00:01 16 Novembre 2019
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Mattatoio - Come venivano asportati gli organi in Kosovo? Parte 4

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Traffico di organi umani nei Balcani (4)
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Nelle puntate precedenti abbiamo preso in esame diverse prove dei casi di trapianti di organi che hanno avuto luogo tra l’Albania e il Kosovo. Ma il documento chiave della questione rimane la relazione dell’UNMIK nella quale figura l’allora comandante Ramush Haradinaj e che contiene conclusioni piuttosto concrete.

La relazione fu indirizzata all’organo legislativo che è responsabile delle indagini sui crimini commessi nello spazio post-jugoslavo, il Tribunale de L’Aia e, in particolare, il TPIJ.

Prove non necessarie

Dopo successe qualcosa di inspiegabile. Nel dicembre del 2005 il Tribunale avviò un’indagine chiamata Don Chisciotte. Nel documento SFO/09/99-8045 si richiede l’esecuzione di una perizia delle prove materiali rinvenute nella Casa gialla e, in particolare, dei flaconi vuoti di medicinali come il Tranxen, il Chloramphemical, il Cinarizine e il Buscopan che, come ipotizzato dagli autori dell’indagine, potrebbero essere stati utilizzati durante le operazioni chirurgiche”.

A parlare di questo documento è stata per la prima volta la rivista serba Press (qui le scansioni del documento).

Tuttavia, non fu mossa alcuna accusa nei confronti degli albanesi, nemmeno contro Ramush Haradinaj, circa il presunto traffico di organi.

Alla luce di ciò si può concludere che le testimonianze raccolte dall’UNMIK nel 2003, furono intenzionalmente nascoste e taciute. A tale conclusione giunse il giornalista americano Michael Montgomery, da noi già citato in questa serie, che nel 2009 sostenne in un’intervista a Balkan Insight che una quantità impressionante di prove venne semplicemente distrutta.

In quell’intervista Montgomery raccontò che durante l’indagine sulla scomparsa di queste persone in Kosovo, lui e il collega Stephen Smith interrogarono diverse persone del luogo che erano stati autisti o comunque avevano aiutato l’UÇK con la logistica. Montgomery sostiene che proprio la loro indagine divenne la fonte primaria della relazione dell’UNMIK poiché nel 2003 trasmisero i dati raccolti alla Cancelleria della missione.

“Vi sono prove convincenti del fatto che l’UÇK o determinate sue divisioni trattenessero persone nelle proprie basi, in carceri temporanee e in case private dove i prigionieri subivano un trattamento terribile. Questo avvenne dopo la guerra nei luoghi apparsi nel documentario (The Kosovan disappeared): a Prizren e nelle vicinanze, nei pressi di Junik (un centro abitato della Metochia) e in altri paesini del Kosovo, ma anche a Tropoja, Kukesi, Burreli e persino a Durazzo (tutte città albanesi)”, sostiene il giornalista statunitense.

“Ci aspettavamo che l’ONU (UNMIK, NdR) analizzasse le nostre prove e, possibilmente, ne ricercasse di nuove. Ma questo non accadde. Sono fermamente convinto che le prove vennero distrutte dal Tribunale”, conclude.

Haradinaj non è colpevole

In un’intervista successiva rilasciata al canale televisivo serbo N1 nel 2015 Montgomery espose la teoria secondo cui il TPIJ avrebbe distrutto le prove del caso della Casa gialla poiché non si era riusciti a dimostrare la compartecipazione di Haradinaj. Così, aveva semplicemente perso interesse a fare luce sul traffico di organi kosovaro.

Nel 2009 il portavoce della Procura per i crimini di guerra, Bruno Vekaric, in un commento per Press, dichiarò che L’Aia aveva distrutto più di 2000 prove, incluse quelle che erano legate ai crimini perpetrati nell’Albania settentrionale. In quella stessa intervista Vekaric osservò che il TPIJ collegò in maniera diretta la Casa gialla ad Haradinaj.

Nel 2012 si tenne un battibecco a distanza tra l’allora procuratore capo del TPIJ, Serge Brammertz, e l’ex procuratrice capo Carla del Ponte. Brammertz dichiarò che la responsabilità per la distruzione delle prove era del suo predecessore. Ma del Ponte, autrice del libro La caccia. Io e i criminali di guerra, dichiarò alla serba Press di sapere chi aveva distrutto le prove, ma di non essere affatto implicata.

In realtà nel 2019 in un’intervista all’agenzia di stampa serba Tanjug del Ponte ha affermato: “Non appena venni a sapere della distruzione dei campioni, chiesi loro spiegazioni. Si avviò un’indagine interna. Bisogna chiedere a loro (a coloro che sono a capo del Tribunale dopo di lei) i risultati dell’indagine”.

Nel gennaio del 2019 Dick Marty, autore del rapporto dell’APCE sul traffico di organi in Kosovo, in un’intervista con la rivisita serba Novosti osservò che l’indagine venne condotta in maniera amatoriale e i medicinali, le siringhe e gli altri oggetti rinvenuti nei pressi di Burreli furono insabbiati dal Tribunale.

“Quando a suo tempo mi rivolsi al TPIJ per avere informazioni circa le prove raccolte sul luogo del presunto crimine della Casa gialla, mi risposero che non c’erano più, erano state eliminate per fare spazio come se non servissero più nessuno. Dopo quella risposta mi scoraggiai”, ricorda Marty.

Non sembra, dunque, possibile stabilire le ragioni, il movente e la logica dietro le azioni del TPIJ.

Grandi speranze: il Tribunale speciale contribuirà a trovare le tracce di migliaia di serbi scomparsi?

Poiché la stragrande maggioranza delle persone scomparse senza lasciare traccia sono serbi, a Belgrado si nutrono grandi speranze nel Tribunale speciale per i crimini di guerra dell’Esercito di Liberazione del Kosovo che dopo un lungo periodo di discussioni parlamentari avviò la sua attività il primo gennaio 2017, ma è riuscito a operare attivamente solamente nell’estate del 2019. Ora sono stati invitati per essere interrogati Ramush e Daut Haradinaj. La Serbia ipotizza che questo organo legislativo riesca a fare luce su ciò che hanno scoperto l’UNMIK, la Task Force investiva speciale del Consiglio d’Europa e la Procura serba per i crimini di guerra.

Le previsioni degli esperti circa le prospettive di ristabilimento della giustizia sono contrastanti. Ad esempio, l’avvocato Goran Petronijevic che ha lavorato con gli imputati serbi a L’Aia ipotizza in un’intervista rilasciata a Sputnik che la comparizione di Haradinaj presso la Procura speciale non sarà altro che una mossa di spettacolo tattica messa in campo dagli americani che controllano la politica kosovara. Aggiunge che la Procura speciale, a suo avviso, agisce per dimostrare al mondo che sta facendo qualcosa e non per ottenere davvero un risultato:

“La comunità internazionale ha creato questa Procura perché non riusciva a rispondere alla domanda di Dick Marty. Il Tribunale de L’Aia ha ignorato molti documenti che accusavano Haradinaj. Oggi Haradinaj può essere processato solamente se verranno trovate nuove prove. Se si volesse, se ne potrebbero trovare di nuove”.

Dall’altro lato, il politologo serbo Branko Radun in un’intervista a Sputnik osserva che, comunque andrà a finire questo nuovo procedimento penale aperto da L’Aia contro i crimini dell’UÇK, il fatto stesso che Haradinaj abbia nuovamente ricevuto notifica di comparizione in qualità di sospettato non può non essere interpretato come un segnale lanciato nei confronti di Pristina.

Radun ipotizza che i sostenitori occidentali del Kosovo autoproclamato siano pronti a cambiare le carte in tavola a Pristina, a sostituire la vecchia guardia dell’UÇK con politici nuovi e non compromessi.

“A mio avviso, Washington intende cambiare qualcosa all’interno delle istituzioni kosovare. La questione è fino a che punto questa intenzione potrà essere realizzata. Ritengo che gradualmente qualcosa cambierà”, conclude l’esperto.

Cosa non sappiamo del traffico di organi

Attorno al traffico di organi nei Balcani sono state create leggende metropolitane estremamente sanguinose. Ma in 20 anni non sono ancora stati trovati gli uomini e le donne di diversa nazionalità ma residenti in Kosovo che sono spariti senza lasciare traccia. Non sono stati rinvenuti nemmeno i loro corpi.

Prove sparse. Perizie disattente. Prove contrastanti. Assenza di volontà politica in Albania nella collaborazione alle indagini e nell’esumazione delle spoglie. Alla fine il mondo non ha visto nemmeno una condanna nel caso del traffico di organi. Le famiglie degli scomparsi sperano ancora di capire cosa sia successo ai loro parenti e amici.

Leggete anche la prima, la seconda e la terza parte.

Tema:
Traffico di organi umani nei Balcani (4)
Tags:
Albania, Serbia, Traffico di organi umani, Kosovo
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