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20:07 22 Settembre 2019
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Anche YouTube censura su Hong Kong

© flickr.com/ Rego Korosi
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Seguendo le orme di Twitter e Facebook, ora anche YouTube si adegua alla linea tracciata e disabilita oltre 200 canali che pubblicavano contenuti sulle proteste di Hong Kong “non adeguati”.

YouTube ha disabilitato 210 canali che pubblicavano contenuti relativi alle proteste di Hong Kong “in modo coordinato”, seguendo le orme di Facebook e Twitter che già avevano intrapreso una vera e propria censura nei riguardi degli account che interpretavano la situazione della ex colonia britannica troppo pro-Cina.

"I canali di questa rete si sono comportati in modo coordinato durante il caricamento di video relativi alle proteste in corso a Hong Kong", ha affermato l'analista delle minacce alla sicurezza di Google Shane Huntley ieri in un comunicato online, aggiungendo che la "scoperta" del team di Google è stata "coerente con le recenti osservazioni e azioni relative alla Cina annunciate da Facebook e Twitter".

In pratica, secondo la casa di Mountain View, proprietaria di YouTube, i canali stavano "seminando discordia politica" per conto del governo cinese e bisognava fermarli. Come faceva Google a sapere che erano le autorità cinesi a tentare la scalata al consenso mediatico e non spontanee condivisioni di privati che interpretassero la questione di Hong Kong dal punto di vista dei cinesi continentali è poco chiaro. La spiegazione ufficiale sarebbe stata che: “L’uso di VPN e altri metodi di mascheramento avrebbero dimostrato che non si poteva trattare di null’altro se non un’azione coordinata”.

Twitter per prima aveva lanciato la campagna contro le presunte attività illecite cinesi a favore delle azioni governative ad Hong Kong. Secondo questi le attività sospette “minavano la legittimità e le posizioni politiche del movimento di protesta sul campo e tendevano a seminare discordia”.

Cosa si intenda esattamente nelle spiegazioni che i tre social pubblicano per spiegare le proprie decisioni non appare molto chiaro ma, analisti come la giornalista Helen Buyniski e non pochi altri, non possono fare a meno di sospettare che per “seminare discordia", non si intenda altro che pubblicare qualsiasi cosa a sostegno di Russia, Siria, Iran, Venezuela, Cina o qualsiasi altro governo non gradito agli Stati Uniti.

Il Governo cinese ha sfidato Twitter a spiegare la sua decisione di vietare la pubblicità dei media statali chiedendo per quale motivo una pubblicazione da loro sponsorizzata dovrebbe essere per forza negativa o sbagliata come pure si è chiesto se il trattamento riservato a loro sarebbe stato lo stesso riservato anche alle altre entità statali occidentali.

Erano state proprio le autorità di Pechino del resto ad indicare un chiaro ruolo degli Stati Uniti nel sostenere ed incoraggiare i disordini. D’altra parte ci sono enormi quantità di re-tweet di qualsiasi cosa dica il Segretario di Stato Mike Pompeo sulla crisi di Hong Kong a favore dei manifestanti, fa notare ancora la Buyniski, eppure nessuno si permette di sospettare pubblicamente che la pressione social sia ingigantita artificialmente in quei casi.

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