almeno di pianeti abitati, quindi nella Via Lattea ci saremmo sicuramente solo noi e forse anche nell’intero Universo visibile.

Non sappiamo se la deprimente conclusione alla quale è arrivato lo scienziato c’entri qualcosa con la delusione rimediata l’anno scorso quando l’Università di Bath gli ha ritirato il milione di sterline di finanziamento per provvedimento disciplinare come pubblicato sull’autorevole ‘Nature’, quello che è certo è che tra scienziati troppo ottimisti che immaginano contatti con gioiosi alieni ad ogni stella e pessimisti cosmici come Longrich, rimane in mezzo l’unica certezza – l’infinita maestosità e bellezza dell’Universo, che noi uomini non finiremo mai di provare a capire.

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