22:53 11 Dicembre 2019

Anni senza recidive: dalla Russia la cura per il cancro all'intestino

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Presso il Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin di Mosca si sta testando con successo una nuova cura per il cancro al retto.

In passato a quasi tutti i soggetti a cui veniva fatta questa diagnosi veniva rimosso l’organo e passavano il resto della loro vita con una colostomia, ovvero un abboccamento chirurgico per la raccolta delle feci. Oggi anche nei casi peggiori si cerca di evitare l’asportazione dell’organo e la malattia viene scongiurata per molti anni.

“Senza una colostomia a vita”

“Al Centro regionale di Belgorod mi dissero che le uniche possibilità erano l’operazione e la colostomia a vita. Non c’erano altre alternative. Mi spaventai moltissimo. Decisi allora di andare a Mosca. Lì presi appuntamento al Centro Blokhin, dove mi misero sotto osservazione, mi curarono e guarii. L’anno seguente persi anche la pensione di invalidità”, racconta sull’orlo del pianto la cinquantasettenne Yuliya Sazonova della piccola cittadina di Gubkin nella Regione di Belgorod.

La donna ripete riconoscente i nomi dei dottori che l’hanno aiutata, racconta che aveva continuato a lavorare anche durante la cura e che era riuscita ad andare in pensione solo quell’anno. Non perché non aveva più le forze, ma perché voleva passare più tempo con la famiglia, anche se continuava ancora a lavorare. E sottovoce, come se avesse paura a dirlo ad alta voce, aggiunse “Sono una persona sana, senza una colostomia a vita. Non riesco ancora a crederci”.

Yuliya Sazonova ha avuto fortuna, è stata una delle prime pazienti ad essere inclusa in un grande studio internazionale che viene portato avanti già da 7 anni in 40 grandi cliniche oncologiche in tutto il mondo. La Russia nell’esperimento è rappresentata dalla squadra del Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin.

“Inizialmente irradiamo il tumore e le aree circostanti. Ma agiamo solo su ciò che è indispensabile: ad esempio, non tocchiamo né le ossa né la vescica. Così, in futuro non insorgono patologie legate a questi organi. Poi vengono fatte alcune sedute di chemio. Controlliamo il tumore e aspettiamo, senza fare operazioni. Anche se dopo 12 settimane il tumore è diminuito sensibilmente, ma non è scomparso, non operiamo. Prescriviamo al paziente altre 2 sedute di chemio. Le cellule tumorali si rigenerano nel tessuto fibrotico che rimuoviamo tramite microchirurgia endoscopica transanale. Così l’organo rimane al suo posto e non c’è bisogno di colostomia”, spiega Zaman Mamedli, direttore del reparto proctologico del Centro di Ricerca oncologico Trapeznikov presso il Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin, nonché direttore degli sforzi russi nell’esperimento.

Dopo un’operazione del genere non rimangono nemmeno cicatrici. Nella cavità addominale del paziente vengono introdotti appositi strumenti grazie ai quali il chirurgo riesce a operare controllando la situazione da un monitor. Il rischio di complicanze è minimo, ci si riprende velocemente.

“Allora fu uno shock”

Nel 2010 alla Conferenza internazionale di oncologia Zaman Mamedli ascoltò una relazione di scienziati brasiliani che proponevano ai pazienti affetti da cancro al retto di non operarsi subito, ma di aspettare un po’ per verificare un’eventuale risposta positiva del tumore alla chemioterapia. Dunque qualora la cura venga identificata correttamente la neoplasia maligna potrebbe sparire, secondo i ricercatori.

“Allora fu uno shock. Tutti si misero a ridere perché era impossibile pensare di non operare un paziente con il cancro al retto. Ma alcuni esperti si interessarono alle proposte degli scienziati brasiliani. E dopo un anno a un altro congresso internazionale io e alcuni colleghi di circa 20 Paesi diversi decidemmo di unire gli sforzi. Volevamo raccogliere in breve tempo un numero sufficiente di pazienti per formulare una conclusione fondata circa l’efficacia di questo metodo”, continua Mamedli.

  • Operazione presso il Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin
    © Foto : Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin – Ministero russo della Sanità
  • L’oncologo Zaman Mamedli coordina le ricerche sulla cura al cancro al retto
    © Foto : Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin – Ministero russo della Sanità
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© Foto : Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin – Ministero russo della Sanità
Operazione presso il Centro nazionale di Ricerca oncologica Blokhin

In breve tempo non fu possibile: i risultati intermedi del lavoro congiunto pluriennale sono stati pubblicati solo l’anno scorso. Ma comunque sono comparsi subito su The Lancet, la rivista medica più autorevole al mondo.

“È un articolo importante con una quantità impressionante di citazioni. Sono stati raccolti i casi di circa 1600 pazienti e l’analisi è stata condotta su circa 1000 di loro nei primi 5 anni del progetto. La conclusione fatta è che nei grandi centri di ricerca questa tipologia di cura è sicura e giustificata”, conclude l’esperto.

“Non è stato necessario rimuovere nulla”

Nell’articolo sono stati utilizzati i dati di 60 pazienti russi. Più dell’80% di loro hanno avuto una risposta positiva alla cura. Ciò significa che le cellule tumorali sono scomparse completamente e la patologia stessa per diversi anni non si è ripresentata.

Fra i pazienti guariti vi è la quarantunenne Rimma Merkulova di Novomoskovsk nella Regione di Tula.

“La vita a 40 anni è appena cominciata. Ho 2 figli: la maggiore di 14 e il più piccolo di 4. Come tutti ho il mutuo, qualche progetto. Questa diagnosi è stata un bel colpo. Ricordo che non sentivo più nemmeno il freddo: tutti giravano per strada con i giubbotti pesanti, ma io non ci pensavo, mi avevano diagnosticato il cancro. Quando arrivò la primavera, per me fu terribile. Ad aprile mi feci visitare al Centro Blokhin e quasi subito mi presero per partecipare allo studio. In tutto feci sei sedute di chemio e un mese e mezzo di altre cure. Fisicamente fu molto pesante, non mi va nemmeno di ricordare quel periodo. Ma ne è valsa la pena, per me la cura ha funzionato. Il tumore è scomparso nel tempo, non è stato necessario rimuovere nulla”, ricorda la donna.

Ma la donna è un po’ l’eccezione alla regola. Non le hanno nemmeno trovato cicatrici fibrotiche, quindi non hanno rimosso nulla.

“Senza prove non è scienza”

Il trattamento di un paziente dura circa 6 mesi o, più precisamente, 24 settimane. In questo periodo il paziente è sottoposto a un lungo ciclo di radioterapia e ad alcune sedute di chemio. Tutto dipende da come il tumore maligno reagisce ai trattamenti. Se le cellule tumorali si trasformano in tessuto fibrotico, il paziente non viene operato. Infatti, i tessuti cicatriziali formatisi, ora benigni, vengono poi rimossi. Il medico Nikolay Kozlov fornisce una sua riflessione sul trattamento.

“Dalla risonanza magnetica il tessuto cicatriziale senza residui di tumori e lo stesso tessuto ma con microscopiche cellule tumorali residuali si presenta allo stesso modo. Quando mi arrivano tessuti già rimossi di pazienti che si sono sottoposti alla radio e alla chemio, riesco ad affermare con certezza quanto è stato efficace il trattamento solo dopo uno studio a livello microscopico. Inoltre, può succedere che un grande tumore maligno dopo la chemio e la radio diminuisca moltissimo e diventi una piccola ulcera: ciò significa che gli sforzi della radio e della chemio hanno sortito il massimo effetto. Tuttavia, capita che in fase di analisi del tessuto con l’ulcera residuale si rilevino delle parti di tumore maligno. In questo caso l’effetto curativo non ha sortito il massimo effetto e la patologia non può considerarsi del tutto debellata”, spiega Kozlov.

Secondo Kozlov, in circa un caso su quattro le cellule tumorali muoiono completamente dopo il trattamento e si concentrano nel tessuto cicatriziale destinato alla rimozione.

“Purtroppo non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo al trattamento. Al momento non siamo in grado di dire per quale modo in alcuni pazienti il tumore sparisca e in altri non notiamo alcuna reazione al trattamento. Non è possibile prevedere quale sarà la reazione in ogni caso concreto. Ma per capirlo, stiamo mettendo a punto una grande banca dati internazionale”, aggiunge Mamedli.

Si tratta dell’International Watch & Wait Database (IWWD), una banca dati che raccoglie dati di pazienti di tutto il mondo che hanno provato questo trattamento. Gli oncologi russi inviano nella banca dati i risultati raccolti ogni 6 mesi. La ricerca è già al suo settimo anno, ma per valutare l’efficacia del trattamento, è necessario raccogliere dati per almeno 10 anni.

“Per i ragazzi del nostro team ho scritto qui “26 settembre” con un punto esclamativo. È la data in cui inviamo i nostri risultati all’IWWB. I colleghi stranieri inseriscono i propri dati. Alla fine speriamo di ottenere un enorme ventaglio di pazienti da tutto il mondo che non lasci dubbi circa l’efficacia del trattamento. Noi chiaramente già ora stiamo notando che il trattamento funziona, ma sono necessarie delle prove. Senza prove non c’è scienza”, ci dice Mamedli indicando la scritta 26.09 su una lavagna. 

La lavagna è appesa alla parte di uno stretto corridoio lungo il quale passano in continuazione medici e infermiere. Spesso si rivolgono a Mamedli, ma lui si scusa e dice che deve andare in sala operatoria. Anche i risultati di queste operazioni finiranno nella banca dati internazionale di cui sopra e la storia patologica di un paziente potrebbe fungere da evidenza a favore del nuovo trattamento.

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