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19:45 22 Agosto 2019

Nell’autunno del 2018 la prigione dell’aeroporto di Mariupol esisteva ancora

© Foto : Courtesy of Vasily Prozorov
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Sputnik continua la pubblicazione di materiale inedito sulla prigione segreta della SBU (i Servizi di sicurezza ucraina) e dell’Azov presso l’aeroporto di Mariupol.

Abbiamo recuperato un documento della SBU che prova che la prigione sarebbe esistita almeno fino alla fine del 2018. Inoltre, si svolgeva attivamente la “tratta” dei prigionieri: i parenti potevano riscattare un prigioniero pagando 2000-3000 dollari.

Il caso dell’agente Reno

Oltre alle testimonianze dell’ex colonnello della SBU Vasily Prozorov vi sono anche altre testimonianze dell’esistenza di una prigione segreta presso l’aeroporto di Mariupol, nonché prove del fatto che la SBU tentasse di nascondere la prigione (ad esempio il documento della SBU finito per caso nelle mani della Repubblica popolare di Donetsk - RPD). Dal documento si inferisce che a ottobre-novembre 2018 la prigione dell’aeroporto esisteva ancora.

© Sputnik . Vladimir Astapkovic
L'ex colonnello della SBU Vasily Prozorov

All’inizio di quest’anno è passato dalla parte della RPD un ex collaboratore del Commissariato militare di Mariupol, il vicedirettore della squadra segreta del Commissariato militare delle forze armate ucraine nella regione di Donetsk, Yury Aushev. Deluso dalla SBU, aveva presentato le dimissioni ed era tornato a Donetsk. Presso il Commissariato militare di Mariupol Aushev era responsabile della sicurezza interna, per questo aveva installato sui computer del commissariato un apposito software che registrava tutte le operazioni su di essi effettuate.

Inizialmente questo programma gli serviva per il suo lavoro. Poi, però, quando maturò la decisione di tornare a Donetsk, Aushev sperava che grazie a quel programma l’avrebbero accettato nella RPD con maggiore benevolenza.

Dunque, nelle mani della RPD finirono alcune migliaia di documenti.

Quando era in servizio al commissariato, Aushev rispondeva a Sergey Stetsenko, colonnello delegato ai casi speciali appartenente al 3° reparto della 5° direzione di controspionaggio militare della SBU. Il colonnello, violando tutte le direttive legate alla sua carica, lavorava al commissariato senza preoccuparsi particolarmente della segretezza.

© Sputnik . Ria Novosti
Sergey Stetsenko, colonnello delegato ai casi speciali appartenente al 3° reparto della 5° direzione di controspionaggio militare della SBU

Così nelle mani di Aushev finirono documenti di Stetsenko che non riguardavano il commissariato. Tra questi anche un rapporto dei contatti con l’“agente Reno”: un militare ucraino che raccontava a Stetsenko degli umori percepiti tra le fila delle forze armate ucraine.

A Reno si era rivolta una signora del luogo, Lyudmila Momot, chiedendogli di fare luce sulla scomparsa del figlio Igor (classe 1990), avvenuta il 3 ottobre 2018.

Lyudmila raccontò a Reno che una settimana dopo la scomparsa di Igor ricevette una telefonata anonima con cui le si comunicava che il figlio si trovava in aeroporto e che per liberarlo avrebbe dovuto pagare 3.000 dollari.

La signora in pensione non aveva quei soldi, dunque chiese aiuto a Reno che era un “alto funzionario militare”.

Stetsenko promise a Reno di chiarire la situazione e dispose ciò che segue: “Al fine di prevenire una fuoriuscita di informazioni circa il luogo di detenzione dei prigionieri in isolamento all’interno dell’aeroporto indicato istruire Reno a riferire a Momot che presso l’aeroporto non esistono centri di detenzione”.

L’agente-tassista

Sì, da questo inferno in terra chiamato “Aeroporto di Mariupol” si proponeva il riscatto di una persona in cambio di soldi. Molto probabilmente questo riguardava persone a caso che erano finite all’aeroporto perché indossavano il Nastro di San Giorgio o perché avevano una foto sospetta nel telefono. I membri della RPD e i miliziani subivano torture, venivano avviati contro di loro procedimenti penali: non potevano certo sperare in un riscatto per 2.000/3.000 dollari.

Pavel Karakosov, abitante di Mariupol e veterano della guerra in Afghanistan, durante l’estate del 2014 lavorava come tassista e trasmetteva alla RPD informazioni di spionaggio che provenivano da Mariupol. A luglio arrivò in aeroporto per prendere una persona riscattata dalla prigione.

© Sputnik . RIA Novosti
Pavel Karakosov

In sua presenza un suo cliente fece in modo che liberassero dall’aeroporto un suo parente che sembrava non fosse immischiato in nulla di serio. Le trattative si svolsero tramite un funzionario del comune di Mariupol e il riscatto venne consegnato prima del viaggio.

Quel giorno Karakosov se lo ricorda bene: “Con noi viaggiavano il parente e il contrattatore. Fu lui a chiamare e a dire quale auto lasciar passare. Il detenuto fu portato fuori dall’edificio dell’aeroporto e fatto salire in macchina. Avrà avuto 35-40 anni. Era stato pesantemente picchiato. Allora capii che si trovava lì da almeno 3 giorni. Non riusciva a dire nulla né intendeva farlo”.

Un altro cliente fu più loquace. Raccontò di essere andato poco prima a Zaporozhe per prendere il nuovo passaporto. Sulla strada del ritorno il suo passaporto a un posto di blocco suscitò dei sospetti: sembrava un passaporto finto rilasciato a un disertore russo. Il pensionato fu, dunque, portato all’aeroporto dove venne picchiato per un paio di giorni per farlo confessare. L’uomo non aveva nulla da confessare e, quando i suoi aguzzini se ne convinsero, lo rilasciarono.

“Gli presero i 2000 dollari che aveva con sé, ma era comunque felice che lo avessero lasciato andare vivo!”, ricorda Karakosov. E dopo poco lui stesso venne fatto prigioniero all’aeroporto.

Intercettazioni di rete

A differenza dei suoi clienti, Karakosov non fu una vittima casuale della SBU: il tassista, infatti, aveva da tempo attirato l’attenzione delle forze di polizia ucraine poiché era un attivo sostenitore della RPD e uno degli organizzatori del referendum dell’11 maggio.

Il battaglione Azov lo fermò l’11 agosto presso un’officina dove Karakasov si era recato per riparare la sua auto. L’uomo pensa che l’abbiano intercettato grazie alla rete cellulare: infatti, esiste un’apposita tecnologia che permette di calcolare la posizione di un abbonato con una precisione di 20-30 m. Questo coincide con i racconti di Vasily Prozorov circa il fatto che la SBU entrava in possesso di enormi volumi di dati grazie alle intercettazioni della rete cellulare. Karakosov passò 7 giorni nella prigione dell’aeroporto, nelle stesse celle frigorifere di cui ha raccontato Prozorov.

“(Dopo il fermo, ndr) mi portarono in aeroporto, cominciarono a picchiarci, erano in 15. Dopo mi fecero scendere nel seminterrato e mi gettarono nella cella frigorifera. La cella era di circa 3 x 5 m, non c’era un sistema di areazione, era chiusa ermeticamente. Grazie a Dio non era in funzione, non faceva freddo. Era rivestita di lamine di alluminio. Nella cella c’era già un prigioniero che era stato pesantemente picchiato. Non riusciva a parlare, aveva il volto pieno di lividi. I suoi occhi erano assenti”, così Karakosov descrive il suo primo incontro con la prigione.

Le torture

Poi fu sottoposto alla vasta gamma di torture perpetrate dagli aguzzini.

“La prassi era simile a quella applicata dagli americani a Guantánamo. Facevano disporre la persona con gli arti a forma di stella e il viso all’insù, gli mettevano uno straccio sul viso e versavano sopra dell’acqua. La sensazione era quella dell’affogamento. Insieme al respiro affannoso entrano nel corpo anche particelle di acqua che il cervello percepisce come principio di affogamento. Durante le torture io ebbi un micro-ictus… Sentii come se nella testa mi avessero inserito milioni di aghi”, ricorda l’uomo entrando nei dettagli.

Un dipendente della prigione all'aeroporto di Mariupol
© Foto : Courtesy of Vasily Prozorov
Un dipendente della prigione all'aeroporto di Mariupol

Un’altra tortura era quella delle forbici. C’erano due binari paralleli. “Su uno facevano mettere i palmi delle mani, l’altro binario veniva calato dall’alto e ti schiacciava le dita”, continua Karakosov.

 “Oppure gli aghi sotto le unghie. Sembra quasi che dal collo ti vogliano strappare i nervi di tutto il corpo. Sì, questo l’ho provato proprio sulla mia pelle. L’amputazione delle gambe e di altri arti con una smerigliatrice è pratica comune”, conferma. E mostra la cicatrice rimastagli sulla gamba per via della motosega: non mi amputarono la gamba, mi minacciarono e basta.

Quelli dell’Azov volevano da Karakosov nomi e contatti di altri abitanti di Mariupol vicini alla RPD e coinvolti nell’organizzazione del referendum. Tutti i dati ferocemente estorti ai prigionieri finivano nelle mani della SBU per la quale l’Azov faceva il lavoro sporco.

“Ad ogni modo la SBU agiva nel rispetto della legge. Il battaglione Azov era la valvola di sfogo della SBU con il quale quest’ultima poteva fare ciò che voleva. E la SBU potrà sempre dire di non aver fatto niente, che la colpa era del battaglione”, spiega l’uomo.

Karakosov ritiene che all’aeroporto vi siano sepolture nascoste dei prigionieri venuti a mancare o uccisi durante le torture: “I morti per via delle torture in aeroporto si trovavano per le vie di Mariupol come cadaveri non identificati. Venivano gettati giù da una macchina direttamente in strada. Moltissimi cadaveri finirono così per strada. In città l’odore di morte era forte. Proprio un odore di cadavere. Penso che, cercando, vicino all’aeroporto si potrebbe trovare una sepoltura di massa”.

Dopo una settimana di torture Karakosov venne assegnato alla SBU di Mariupol che stilò ufficialmente il protocollo di fermo, poi il detenuto fu portato al centro detentivo di Kamenskoe alla periferia di Mariupol. L’uomo era in una condizione tale che inizialmente non lo volevano neppure ammettere il centro per timore che vi sarebbe morto.

“Il medico chiese: “che problemi ha?”, e io non feci che alzarmi la camicia”, ricorda. A dicembre 2014 Karakosov fu liberato per uno scambio di prigionieri.

Difensore civico: la prigione e le sepolture potrebbero esistere ancora oggi

Anche il difensore civico per i diritti umani della RPD, Darya Morozova, impegnata in casi di scambio dei prigionieri, ritiene che la prigione nell’aeroporto di Mariupol possa esistere ancora oggi.

“Riceviamo comunicazioni (sull’aeroporto, ndr) anche da chi è stato fermato nel 2018-2019. A Mariupol torturavano, picchiavano gravemente le persone, le strangolavano. Proprio lì utilizzavano i peggiori metodi di tortura psichica e fisica”, ha dichiarato Morozova a Sputnik.

Il difensore civico per i diritti umani della RPD, Darya Morozova

La donna sostiene che lì vi potrebbero essere sepolture segrete dei corpi dei detenuti venuti a mancare. “Poiché mi occupo del caso dal 2014 so che ci sono moltissimi video su YouTube e sui canali televisivi ucraini di ragazzi che vengono arrestati e che poi non si sa dove finiscano… Sono 5 anni che non riusciamo a trovare molti di loro. Dunque, tutto lascia pensare che siano finiti in posti del genere”, osserva il difensore.

Secondo Morozova, “la RPD sta indagando su 249 persone delle quali possiede informazioni precise riguardo il loro fermo in territorio ucraino”.

“Di queste 249 persone abbiamo conferme ufficiali dalla controparte ucraina di sole 101”, ha precisato. Il destino delle altre è al momento ignoto.

“Non escludo che vi siano e che continueranno ad esserci sepolture vicino a questi luoghi di detenzione”, sottolinea Morozova.

Non solo l’aeroporto

“Sono convinto che non è solo uno il posto. Tra poco scopriremo altri posti simili a Mariupol. L’anno scorso, ad esempio, hanno fermato una giovane donna. La SBU l’ha portata nel villaggio di Berdyansk. Per circa un mese non siamo riusciti a capire dove si trovasse. Dopo abbiamo appurato che nel villaggio vi era un luogo di detenzione illecito della SBU. La ragazza è stata picchiata e torturata per un mese. Una giovane donna. Hanno usato contro di lei tutto quello che potevano usare. E le facevano soffrire la fame”, afferma Morozova.

Stando al suo racconto, nei paesini sulla costiera del Mar d’Azov vi sono molte strutture turistiche in disuso.

“Tutti avevano una loro base lì: Azov, Aydar, Tornado, Donbass. E tutti avevano lì una prigione segreta dove torturavano le persone tra il 2014 e il 2015”.

Dopo le dichiarazioni di Vasily Prozorov, il difensore civico della RPD si è rivolta all’OSCE e alla Missione di monitoraggio sui diritti umani dell’ONU chiedendo di verificare quelle informazioni. Morozova ha inoltre esortato anche gli ex prigionieri a rivolgersi a queste organizzazioni internazionali in modo che le loro testimonianze vengano registrate.

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