Widgets Magazine
09:48 14 Ottobre 2019
Migranti africani in Libia

Reportage dal campo profughi di Bengasi

© AFP 2019 / Mahmud Turkia
Mondo
URL abbreviato
0 23
Seguici su

Cercando di raggiungere l’Europa, i profughi provenienti dai Paesi dell’Africa Subsahariana sono spesso vittime dei trafficanti di esseri umani o della guerra tra Tripoli e Bengasi.

Il 2 agosto il ministro libico degli Interni Fathi Bashaagha ha dichiarato la chiusura di 3 centri profughi dopo l’attacco missilistico inferto (come confermato dalle autorità di Tripoli) dalle truppe del maresciallo Khalifa Haftar. Il corrispondente di Sputnik ha visitato l’unico centro per profughi clandestini di Bengasi finanziato dal governo provvisorio e non riconosciuto dalla comunità internazionale.

I centri verranno chiusi

Dopo il bombardamento avvenuto all’inizio di luglio il centro profughi di Tajoura verrà chiuso. Anche altri due campi, quello di Misrata e di Khoms, vicino ai quali si scontrano i gruppi armati nella Libia occidentale e centrale, verranno chiusi. Questi tre campi sono sotto la protezione del governo di unità nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto dall’ONU e guidato da Fayez el-Sarraj.

Questo è stato riportato il 2 agosto dal ministro libico degli Interni Fathi Bashagha dopo l’attacco missilistico inferto il 2 luglio, come è stato affermato, dalle truppe del maresciallo Khalifa Haftar, influente personalità libica non riconosciuta dalla comunità internazionale.

Libia: 3 centri di accoglienza profughi verranno chiusi a breve. Il governo afferma di non essere più in grado di sostenere perdite materiali legate all’accoglienza profughi. Ciononostante a Khoms sono stati evidenziati nuovi gruppi di profughi.

​Dopo l’attacco a Tripoli comunicato il 4 aprile l’Esercito nazionale libico (ANL) guidato dal maresciallo Haftar ha dichiarato la necessità di invadere la capitale al fine di “liberare Tripoli dai miliziani che la governano” prima che il fatto in questione avvenisse. In tal modo, la Libia continua ad essere divisa. Un Paese grande e ricco di petrolio che è precipitato nel caos dopo la deposizione di Gheddafi e il suo omicidio nel 2011.

Il Rappresentante dell’ONU in Libia Ghassan Salamé e l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani Michelle Bachelet hanno considerato “crimini di guerra” questi attacchi al centro di Tajoura i quali hanno provocato 50 vittime tra i profughi. Tantopiù che le coordinate GPS di questo come di altri centri erano state da tempo comunicate alle parti contrapposte a scanso di equivoci.

Ma il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a condannare l’invasione dopo che gli USA si sono rifiutati di sostenere la dichiarazione congiunta avanzata dalla Gran Bretagna per richiedere il tempestivo cessare il fuoco tra le parti contrapposte. Stando a fonti diplomatiche, Donald Trump si è opposto. Il presidente americano non ha mai nascosto di sostenere il maresciallo Haftar che, a sua detta, sarebbe “colui che combatte in maniera più decisa contro il terrorismo”.

IL SOSTEGNO EUROPEO

Dopo che nel novembre del 2017 il canale televisivo CNN ha riportato che i profughi dell’Africa subsahariana venivano venduti come schiavi con il benestare delle autorità libiche. Il governo di Tripoli riceve dall’Europa mezzi per il sostentamento di questi profughi e dei centri esistenti fino al loro rimpatrio nel caso in cui siano arrivati in maniera regolare.

© Sputnik . Mikhail Voskresenskiy
In molti rapporti delle ONG, in particolare di Amnesty, sono state descritte “violenze da parte di trafficanti, gruppi criminali e armati” nei confronti dei migranti nel momento in cui riescono ad attraverso il Mediterraneo partendo dalla Libia e prima di essere collocati nei centri italiani di accoglienza. Particolarmente vergognoso per le autorità di Tripoli è stato l’approfondito reportage video realizzato dai giornalisti del New York Times con la partecipazione di Forensic Oceanography (organizzazione creata nel 2011 per tenere traccia dei profughi morti) e di Forensic Architecture (centro di ricerca che studia le violazioni dei diritti umani). Per la prima volta è stato osservato come la guardia costiera libica, formata e pagata dagli europei, non rispetta i diritti di questi profughi e si rifiuta di aiutarli quando affogano in mare:

“Dopo la sottoscrizione nel febbraio del 2017 dell’accordo tra Libia e Italia ai sensi del quale le autorità libiche dovrebbero intercettare i migranti nelle acque territoriali e le ONG che spediscono imbarcazioni di salvataggio nel Mar Mediterraneo, è diventato molto difficile operare. Vengono continuamente minacciati dalla guardia costiera libica che, nonostante i mezzi e la formazione europei, non salva i migranti che affogano. In tal modo, chiudendo gli occhi dinanzi alle violazioni perpetrate dai libici e segnalate dalle ONG, l’Europa aggrava la situazione e spinge i profughi alla morte”, osservano gli autori del reportage video pubblicato nel 2019 con riferimento a eventi avvenuti il 6 novembre 2017.

Alla fine di luglio sono affogati 150 profughi che dalla Libia erano diretti in Italia. “È il numero più grande di vittime nel Mediterraneo registrato nel 2019”, constata l’ONU. Per questa ragione la chiusura dei tre centri di accoglienza in Tripolitania potrebbe portare a un “sovraffollamento di altri centri” o, peggio ancora, al “passaggio dei profughi nelle mani dei trafficanti”, ritengono gli esperti libici.

La situazione non farà che peggiorare la già poco invidiabile sorte dei profughi subsahariani in Libia. Emmanuel Macron ha espresso la sua preoccupazione in proposito in occasione della conferenza stampa del 22 luglio prima ancora delle dichiarazioni del ministro degli Interni del governo di Tripoli:

​In occasione della conferenza stampa del 22 luglio il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato 14 Paesi europei ad accogliere i profughi.

Nonostante le minacce da parte delle guardie costiere italiana e libica, le ONG europee che salvano i migranti non hanno intenzione di cedere. Da Marsiglia la nave Ocean Viking dell’organizzazione SOS Méditerranée “si sta nuovamente dirigendo questa settimane nelle acque internazionali al largo della costa libica dove arriverà fra circa 3 giorni”, riporta il comunicato pubblicato dall’organizzazione lo scorso weekend.

La nave è stata allestita nel giro di due mesi presso cantieri navali polacchi perché, nonostante le minacce, riuscisse ad accogliere a bordo nelle condizioni migliori i profughi superstiti:

“La nave Ocean Viking è pronta ad eseguire la sua missione. Dopo i recenti tragici eventi del Mediterraneo siamo decisi ad andare sul posto il prima possibile. Più di 110 persone sono scomparse senza lasciare traccia dopo l’incidente nautico avvenuto giovedì 25 luglio al largo della costa libica. Stando all’ONU “è la tragedia più terribile avvenuta quest’anno nel Mediterraneo”. Stiamo inviando una nuova imbarcazione per salvare i profughi superstiti. Questa è la nave di tutti gli europei che dimostrano solidarietà e umanità”, ha sottolineato l’ONG SOS Méditerranée in un comunicato del 4 agosto, copia del quale dispone Sputnik France.

Quale è la situazione all'est della Libia?

Stando alla maggior parte degli esperti, la minaccia di una guerra civile non è mai stata così seria come quella libica. Inoltre, la questione profughi appare ora sotto una nuova luce poiché questi potrebbero diventare moneta di scambio per conquistarsi il sostegno dell’Occidente o, in caso contrario, diventare strumento di pressione per screditare il nemico.

L’unico centro di accoglienza per profughi clandestini di Bengasi conta 500 persone e la situazione in cui versa il campo di Ganfouda, dove si è recato il corrispondente di Sputnik France il 10 luglio, è molto simile quanto a condizioni igieniche ai centri di accoglienza profughi italiani.

Qui i profughi mangiano a sazietà, bevono acqua filtrata, possono usare una lavatrice, hanno a disposizione dei passatempi e, soprattutto, qui i loro diritti vengono rispettati”, sottolinea Ismail Khaled Dressi, membro della direzione del campo e assistente del direttore del dipartimento per l’immigrazione clandestina di Bengasi.

“Qui i migranti vivono una vita normale, noi portiamo avanti innanzitutto la missione umanitaria. Mangiano tre volte al giorno. Durante il pomeriggio giocano a calcio. Li suddividiamo in squadre. Prima di cena guardano la tv per sapere cosa succede nel mondo. Dopo le 21:00 vanno a dormire. Non cacciamo nessuno, alcuni lasciano il campo volontariamente. Se un profugo si rifiuta di tornare in patria, lo avvertiamo del fatto che può finire in carcere. Sono misure preventive, ma non cacciamo nessuno”.

Migranti al confine
© Sputnik . Alejandro Martinez Velez
Il campo, in tutto e per tutto finanziato dal governo provvisorio della Libia orientale e non riconosciuto dai Paesi occidentali, dispone di mezzi a sufficienza per garantire a 490 profughi di nazionalità diverse 3 pasti al giorno. Fra di loro vi sono cittadini del Chad, 108 vengono dal Sudan (58 bambini e 47 donne). Il Ministero degli Esteri e per la Cooperazione internazionale del governo internazionale di concerto con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni forniscono al campo prodotti per l’igiene e la cura personale.

“C’è uno parrucchiere finanziato dal Ministero degli Esteri. I profughi possono farsi tagliare e acconciare i capelli. Tutti i venerdì, secondo una tradizione libica, dopo la preghiera viene distribuito couscous con carne, frutta e bevande”.

Le testimonianze dei profughi

Questa la testimonianza di una profuga del Darfour, Kalthoum Ahmed Safi Abdallah Jamil:

“Siamo arrivati qui grazie all’aiuto di Dio e in questo campo non abbiamo bisogno di niente. Mangiamo a sazietà, beviamo quanto vogliamo, abbiamo di che vestirci. Non vogliamo tornare in Sudan, ma i cittadini del Sudan vogliono rimpatriarci con la forza. Vogliamo rimanere qui perché la Libia è generosa con noi. Abbiamo cibo e vestiti per noi. Ci fanno regali. La gente ci lascia vicino ai cassonetti delle cose che potrebbero servirci. Noi le puliamo e le usiamo. Noi vogliamo vivere accanto a questa gente generosa. Ma ci vogliono rimpatriare in un posto come il Darfour dove noi profughi non abbiamo nulla. Un mese fa sono venuti di notte. Ci hanno svegliato, si sono rivolti a noi in malo modo e ci hanno portato qua. Io voglio rimanere qua. Ho il passaporto, ho i documenti d’identità dei miei figli, ho tutto in regola.

Il maggiore Hamed Said El Qefifi, responsabile del reparto accoglienza, parla della differenza di fermo di profughi con documenti di identità e profughi clandestini. Tutti vengono sottoposti a visita medica obbligatoria, poi vengono liberati o rimandati in patria.

“Le forze speciali e la polizia del Ministero degli Interni del governo provvisorio devono garantire la sicurezza del Paese e dei cittadini. Quando si tratta di profughi irregolari, abbiamo il diritto di difenderci come fanno anche tutti gli altri Paesi! Se un profugo ha i documenti in regola, può venire qui [a Bengasi] senza problemi e vivere bene. I libici sono aperti e accolgono tutti indipendentemente dal colore della pelle e dallo status sociale”.

La testimonianza di William Nyone, migrante del Sudan del Sud:

“Io non ho intenzione di andare a Tripoli, assolutamente no! A Tripoli ci sono troppi problemi. Qui, se non hai un documento, ti fanno problemi. Il governo non ti permette di affittare un alloggio o cercare lavoro. I miei documenti sono stati bruciati in Sudan, non ho nemmeno il passaporto. Non ho un posto dove andare, per questo voglio rimanere in questo campo”.

Al momento il governo provvisorio della Libia orientale sta tentando di non inviare i “propri” profughi a Tripoli perché da lì verrebbero espulsi nei Paesi limitrofi come Sudan, Egitto o Ciad. I migranti identificati come irregolari vengono rimbalzati in questi Paesi “o con l’aiuto di connazionali o tramite un punto di controllo presso Imssaad”, spiega il maggiore Hamed Said El Qefifi.

“Talvolta sorgono problemi anche con Paesi più lontani in cui la situazione non è stabile, come la Somalia. In questi casi collaboriamo con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che si occupa dell’espulsione. Tale operazione viene effettuata in maniera volontaria previo consenso nostro e del profugo. In caso di necessità l’Organizzazione internazionale per le migrazioni si mette in contatto con i connazionali del profugo. I profughi partono dall’Aeroporto di Benina con un volo diretto o con scalo in Turchia. Ma non vengono mai fatti passare da Tripoli!”, conferma il maggiore.

“Talvolta espellono anche 80 cittadini di Ciad e Sudan in un giorno e non più di 5-10 cittadini di altre nazioni in un mese”.

Nemmeno chi è arrivato con fatica al campo perde la speranza di attraversare un girono il Mediterraneo e di raggiungere l’Europa. Ma solamente quando “si rimetteranno o otterranno con istanze all’ONU lo status di rifugiato”.

di Christine H. Gueye

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Migranti, Libia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik