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04:05 12 Novembre 2019
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Gli USA mettono al bando l’IA cinese

CC0 / Pixabay
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Gli USA hanno incluso nella “lista nera” più di 20 società cinesi del settore tech e startup di intelligenza artificiale.

Ora i partner statunitensi non potranno più rifornire tali società di componentistica e software senza un’autorizzazione speciale rilasciata dal Ministero statunitense del Commercio. In passato un divieto analogo era stato introdotto ai danni di Huawei. Stavolta, però, gli USA hanno addotto un altro pretesto.

Mentre Huawei finì al bando perché le sue apparecchiature presumibilmente avrebbero contenuto delle cimici e avrebbero dunque rappresentato una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, le sanzioni attuali sono state introdotte sul pretesto della lotta per i diritti umani.

Nella nuova “lista nera” sono finite le società leader nel settore dei sistemi di videosorveglianza, Hikvision e Dahua, nonché le cosiddette “aziende-unicorno” impegnate nel settore del riconoscimento facciale, SenseTime e Megvii. Le apparecchiature di queste società, come ha affermato il ministro statunitense del Commercio, Wilbur Ross, sarebbero impiegate per la persecuzione delle minoranze etniche nella città cinese di Xinjiang. In una dichiarazione rilasciata dal Ministero del Commercio si rileva che gli USA non possono tollerare e non tollereranno le violazioni dei diritti delle minoranze etniche in Cina e che, in virtù di questo, vietano ai fornitori americani di cooperare con i partner cinesi.

Il portavoce di Hikvision negli USA ha affermato che la società si oppone duramente a questa decisione e ha osservato che a gennaio la società ha convocato un esperto di diritti umani e l’ex ambasciatore statunitense perché fornissero una consulenza in materia di diritti umani. Il portavoce ufficiale del Ministero cinese degli Esteri Geng Shuang, a sua volta, ha dichiarato che provvedimenti analoghi costituiscono un’ingerenza negli affari interni del Paese e violano gli interessi cinesi.

“Xinjiang è un affare interno della Cina a tutti gli effetti e nella città non si registrano problemi con il rispetto dei diritti umani, come sono stati definiti”, ha sottolineato Geng Shuang. “Invitiamo gli USA a riparare agli errori commessi, eliminare il divieto e cessare le continue ingerenze negli affari interni cinesi”, ha dichiarato.

L’idea di estendere la “lista nera” ad altre società cinesi del settore tech, come Hikvision e Dahua, è venuta a Washington subito dopo la messa al bando delle forniture di componentistica a Huawei a maggio. Iniziatori della proposta furono i cosiddetti “falchi” al Congresso degli Stati Uniti, fra i quali figura il senatore repubblicano Marco Rubio. Quest’ultimo ha più volte inviato istanze all’amministrazione Trump richiedendo di introdurre sanzioni ai danni di società cinesi che sarebbero coinvolte nella violazione dei diritti umani nel Territorio autonomo di Xinjiang.

Hikvision e Dahua sono diventati leader mondiali indiscussi nella produzione di sistemi di videosorveglianza, mentre la startup SenseTime è diventata la società con la capitalizzazione maggiore al mondo nel settore dell’IA (4,5 miliardi di dollari). Queste società vendono effettivamente i loro prodotti alla città di Xinjiang. Tuttavia, gli stessi prodotti commercializzati da queste società vengono realizzati in tutto il mondo. A Mosca le telecamere di Hikvision e Dahua sono alla base del progetto “Bezopasny gorod” (sistema di videosorveglianza per una città più sicura, NdT). Queste telecamere si vedono agli ingressi di quasi tutte le case a Mosca.

Naturalmente la società non può verificare come vengano utilizzati i prodotti che commercializza, soprattutto vista la portata degli affari della società. Anche se si mettesse da parte la questione dei diritti umani, sembra evidente che i produttori di hardware e software non possono assumersi la responsabilità del modo in cui i prodotti vengono utilizzati dopo la vendita. È come accusare i produttori di greggio di aver prodotto carburante poi utilizzati a fini criminosi, come appiccare degli incendi.

Tuttavia, la logica delle autorità statunitensi sembra proprio questa: poiché gli apparecchi cinesi sono attivi, ad esempio, sui chip americani della società Nvidia (uno dei maggiori fornitori), è necessario interrompere con provvedimenti amministrativi questa collaborazione. È interessante che la parte a soffrire di più sia proprio Nvidia le cui azioni sul Nasdaq sono calate del 3,85%. Un quinto delle vendite della società (l’anno scorso pari circa a 12,9 miliardi di dollari) era diretto alla Cina. Ad ogni modo anche le società cinesi sono colpite in misura assai minore, stando alle dichiarazioni di Zhou Rong, esperto dell’Università popolare cinese.

Chiaramente le società cinesi stanno elaborando un piano d’azione per difendere i propri interessi e quelli dei partner statunitensi in modo tale da garantire la qualità dei propri prodotti e servizi ai clienti. Il valore di mercato di Hikvision rimane importante e si attesta a 301,8 miliardi di yuan. Quando ai proventi dalle vendite, il 72% delle entrate di Hikvision deriva dal mercato interno cinese e solo il 20% dal mercato statunitense. Per questo, le sanzioni degli USA non esercitano un’influenza rilevante su Hikvision e sulle altre società cinesi del settore. Inoltre, i chip utilizzati da Hikvision sono un prodotto commerciale. Buona parte di essi viene acquistata in Cina e nel Sud-Est asiatico. Dunque, anche se gli USA ne interrompono le forniture, Hikvision riuscirà comunque ad acquistare i chip su altri mercati. Dahua aggira il problema in maniera analoga. I chip cinesi non vengono impiegati solamente per ragioni di rapporto qualità-prezzo. Ciò non significa che in Cina non ci siano chip di produzione propria. Per questo, anche se in alcuni prodotti ad alto contenuto tecnologico si impieghi componentistica statunitense, questa può essere sostituita da componenti analoghi presenti sul mercato. Inoltre, già nel primo semestre dell’anno Hikvision ha cominciato a fare scorte di produzione. I fornitori americani hanno venduto componentistica in eccedenza rispetto ai volumi di produzione attuale. Per questo, le società cinesi erano già pronte al colpo infertole dagli USA. Alcuni componenti chiave, come i chip IPC, li produciamo già noi qui. Dunque, anche se non potremo fare affidamento ai fornitori statunitensi, non sarà un grande problema. Gli stessi componenti possiamo comprarli anche dal Giappone o dalla Corea del Sud.

Il nuovo provvedimento è di difficile attuazione anche dal punto di vista tecnico. Ad esempio, negli edifici statali statunitensi da tempo vige il divieto di utilizzare videocamere di sorveglianza della Hikvision o della Dahua. Tuttavia, non è possibile rispettare questo divieto. Come riportato da alcuni media occidentali, molti fornitori statunitensi commercializzano con il proprio marchio telecamere prodotte da queste due società cinesi. Per questo, è semplicemente impossibile determinare quante telecamere Hikvision e Dahua siano installate nei corridoi dei palazzi del potere statunitensi. Nel caso in cui, ad esempio, si interrompesse la collaborazione tra fornitori americani e partner cinesi, il sistema statunitense di videosorveglianza potrebbe registrare problemi di funzionamento. Sarà impossibile prevedere dove sorgeranno problemi.

Le società ad ogni modo non perderanno soldi. Nel caso di Huawei il periodo in cui il divieto sulle forniture di componentistica non era in vigore fu più volte prolungato su pressione della comunità imprenditoriale americana. Dunque anche adesso l’introduzione delle società cinesi nella “lista nera” è un provvedimento di facciata che in realtà è possibile aggirare semplicemente acquistando componentistica non direttamente da fornitori americani ma tramite intermediari. L’unico effetto del provvedimento sono le perdite che dovranno sopportare i fornitori americani.

Tags:
Tecnologia, Economia, Cina, USA
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