22:36 11 Dicembre 2019
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Gli USA non possono fare a meno dell’uranio russo

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Il presidente statunitense non si è trovato d’accordo con le proposte del gruppo di esperti che ha tentato di risolvere la questione della dipendenza dell’industria nazionale dalle forniture di uranio russo.

Trump si è rifiutato di introdurre restrizioni alle importazioni e ha dato agli esperti 30 giorni per elaborare altre raccomandazioni volte a salvare il comparto nucleare statunitense.

“Proteggeteci dai russi”

La questione è stata affrontata già all’inizio dello scorso anno quando Donald Trump, riferendosi agli interessi di sicurezza nazionale, aumentò sensibilmente i dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio negli USA. Dopo aver visto la brusca impennata dei profitti così ottenuti dai colleghi metallurghi, i produttori americani di uranio, le società Energy Fuels e Ur-Energy, hanno anch’essi richiesto di ottenere linee preferenziali.

Dopo essersi rivolti al Ministero USA del Commercio, hanno dichiarato che “il consumo di uranio nazionale nel comparto nucleare e in quello dell’energia elettrica americani è calato dal 49% al 5%” e hanno chiesto di essere protetti dalla concorrenza rappresentata dalle società di Stato russe.

La disamina della situazione in cui versa in comparto (dall’estrazione di uranio al suo arricchimento e utilizzo nei settori della difesa e dell’energia) ha tenuto occupati gli esperti del Ministero del Commercio più di un anno. Le loro conclusioni sono state esposte nel rapporto presentato a Trump tre mesi fa. “Al momento gli USA dipendono quasi interamente dalle forniture di uranio provenienti dall’estero e la maggior parte di tali forniture sono da imputarsi alle sussidiarie di Rosatom”, si legge nel documento.

Per risolvere la situazione al presidente è stato proposto di stabilire una quota obbligatoria per l’utilizzo di uranio estratto in territorio USA nell’economia nazionale. La quota proposta è di almeno il 25%. Gli esperti hanno osservato che al momento la potenza produttiva di Energy Fuels e Ur-Energy è sfruttata solo per il 13 e il 9% rispettivamente. Dunque, il loro lavoro a regime potrebbe crescere esponenzialmente.

Donald Trump, tuttavia, si è rifiutato di introdurre la quota e ha disposto la creazione di un gruppo di lavoro presso la presidenza il quale si incarichi di trovare modalità per ridurre la dipendenza americana dall’uranio di importazione. Il 15 ottobre i membri del gruppo hanno presentato al presidente un rapporto stando al quale senza restrizioni amministrative alle importazioni sarebbe impossibile risolvere il problema.

Il capo della Casa Bianca, deluso dal rapporto, ha dato agli esperti un altro mese per trovare una soluzione. Ad ogni modo, sono prossime allo zero le possibilità che si giunga a una risoluzione della questione dell’uranio.

Storia di una malattia

Il comparto nucleare statunitense ha affrontato problemi già negli anni ’80. Per arricchire l’uranio gli USA hanno storicamente impiegato la tecnologia poco efficiente e molto costosa della diffusione gassosa, mentre l’URSS veniva a buon diritto considerata il leader mondiale nell’arricchimento dell’uranio tramite centrifuga. Basti pensare che la tecnologia sovietica richiedeva 50 volte meno energia elettrica di quella statunitense.

Per questo, subito dopo la fine della Guerra fredda gli americani cominciarono ad acquistare per le proprie centrali nucleari uranio arricchito russo: a loro costava circa 12 volte meno di quello nazionale. Le forniture di uranio negli USA furono avviate dalla società sovietica Tekhsnabeksport nel 1987 e poi crebbero in maniera costante. Le eccedenze di uranio poco arricchito sovietico finirono presto. Tuttavia, grazie alla riduzione dell’arsenale bellico nucleare la Russia dispose di altre 500 tonnellate di uranio molto arricchito ricavato dalle testate nucleari smontate. Gli esperti di entrambi i Paesi ventilarono l’idea di riciclarlo come carburante nelle centrali nucleari statunitensi. Nel 1994 le parti sottoscrissero un contratto secondo il quale la Russia avrebbe rifornito gli USA di 500 tonnellate di uranio per le centrali nucleari (la tecnologia di trasformazione dell’uranio presente nelle armi in carburante per le centrali fu messa a punto dagli esperti dello Ural Electrochemical Combine). Nel 2013, dopo che tutto il volume contrattuale era stato esaurito, gli USA conclusero con Tekhsnabeksport un nuovo contratto: questa volta per l’arricchimento in Russia di uranio americano.

In verità, qui si poneva un problema giuridico: le forniture di uranio naturale dagli USA in Russia erano vietate dalle leggi statunitensi. Gli USA trovarono una soluzione brillante: organizzarono l’acquisto da parte di Rosatom della società canadese Uranium One che garantiva il volume principale delle forniture di uranio naturale negli USA a partire dalle sue miniere in Australia, Canada, Kazakistan, Repubblica Sudafricana e Tanzania. Di conseguenza, Rosatom acquisì non solo un canale per il commercio di uranio con gli USA aggirando le restrizioni legali, ma anche un gran numero di miniere.

Senza alternative

Le società statunitensi del comparto energetico, a loro volta, hanno risparmiato miliardi di dollari acquistando uranio russo. Ma poiché la parte del leone dei consumi delle centrali nucleari USA quanto all’arricchimento di uranio la faceva Tekhcnabeksport, gli USA oggi hanno perso di fatto qualunque competenza avessero in questo settore.

Dunque, l’introduzione di una quota minima sull’utilizzo di uranio nazionale non ridurrà in alcun modo la dipendenza degli USA dalla Russia in questo settore: per i servizi di arricchimento gli americani dovranno comunque rivolgersi a Rosatom. E di per sé l’incremento dell’estrazione nazionale appare problematico.

Non perché servano ingenti fondi. La questione è un’altra: l’estrazione di uranio è un’attività estremamente dannosa per l’ambiente per l’espletamento della quale vengono utilizzati grandi volumi di sostanze chimiche tossiche. Gli ecologisti negli ultimi anni hanno acquisito un’enorme influenza politica. Dunque, Trump, minacciato dall’impeachment, non vuole affatto irritarli.

Se gli USA decidessero di estendere l’estrazione di uranio a tecnologie sicure per l’ambiente, il valore del loro prodotto aumenterebbe sensibilmente. Ma nel loro rapporto gli esperti del Ministero del Commercio hanno avvertito che “per adeguare il sistema produttivo delle miniere di uranio rimaste agli standard ambientali serviranno anni”.

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