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13:16 13 Novembre 2019
Yuri Gagarin ed Alexey Leonov

Memorie di un cosmonauta, intervista inedita ad Aleksey Leonov

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E' morto oggi all'età di 86 anni il cosmonauta Aleksey Leonov, il primo uomo della storia ad essere uscito nello spazio aperto.

In ricordo della sua leggendaria figura, Sputnik Italia propone ai lettori un'intervista inedita, in cui Alexey Leonov ripercorre le fasi salienti della sua carriera di cosmonauta: dagli albori, alla storica missione della capsula spaziale Voskhod-2 del 1965, nel corso della quale Leonov lasciò la navicella e rimase sospeso nello spazio aperto, alla figura di Yuri Gagarin, l'altro uomo simbolo della corsa all'esplorazione spaziale sovietica.

– Quali difficoltà dovettero affrontare i primi cosmonauti?

– I 20 uomini che entrarono a far parte della squadra dei primi cosmonauti furono scelti tra 3000 piloti di caccia in grado di guidare i mezzi di ultima generazione in qualsiasi condizione. Per un mese dovemmo affrontare delle operazioni che non ci erano per nulla familiari sebbene in qualità di piloti ogni anno venissimo testati da una commissione e sapessimo cosa fosse la forza centrifuga. In quel caso, però, i requisiti erano totalmente diversi. Tutti i test monitoravano lo stato di salute del soggetto, ad esempio con tecniche di termografia medica. Con questo metodo, anche se un soggetto supera i test tradizionali, si riescono a registrare valori compromettenti, sintomo di problematiche al sistema cardiovascolare. Questo perché il soggetto viene sottoposto per un paio di ore a una temperatura di 80 gradi. Dopo questi test passarono 20 soggetti, ma i test furono duri: ci sottoposero davvero qualunque prova.

Dovemmo rinunciare a molte cose. Passammo. Mentre molti ragazzi intelligenti non ce la fecero. Vi furono casi in cui identificarono un motivo per cui un soggetto non poté più pilotare. Prima o poi sarebbe finita male per lui se non l’avesse saputo. I medici si assicuravano che la vista fosse di dieci decimi (anche se in seguito permisero anche voli nello spazio con gli occhiali). C’erano limitazioni anche in fatto di denti: un soggetto non passava se aveva più di 7 carie. Anche l’età fu un fattore discriminante.

Inizialmente arrivammo in un posto desolato senza case o edifici di alcun tipo dove dovemmo allenarci. Nel corso dei test creavamo una vera e propria base che ci sarebbe servita per soddisfare i requisiti. Una cosa mai vista. Dovemmo sottoporci a una preparazione psicologica e medica. Inizialmente non ne capivamo il motivo, ma poi capimmo che era necessaria. Infatti, poiché la navicella Vostok prevedeva l’atterraggio singolo di ogni cosmonauta, a quota 4000 metri bisognava eiettarsi dal modulo con uno scafandro. Quindi, cominciammo seriamente a fare pratica con il paracadute. In un mese ottenemmo la qualifica di istruttori di paracadute. Atterrammo sul mare, sulla foresta, alle temperature più diverse, con un ritardo fino a due minuti. In un mese ci lanciammo circa 45 volte col paracadute.

– Com’erano le relazioni all’interno del gruppo? Si percepiva la concorrenza?

– Con la prima squadra, quella in cui era presente anche Gagarin, non vi furono problematiche di questo tipo. Eravamo in ottimi rapporti. Nella seconda squadra, invece, c’erano uomini di 5 anni più grandi e lì cominciarono i battibecchi e i problemi. La situazione, però, richiedeva che i rapporti fossero seri, che ogni persona stesse al proprio posto ed è quello che facemmo.

Cosmonauti sovietici Yuri Gagarin, Alexey Leonov ed Andriyan Nikolaev
© Sputnik . Yuri Abramochkin
Cosmonauti sovietici Yuri Gagarin, Alexey Leonov ed Andriyan Nikolaev

– Ma comunque si trattava di una competizione, di una sorta di squadra? Come mai la scelta ricadde su Gagarin? Come mai divenne il primo?

– È diventato un punto di riferimento. Ripercorrendo la sua vita, si nota che è un po’ diversa da quella dei suoi compagni anche se di fatto eravamo tutti inquadrati e avevamo tutti la stessa età. Eravamo tutti cosmonauti del 1934. Il più giovane era Valentin Bondarenko che purtroppo morì prima del primo volo durante un test che ebbe esito negativo. Capimmo cosa successe e la sua morte ci spinse a rimettere mano ai sistemi di supporto vitale. Questo gli americani non lo fecero e perciò persero la vita tre persone. Per la stessa ragione: un’eccessiva quantità di ossigeno.

Torniamo a Gagarin: sebbene nacque in un piccolo villaggio della Regione di Smolensk, imparò tutto da autodidatta e lesse moltissimi libri. Il mio primo incontro con lui fu il 4 ottobre 1959 presso un ospedale militare. Lo vidi mentre era seduto a leggere “Il vecchio e il mare” di Hemingway. Il libro era uscito pochi anni prima. Gagarin era una persona seria, pensai! Io ho appena sentito parlare di questo libro e lui già lo legge! Poi, una volta terminate le medie, decise di andare in un istituto per la lavorazione dell’acciaio. Ve lo immaginate un ragazzino di 12 anni come operaio metallurgico?! Rimase molto attaccato alla famiglia e al suo paese. Terminò l’istituto professionale con ottimi voti. E poi decise di cominciare un percorso in un istituto di tecnica industriale che completò anch’esso con ottimi voti. In parallelo, cominciò a volare sugli aerei. Fece un periodo di praticantato presso lo stabilimento Putilov di San Pietroburgo.

Il direttore dello stabilimento, un uomo con grande esperienza, nato prima della Rivoluzione russa, scrisse nella lettera di raccomandazioni di Gagarin: “Il ragazzo è una persona a cui potrei dare in mano l’intero stabilimento, gli darei persino la mia vita”. E parliamo di un ragazzo di 17 anni! Conclusa la pratica, chiese di essere mandato nelle regioni artiche dove poté volare nelle condizioni più estreme. Al tempo era già una persona unica.

 Leonov ricorda la sua "passeggiata" nello spazio


– Lei ha qualche ricordo personale legato a Gagarin? Eravate amici?

– Quando mi preparavo al volo, lui era già direttore delle operazioni. Seguiva con attenzione ciò che facevo. Lavoravo sempre molto duramente: la responsabilità era tanta perché una disattenzione poteva uccidere altre persone. Un giorno mi disse: “Sai, Aleksey, ho degli amici al decimo avamposto nei pressi di Vyborg. Andiamoci!”. Io accettai. E all’avamposto di frontiera ci diedero una camera che condividevamo. Andavamo a pescare assieme. Non c’era nessun altro.

Una volta tornati, io continuai la mia preparazione. Solo allora capii perché mi aveva portato con sé. Nell’estate del 1964 non ebbi ferie. Mi esercitavo in assenza di gravità e a un certo punto Gagarin mi disse: “Sai che c’è? Andiamo io, Valya, te e Sveta e andiamo per una settimana al lago artificiale di Mosca con la mia barca. Ci svaghiamo un po’”. Si prese la responsabilità di togliermi dal regime di preparazione, sapendo che avrei potuto non reggere. Infatti, il giorno prima un mio collega aveva avuto un microinfarto per una sciocchezza.

Mi ricordo che dissi a Vitya Gorbatko che era perché i tedeschi avevano occupato il Kuban…Vitya si preoccupò molto. Gagarin mi prese da parte e mi disse: “Ma sei impazzito per caso? Vieni a dirlo a me che sono stato sotto i tedeschi se hai il coraggio! Metà del Paese, la parte europea, era sotto il controllo dei tedeschi. Cosa vai a dire?!”. E allora gli risposi che scherzavo. Lui mi disse: “Non bisogna scherzare su queste cose. Lo hai spaventato”.

Sergey Korolev diceva questo di Gagarin: è un uomo coraggioso, temerario, un gran lavoratore, se gli venisse assicurata una buona istruzione, in breve tempo il suo nome figurerebbe fra gli scienziati più illustri del nostro Paese. Studiò all’università, ero con lui al tempo. Aveva sempre ottimi voti, nonostante le interruzioni. Veniva, prendeva gli appunti da me, copiava, si laureò con il massimo, ricevette una medaglia d’oro e divenne professore a contratto. Io lo divenni solo dopo. Lui lo fecero subito professore perché aveva ricevuto una medaglia d’oro, mentre io no anche se ne ebbi l’opportunità.

I ricordi sono tanti. A casa sua c’era sempre tanta gente per qualsiasi occasione. Ad esempio, andava da lui Kobzon, invitava tutti i suoi amici, andavano a caccia, sparavano un po’, tornavano a casa da caccia, Valentina Ivanovna cucinava e tutti rimanevano lì. Certo, con due figli c’era un bel baccano. Ma questo era lui: capiva di essere un comandante attorno al quale c’erano sempre persone. Si tratta di una categoria unica di persone prescelte che gli altri seguono.

© Sputnik . Alexey Filippov
La coreografia dedicata ad Alexey Leonov ad una partita del campionato russo allo Stadio Spartak in occasione del 50° anniversario della sua uscita nello spazio aperto

– Cosa Le ha insegnato la prima squadra?

Dopo la tragica morte di Gagarin di fatto io ricoprii il suo ruolo, ovvero quello di vicedirettore della preparazione ai voli spaziali. Dopo la tragedia lavorai in quella posizione per 20 anni. All’interno del reggimento mi occupavo della squadriglia di L-39 e di MiG-21. In 20 anni, però, non si presentarono i presupposti per delle uscite. Questa è la caratteristica principale del lavoro in quel ruolo. Parallelamente ero anche comandante della squadra.

Ogni anno per Capodanno riunivo tutti con le loro famiglie come faceva Gagarin. E ogni anno festeggiavamo la vita insieme. Abbiamo creato un nostro rituale per Capodanno ed è stato anche girato un film che si intitola: “Kosmonavty bez masok ili novy kakoy-to god” (tradotto: Cosmonauti senza maschere o il Capodanno di un qualche anno). Questa è la nostra storia. Sono rimasti altri 4 uomini che ricordano tutti questi avvenimenti: i viaggi, le mostre, il teatro.

Io, così come Gagarin, ho sempre cercato di far convivere le persone, elogiarle, pensare alle loro famiglie: all’asilo c’è posto per i loro figli, stanno andando bene a scuola, come stanno i loro genitori? Gagarin se ne preoccupava. E così feci anche io. 

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Cosmonauta, URSS
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