22:19 17 Febbraio 2020
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Nonostante la sentenza della Cassazione che vietava la vendita dei prodotti della canapa sativa i giudici ai quali si sono rivolti i negozianti hanno stabilito che questi non sono assimibilabili a stupefacenti

La sentenza della Cassazione che vietava la vendita di derivati della canapa, molto voluta da Matteo Salvini, ha visto una sorta di ribaltone in quanto i negozianti di prodotti derivanti da cannabis si sono rivolti ai giudici. Infatti questi ultimi hanno stabilito che la cannabis light non è drogante e che quindi si può vendere.

In precedenza la Cassazione aveva depositato un verdetto per chiarire la sentenza nel quale si indicava che qualsiasi derivato della cannabis (foglie, resine, oli e infiorescenze), anche se il contenuto di THC è al di sotto dello 0,6%, non può essere commercializzato se c’è un “effetto drogante”.

L’ultima parola però “sull’effetto drogante” era stata lasciata ai giudici, che sarebbero stati chiamati a stabilire il vietato e il consentito. Quindi adesso i magistrati stanno riaprendo i negozi sequestrati di coloro che possono dimostrare di vendere prodotti con un contenuto di THC inferiore a quello stabilito dalla legge.

La battaglia di Salvini contro la cannabis

La sentenza della cassazione del 30 maggio è seguita agli annunci del ministro dell’Interno Matteo Salvini che a più riprese aveva espresso la sua intenzione di far chiudere i negozi che commercializzavano cannabis.

"Faremo controlli a tappeto e chiederò da domani la chiusura uno per uno di tutti questi presunti negozi turistici di cannabis, che peraltro vendono droga anche ai minori e che per quanto mi riguarda vanno sigillati dal primo all'ultimo", ha dichiarato Salvini dopo un incontro con le comunità terapeutiche al Viminale.

​Il verdetto del 30 maggio

Lo scorso 30 maggio le sezioni unite penali della Cassazione avevano stabilito che la cannabis sativa light non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016 che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole e che elenca tassativamente i derivati che possono essere commercializzati”.

La Corte ha chiarito che “integrano il reato di cui all’articolo 73, commi 1 e 4, dpr 309/1990 le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

 

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