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19:59 18 Settembre 2019
Crisi dei Rohingya - visualizzazione sulla mappaProfughi Rohingya

Rohingya "preferirebbero il veleno" piuttosto che tornare in Myanmar

© Sputnik / Alessio Trovato © Foto: Foreign and Commonwealth Office [OGL v1.0]
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61 ONG lanciano un appello sul peggioramento della crisi dei Rohingya e chiedono impegno per il rimpatrio dei rifugiati, ma secondo un rapporto ONU i rifugiati in Bangladesh non avrebbero proprio alcuna intenzione di tornare in Myanmar.

I rifugiati musulmani Rohingya in Bangladesh, che sono fuggiti alla repressione nel vicino Myanmar, dicono di temere torture e violenze nei luoghi di origine e preferirebbero morire piuttosto che essere rimpatriati. I membri della minoranza etnica perseguitata sono stati inviati giovedì 22 agosto dalle autorità del Bangladesh, insieme all'Alta Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), a far ritorno in Myanmar.

Dopo aver esaminato più di 3.000 rifugiati dei 3.454 presenti nell’elenco approvato, i funzionari dell'UNHCR hanno scoperto che i Rohingya sono profondamente contrari al rimpatrio, con alcuni che affermavano addirittura che preferirebbero "bere veleno" piuttosto che tornare nello stato nord-occidentale di Rahkine, in Myanmar, da dove erano originari.

Secondo Pars Today (servizio radiofonico internazionale della Repubblica Islamica dell’Iran), che riporta interviste eseguite sul campo dalla Reuters, alcune testimonianze raccolte avrebbero espresso parere tutt’altro che favorevole alla proposta di rimpatrio:

“Siamo venuti in Bangladesh portando con sé nient’altro che le nostre vite. Qui ora abbiamo per lo meno un riparo, abbiamo un po' di pace. Ora vogliono rimandarci indietro. È meglio ucciderci qui, ma non rimandarci in quel Paese di persone brutali. Meglio darci del veleno, morirò bevendo quel veleno, ma non tornerò indietro”, ha detto ad esempio Sabbir Ahmaed, uno dei rifugiati, all’intervistatore.

Più di 730.000 musulmani Rohingya sono fuggiti dalla regione birmana di Rakhine (in precedenza chiamato Arakan) nel vicino Bangladesh a seguito della repressione guidata dai militari nel 2017 e che le Nazioni Unite hanno affermato essere stata perpetrata con "intenti genocidi".

Migliaia di musulmani Rohingya sarebbero stati uccisi, feriti o arbitrariamente arrestati dai soldati birmani tra il novembre del 2016 e l'agosto del 2017, secondo i rapporti ONU.

“Hanno ucciso mio padre, mia madre e miei fratelli e hanno abusato sessualmente delle donne, solo perché siamo musulmani. Molti dei nostri fratelli musulmani ora soffrono nelle prigioni. Non c’è pace per noi in Myanmar, come potremmo tornarci?”, dice Rokeya Begum, un altro rifugiato Rohingya, aggiungendo: "È il nostro Paese, ovviamente vorremmo tornare, ma non senza pace. Se non c'è pace, allora non rimandarci indietro, meglio se ci uccidete qui”.

Parlando a condizione di anonimato, un funzionario di soccorso per rifugiati del Bangladesh ha detto che non sarebbe stata trovata nemmeno una singola famiglia disposta a tornare in Myanmar durante le indagini fatte dalla Commissione per i Rifugiati.

“Quasi tutte le 214 famiglie che abbiamo intervistato oggi hanno dichiarato che non sarebbero tornate fino a quando le loro richieste chiave non fossero state soddisfatte. La regione di Rakhine è ancora ostile e insicura per loro, hanno detto ", avrebbe affermato il funzionario.

Anche i precedenti tentativi di persuadere i Rohingya a tornare a Rakhine erano falliti a causa dell'opposizione dei rifugiati. In una dichiarazione di mercoledì, Human Rights Watch (HRW) si era detta costretta ad invitare Myanmar e Bangladesh a cancellare i piani di rimpatrio dei Rifugiati rohingya dai campi del Bangladesh a Rakhine.

"Il Myanmar deve ancora porre fine alle persecuzioni sistematiche e le violenze contro i Rohingya, quindi i rifugiati hanno tutte le ragioni per temere per la loro sicurezza e non voler tornare", ha dichiarato Meenakshi Ganguly, direttore del gruppo per l'Asia meridionale della Commissione che ha poi aggiunto: "Il Bangladesh è stato generoso con i Rohingya, sebbene le condizioni nei campi siano state difficili, ma nessun rifugiato dovrebbe sentirsi costretto a tornare in un posto che non è sicuro", ha concluso.

I Rohingya

I Rohingya sono un gruppo etnico di religione musulmana sunnita di lingua indo-ariana. Prima della crisi vivevano prevalentemente nello Stato di Rakhine (Arakan) nel Myanmar nord-occidentale al confine con il Bangladesh. Pare che in origine vivessero soprattutto in Bangladesh e da qui si fossero spostati in Myanmar (allora Birmania) durante il periodo del dominio britannico. Secondo la legge sulla cittadinanza della Birmania già del 1982, i Rohingya non fanno parte delle 135 etnie riconosciute dallo Stato asiatico e non hanno pertanto diritto alla cittadinanza. La minoranza è sempre stata trattata con discriminazione da parte delle autorità di Naypyidaw (capitale del Myanmar dal 2005 succeduta a Rangoon) che hanno sempre cercato di favorire l’uniformità al modello buddista.

La comunità internazionale venne a conoscenza delle tensioni etniche per la prima volta nel 2012, quando un episodio di cronaca aveva scatenato la prima rivolta incontrollata. Tre ragazzi Rohingya vennero accusati dello stupro e dell’omicidio di una ragazza buddista. Quell’avvenimento scatenò una reazione a catena nei già difficilissimi equilibri tra le due comunità. Nell’estate del 2017 una nuova e ancora più grave fase di recrudescenze iniziò dopo che l'Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA – forze indipendentiste Rohingya) attaccò delle stazioni di polizia. L’esercito birmano reagì con violenti rastrellamenti. Da allora la crisi non ha più avuto soluzione.

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