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10:47 24 Agosto 2019
Vera Stenina, la madre di Andrey SteninVera Stenina, la madre di Andrey Stenin

Faccio il tifo per i giornalisti – la mamma di Andrey Stenin

© Sputnik . Eugeniy Odinokov / Radio Sputnik © Sputnik . Radio Sputnik
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Sputnik ha raggiunto la madre di Andrey Stenin, giornalista russo ucciso nel Donbass nel 2014, e le ha chiesto dei rapporti con il figlio e di come ha saputo della sua morte.

Estate del 2014, è in corso il conflitto armato nell’est dell’Ucraina. Tra i tanti giornalisti impegnati a documentare le tragiche vicende c’è anche il cittadino russo Andrey Stenin, giovane fotogiornalista di Rossija Segodnja con esperienze di lavoro in altre zone di conflitto come Siria e Libia. Il 5 agosto del 2014 Stenin scompare e si perde ogni contatto con lui. La scomparsa del giovane è seguita dal pubblico e dalle istituzioni internazionali con grande attenzione e apprensione, le ricerche continuano fino a inizio settembre quando arriva la conferma della sua morte. Il corpo del fotogiornalista era stato trovato già a fine agosto vicino alla città di Snezhnoe, nella regione di Donetsk.

Stenin, che aveva solo 33 anni, fu il quarto giornalista russo ucciso in Ucraina nel giro di pochi mesi. Pochi giorni dopo la conferma della morte, il presidente russo Vladimir Putin gli conferì una medaglia al valore “per il coraggio e l’eroismo dimostrati durante l’esecuzione del dovere professionale”. Tra le tante iniziative volte ad onorare la memoria del giornalista, anche il Concorso internazionale di giornalismo fotografico Andrey Stenin, a cadenza annuale.

In occasione del quinto anniversario dalla morte di Stenin, Sputnik ha incontrato sua madre, Vera Stenina, che ha raccontato di ricordare Andrey come un bambino riservato, intelligente, amante dei libri e della storia. Andrey non raccontava molto di sé e per sua mamma anche il fatto che viaggiasse per lavoro fu una notizia inaspettata.

— Ha cercato di convincerlo a non partire, quando ha deciso di lavorare nelle zone di conflitto?

— No. Non lo sapevo. Ci telefonavamo poco. Lui non mi chiamava per primo, mentre io avevo bisogno di sentire anche solo una parola. Gli telefonavo, gli chiedevo del tempo, della salute… E sentendo la voce capivo che andava tutto bene, cioè lui non si apriva molto. Era molto contento, quando lo avevano preso da RIA Novosti. E poi per lungo tempo non mi chiamò. Nessuna chiamata, e ancora nessuna chiamata. Poi gli telefonai io e mi disse di essere in Siria. “Mio dio! Mio figlio è in Siria!”. Non lo sapevo. Allora capii che viaggiava.

— E cosa sentì allora?

— Non sapevo che ci fossero delle guerre lì. All’epoca non ascoltavo molto le notizie.

Ora invece le seguo con attenzione, faccio il tifo per i giornalisti. Ecco, quando è andato in Ucraina, qualcosa mi spinse a pensare che mio figlio potrebbe non esserci, quando cominciarono a uccidere i giornalisti: Voloshin, Korneljuk.

E ancora una volta io non sapevo che fosse lì. Mi aveva accompagnata e se ne era andato. Mi aveva regalato un computer portatile e io cominciai a guardare. Vedevo le sue fotografie, voleva dire che era vivo, andava tutto bene. Lo seguivo così.

— E come seppe di quello che era accaduto?

— Venni a sapere che in Ucraina erano avevano iniziato a perseguitare i giornalisti, che davano dei premi sulle loro teste. E allora capii che era pericoloso. Mi ricordo il 17 luglio, lo chiamai. Era così allegro, mi raccontava di come si era sistemato nel dormitorio. Da quello che capii, si trovava a Slavjansk (…).

E poi luglio… Avevo una certa sensazione, come se non vivessi, e avevo come un vuoto dentro. E poi il 6 agosto mi telefonò mia sorella. Per qualche ragione mi chiamò molto presto, tipo alle 5 del mattino. Nadja disse che davano le notizie e che, sembra, era scomparso un giornalista, Stenin Andrey.

E allora io accesi la televisione e lo seppi, quindi dal telegiornale. Per lungo tempo non potei telefonare. Partii solo il 18. In tutti quei giorni ero come un animale costretto in una gabbia. Non dormivo, la televisione era accesa giorno e notte. E questa musica allarmante, gli annunci che lo stavano cercando, la sua fotografia. Poi venne mia sorella. Non sapevo neanche a chi rivolgermi, e poi telefonammo all’agenzia. Partii con mia nipote, ci vennero a prendere, ci diedero un alloggio. E lì aspettammo notizie quasi un mese intero. Poi mi chiamò Dmitrij Kiselev (il direttore generale dell’agenzia di informazione Rossija Segodnja, ndr), disse che l’avevano trovato. Inizialmente la corrispondenza era al 60%, poi mi disse che era sicuro. Mi hanno sostenuta e, certamente, sono grata a Rossija Segodnija, ai suoi dipendenti, mi hanno sostenuta molto. Mi ha sostenuta la sua ragazza Vera, i suoi genitori. Ancora oggi ci sentiamo per telefono.

— Lei si è recata nel Donbass. Lì hanno fatto un memoriale.

— Ci sono andata per la prima volta ad aprile di quest’anno. È una città molto chiusa per il blocco, o per l’assedio, non so come chiamarlo. Mi spiace molto per queste persone. La città mi è piaciuta molto, tutto pulito. Anche se ci sono stati i bombardamenti, puliscono tutto molto velocemente.

La città vive, certamente, ed è una città molto bella, le persone sono buone. Sono stata anche nella scuola che porta il nome di Andrey a Snezhnoe.

Lì recitavano versi su di lui. C’è una stanza-museo dedicata ad Andrey e ai due ragazzi che sono morti con lui. Pensano a loro con bontà d’animo. Loro non lo conoscevano, eppure il fatto che sia stato ucciso lì… Si vede la bontà (delle persone, ndr).

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Tags:
Intervista, Concorso Stenin, Andrey Stenin
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