17:38 14 Dicembre 2019

Combattere il killer silente: a quando il vaccino per l’epatite C?

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Il rischio principale dell'epatite C è il fatto che non si manifesta in maniera visibile. Stando ai dati dell’OMS, solamente il 20% degli infetti sono consapevoli della diagnosi. Tutti gli altri rischiano di rivolgersi a un medico quando è già troppo tardi.

Tutti gli altri rischiano di rivolgersi a un medico quando è già troppo tardi. Una soluzione al problema potrebbe essere la vaccinazione su larga scala, ma non esiste un vaccino.

Dai 2 ai 4 milioni di russi soffrono di epatite C, malattia considerata incurabile. E sebbene negli ultimi anni l’incidenza nel Paese si stia gradualmente riducendo, ogni anno muoiono circa 15.000 persone per via delle complicanze dell’epatite C cronica.

Il 28 luglio è stata la Giornata mondiale per la lotta contro l’epatite e in quest’occasione Sputnik vi spiega perché fino ad ora nessuno ha ancora messo appunto un vaccino e quando sarà disponibile.

Pericolosa e impercettibile

L’epatite C è chiamata il killer silente. La decorrenza cronica della patologia è di fatto asintomatica. I primi suoi sintomi (febbre, nausea, vomito, muscoli indolenziti) possono essere facilmente confusi con quelli dell’influenza. I pazienti spesso non si rendono conto di cos’hanno e cominciano a preoccuparsi solamente quando il virus ha già provocato patologie come la cirrosi o il cancro al fegato. E nella maggior parte dei casi l’esito è la morte.

Tuttavia, qualora si riesca a diagnosticare per tempo l’epatite C, è possibile curarsi. La terapia principale consiste nell’assunzione di farmaci ad azione antivirale che bloccano il virus nella cellula e gli impediscono di riprodursi.

Tuttavia, nel caso dei vaccini questa strategia non funziona. Il virus dell’epatite C ha un’elevata modificabilità genetica. Riesce a sfuggire alle difese immunitarie e a modificare le sue proprietà all’interno dell’organismo. Dunque, gli anticorpi che il sistema immunitario aveva creato tre anni fa ad esempio non agiscono più sul nuovo virus. Proprio questa capacità del virus è considerata uno dei problemi principali nella creazione di un vaccino contro l’epatite.

Indurre le cellule infette a scomparire

I ricercatori dell’Università di Oxford hanno deciso di affrontare il virus dell’epatite da un’altra prospettiva. Il vaccino da loro creato mira non tanto alla produzione di anticorpi (tanto più che questi non riescono a combattere il killer silente) quanto alla stimolazione della risposta immunitaria cellulare. Così, determinate cellule del sistema immunitario riescono a riconoscere le cellule infettate dal virus e avviano in esse il processo di apoptosi: di fatto inducono la cellula infetta a suicidarsi. Insieme ad essa muore anche il virus.

Il vaccino creato dai britannici dovrebbe operare al contempo sia contro il virus dell’epatite C sia contro l’HIV. Il vaccino viene introdotto in due fasi. Inizialmente vengono introdotti nell’organismo antigeni del virus dell’epatite C e dell’HIV tramite vettori, detti adenovirus. Dopo un certo lasso di tempo la vaccinazione viene ripetuta, ma questa volta viene introdotto nell’organismo un vettore speciale all’interno del quale sono inclusi elementi di entrambi i virus.

Secondo gli autori dello studio, grazie a questa procedura il soggetto disporrà per tutta la propria vita di una difesa da entrambe queste pericolose patologie. A riprova di ciò il vaccino inoculato in 32 volontari ha scatenato su di essi una corretta reazione del sistema immunitario.

Testato sugli animali

I vaccini contro l’epatite di questa tipologia, denominati vaccini a DNA, al momento vengono impiegati in tutto il mondo. Di norma, sono costituiti da plasmidi, piccole molecole circolari di DNA contenenti alcuni geni di proteine del virus dell’epatite C. Queste molecole vengono introdotte nell’organismo del paziente tramite adenovirus disattivati od Orthopoxvirus.

Oggi questi farmaci vengono messi a punto sia da grosse case farmaceutiche sia da team di ricerca universitari. Vi sono dati a prova del fatto che almeno due vaccini a DNA in commercio abbiano avuto buoni risultati nei test sugli scimpanzé.

Anche il farmaco a DNA messo a punto dagli studiosi dell’Università di Adelaide in Australia innesca una forte risposta immunitaria dell’organismo. L’iniezione viene effettuata non nel muscolo (come per la maggior parte dei vaccini), ma nella pelle dove sono contenuti più leucociti. Proprio su quest’ultimi e sulle loro proprietà difensive hanno puntato i ricercatori. Il vaccino provoca una forte infiammazione nel punto dell’iniezione e vi attira molti leucociti. Il sistema immunitario così si attiva e il virus viene debellato. O almeno, così funziona sulle cavie. Sono in programma test del vaccino sull’uomo.

La risposta russa

Gli scienziati russi non rimangono in disparte. A partire dal 2015 presso l’Istituto di Ricerca Biomedica di V. N. Orekhovich è in fase di elaborazione un vaccino peptidico sintetico contro l’epatite C. Alla sua base vi sono peptidi creati in laboratorio e contenenti filamenti della proteina E2 del virus dell’epatite C. Questa proteina si caratterizza per il fatto che i suoi anticorpi non si riscontrano in tutti i malati, ovverosia il sistema immunitario per qualche ragione non la riconosce.

Nei test di laboratorio sulle cavie i frammenti peptidici creati dagli scienziati hanno funzionato in maniera ottima. Hanno indotto l’organismo delle cavie a produrre anticorpi in grado di legare le proteine della membrana virale. In altre parole, hanno attivato il sistema immunitario delle cavie. Inoltre, gli anticorpi così ottenuti sono stati verificati dagli studiosi sul virus dell’epatite C estratto dal plasma sanguigno di 5 pazienti umani. Questi anticorpi si sono rivelati funzionanti anche contro le particelle virali “umane”.

Secondo gli autori dello studio, se riusciranno a selezionare correttamente un adiuvante (un insieme di sostanze che rafforzino la risposta immunitaria, la dose di antigeni e la loro somministrazione), il farmaco ottenuto sarà efficace proprio contro quelle varietà di virus dell’epatite C più diffuse in Russia.

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