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14:15 13 Novembre 2019
Corteo di ambientalisti a Washington

I giovani occidentali: basta cibo ai russi!

© REUTERS/ KEVIN LAMARQUE
Mondo
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Le grandi manifestazioni di protesta che hanno visto partecipare 4 milioni di persone in 156 città diverse sono una vera e propria riprova della forza di un nuovo movimento politico globale.

Purtroppo, venerdì scorso160.000 giovani, infuriati e non molto perspicaci tra Berlino e New York abbiano protestato (a Parigi invece ci sono stati anche scontri con la polizia) per il bene (fra cui la possibilità di salvare la Terra dal riscaldamento climatico) e contro tutto ciò che vi è di male (ma in realtà sono diventate pedine volontarie di un gioco politico altrui).

È doppiamente un peccato che tra gli obiettivi degli organizzatori di questo gioco ve ne siano di apertamente antirussi. Se il programma delle manifestazioni di Berlino, New York, Sidney, Washington e Londra sarà attuato, in Russia non si potranno più estrarre petrolio o gas, non si potrà sviluppare il progetto del Passaggio a Nord-Est e non si riuscirà nemmeno a sfamare i cittadini russi. Per fortuna, la Russia non attuerà questo programma, ma se i sostenitori del folle movimento green, fomentati dal successo del loro sciopero globale per il clima, riusciranno a salire al potere negli USA o in UE, noi (ma anche la Cina e l’India) dovremo prepararci ad affrontare durissime sanzioni ambientali.

Gli organizzatori di manifestazioni politiche di questa portata in 156 città del pianeta sono, apparentemente, molto gentili. Ma può credere loro solo chi non si è mai interessato di politica: “L’anno scorso la studentessa svedese Thunberg invece di andare a scuola ha cominciato a frequentare il parlamento svedese richiedendo alle autorità un giro di vite sui provvedimenti di contrasto ai cambiamenti climatici. L’iniziativa della Thunberg si è tramutata in un movimento internazionale di scioperi del venerdì a favore del clima, i Fridays for Future”.

Tutto questo è vero, ma non dà un quadro completo. Infatti, bisogna ricordare che il movimento è apertamente sostenuto dal Partito democratico statunitense (che ha invitato Thunberg a fare la morale ai senatori e ai membri del congresso statunitensi), dai partner politici internazionali e di partito dei Democratici (come Amnesty International) e da tutta la macchina mediatica messa in piedi dai globalisti tra cui si annoverano The New York Times e Bloomberg.

Dei milioni di partecipanti agli scioperi per il clima (molti dei quali non hanno fatto altro che approfittare di un bel pretesto per evitarsi la scuola o per saltare le lezioni all’università) sono in pochi ad aver letto le richieste ufficiali del movimento politico che ha organizzato questo movimento di disobbedienza civile a livello globale.

Già il primo punto della lista ufficiale dimostra una chiara appartenenza politica e modelli economici molto specifici. “Chiediamo un green new deal (nuovo accordo ambientalista): trasformare la nostra economia per un’energia al 100% pulita e rinnovabile entro il 2030, interrompere gradualmente le estrazioni di combustibili fossili grazie a riforme eque volte a creare milioni di posti di lavoro, cessare tempestivamente il rilascio di permessi per l’estrazione, la raffinazione e i progetti infrastrutturali legati a carburanti di tipo fossile”.

Si nota facilmente che l’attuazione di date richieste porterà in breve tempo a una catastrofe economica e che la qualità della vita della maggior parte della popolazione mondiale sarà più o meno quella della prima metà del XIX secolo. Tra l’altro, se tali richieste verranno implementate in Russia (dato che le pressioni che le hanno promosse sono globali), ciò significa che dovrà rinunciare al North Stream 2 (poiché si tratta di un’infrastruttura per il trasporto di un combustibile fossile), alla costruzione di raffinerie, all’estrazione di petrolio e alla costruzione di stabilimenti per il GNL nell’Artide.

Inoltre, il già menzionato Green new deal rappresenta bene l’identità degli autori di questi scioperi. Il Green new deal (anche se sarebbe meglio chiamarlo Green new perestroyka) è un programma politico ed economico della frangia più radicale del Partito democratico statunitense, promosso dal membro del Congresso Alexandria Ocasio-Cortez e in varia misura da molti candidati dei Dem alle presidenziali.

Abbiamo già parlato del contenuto di questo manifesto populista green che prevede di “garantire la sicurezza economica” di tutti coloro che non possono o non vogliono lavorare. Prevede, inoltre, il rifiuto dall’impiego di petrolio, gas e nucleare (in nome della lotta contro il riscaldamento globale), il passaggio a un’energia pulita, la riduzione drastica del numero di automobili personali e di viaggi aerei (sempre in nome della lotta contro con il riscaldamento climatico), nonché la ristrutturazione di tutti gli edifici degli USA con l’obiettivo di migliorarne l’efficientamento energetico. Alla luce di ciò il desiderio degli autori del programma di ridurre il numero di mucche (gli autori del programma si sono detti pubblicamente dispiaciuti perché “non sarà possibile in dieci anni portare a zero il numero di mucche negli USA”) appare del tutto comprensibile. È evidente che il programma è stato scritto perché piacesse letteralmente a tutti: dai vegani ai milionari che investono tanto nelle startup che promettono bistecche buone e a impatto zero fatte di additivi alimentari e fibre sintetiche.

Chiaramente il tentativo di realizzare quel programma metterà a rischio l’economia americana poiché per implementarlo serviranno, secondo stime modeste, 90 trilioni di dollari. Il PIL del Paese, però, si attesta a poco più di 19 trilioni e il debito a circa 22. Tuttavia, la prassi dimostra che molti politici sono pronti a dar vita anche ai programmi più scellerati se questi permettono loro di giungere al potere e di mantenerlo il più a lungo possibile.

Se il programma delle frange più radicali del Partito democratico statunitense e dei partiti dei Verdi di altri Paesi occidentali si limitasse a far esplodere le loro economie e a minare la qualità di vita di americani, tedeschi, francesi e britannici, potremmo semplicemente augurare loro di avere successo e gustarci lo spettacolo. Il problema è che all’ordine del giorno di questo programma “ambientalista” vi è una componente marcatamente russofobica che si è già manifestata in operazioni apertamente antirusse effettuate con il pretesto di difendere il pianeta dai cambiamenti climatici.

È sufficiente ricordare la recente mossa del presidente francese Macron il quale ha richiesto che le società di logistica non utilizzassero più il Passaggio a Nord-Est. Macron ha dichiarato: “Molte persone oggi ci dicono: c’è il riscaldamento globale, ci sono notizie terribili, i ghiacci si stanno sciogliendo, scopriamo un percorso molto più veloce, è bellissimo. Ma questo percorso alla fine ci ucciderà perché è sì più veloce, ma è frutto della nostra irresponsabilità passata”.

I media e gli esperti occidentali adorano addossare sulla Russia la colpa di voler guadagnare (!) grazie ai cambiamenti climatici. E ci condannano perché desideriamo trarne un vantaggio economico e militare mentre l’Occidente ne soffrirà.

“Alcuni russi purtroppo pensano che il riscaldamento globale non sarà poi così male”, si lamenta l’autorevole rivista The Economist.

“Più si scioglieranno i ghiacci dell’Artide, maggiore accesso avrà la Russia ai giacimenti di petrolio e gas che fino ad oggi si trovano sotto uno spesso strato di ghiaccio. Con lo scioglimento dei ghiacci la Russia incrementerà anche il proprio potenziale per il lancio di missili da crociera (a partire da navi dispiegate in aree dell’Artide che in futuro diventeranno adatte al passaggio di natanti) al fine di minacciare la costa statunitense”, scrive la testata statunitense Politico.

“I cambiamenti climatici potrebbero trasformare la Russia in una superpotenza agricola perché enormi aree della Russia si tramuterebbero da fredda tundra inabitata a terra fertile. I cambiamenti climatici, inoltre, potrebbero rendere la Russia una meta turistica più allettante, il che permetterebbe al Cremlino di diversificare ulteriormente la propria economia”, scrive il quotidiano americano National Interest citando l’opinione de La Stampa.

Purtroppo, l’ideologia della “follia ambientalista” sta prendendo piede in Occidente e appare del tutto verosimile lo scenario di una guerra fredda in cui prevarrà una mera contrapposizione ideologica caratterizzata da una componente ambientalista molto pronunciata.

Dunque, da un lato della barricata potrebbero finire i sostenitori di un ritorno al XIX secolo, delle restrizioni sull’allevamento di mucche e all’agricoltura, del divieto all’impiego di petrolio, gas, carbone e nucleare. Mentre dall’altro lato vi saranno i “realisti ambientalisti” (il cui ruolo sembra confarsi maggiormente a Russia e Cina) che non avranno problemi quanto a riscaldamento, benzina e succose bistecche, ma potranno godere del naturale susseguirsi delle stagioni sulla nostra meravigliosa Terra.

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Ambiente, Russia
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