19:56 10 Dicembre 2019
 Abdulhadi Ibrahim Lahwee, ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Governo provvisorio libico

"Vogliamo creare una nuova Libia" - ministro Esteri del Governo provvisorio libico

© AP Photo / Michel Euler
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Un'intervista esclusiva al ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Governo provvisorio libico Abdulhadi Ibrahim Lahweej rilasciata a Sputnik France nella città di Bengasi.

Sotto Gheddafi era ministro della Gioventù. Nel 2014 entrò a far parte della coalizione guidata dal maresciallo Haftar creata con l’intento di liberare Bengasi dai combattenti dell’ISIS.

- È appena emerso che l’Esercito nazionale libico ha attaccato nuovamente Tripoli e che le milizie stanno perdendo gradualmente terreno. Potrebbe confermare questa informazione e il fatto che il maresciallo Haftar si stia recando a Tripoli?

- Chiaramente posso confermarle quest’informazione. È anche l’obiettivo dell’operazione avviata il 4 aprile con l’intento di liberare Tripoli. Vorrei sottolineare che si tratta proprio di un’operazione e non di un’aggressione. L’obiettivo è liberare la capitale da chi l’ha presa in ostaggio. Non abbiamo alcun problema con i nostri connazionali presenti a Tripoli. L’esercito non ha alcuna intenzione di governare con la forza né su Tripoli né sulla Libia. L’unico nostro obiettivo è ripristinare lo stato di diritto, la sicurezza e la stabilità. Ovvero porre fine al caos rappresentato dalle armi e dalle milizie, promuovere la salvaguardia dei diritti civili e della libertà dell’individuo, rispettare i diritti umani.

Come Lei ben sa, Tripoli è una prigione a cielo aperto. Nemmeno i migranti sono stati risparmiati. Siamo nel 2019, è il terzo millennio. Purtroppo ancora esiste gente che traffica esseri umani e asservisce i nostri fratelli e sorelle africani. È una vergogna per i libici. Tanto più che questo non appartiene né alla loro cultura né al loro modo di vivere. Questa è la ragione che fa continuare la nostra operazione il cui obiettivo è liberare Tripoli. Tutto qui.

- La comunità internazionale in generale e l’Unione Africana (UA) in particolare hanno condannato l’attacco aereo inferto il 2 luglio sul campo profughi nei pressi di Tripoli. Secondo i dati riportati dalla missione ONU in Libia in seguito all’attacco sono morte circa 50 persone e ne sono rimaste ferite più di 100. A chi giova questo crimine? Davvero l’Esercito nazionale libico si è “sbagliato” come ha lasciato intendere il governo di intesa nazionale?

- Innanzitutto, desideriamo esprimere il nostro cordoglio per la morte di queste persone e fare le condoglianze alle loro famiglie. È un evento terribile, una tragedia umanitaria. Purtroppo il cosiddetto governo Sarraj [il governo libico provvisorio creato con il sostegno del Consiglio di sicurezza dell’ONU] sfrutta gli africani e i migranti come uno scudo umano. Questi centri profughi, infatti, diventano magazzini per le armi. Dunque, l’esercito non può sapere chi o cosa si trovi nel centro. L’esercito ha stabilito che si tratta di grandi depositi segreti di armi.

Chiaramente non vogliamo colpire i civili quale che sia la loro provenienza. Questi migranti sono nostri fratelli. Sono africani proprio come noi. Ma i miliziani non hanno una coscienza. Non rispettano né la legge né i principi morali. Obbligano questi migranti a indossare l’uniforme per usarli durante i conflitti. L’esistenza di centri simili va contro la legge. Non vi sono criteri [per determinare cosa costituiscano, NdR].

- Dunque si tratta davvero di un errore?

- Al momento stiamo valutando la questione e ci sono molti modi per convincersene… Ma comunque l’esercito e il governo libici si rifiutano di agire contro i civili quale che sia la loro nazionalità. Dopotutto uno degli obiettivi dell’operazione di Tripoli era liberare gli africani che vengono venduti in mare aperto e che purtroppo diventano cibo per i pesci. Questo è uno dei nostri obiettivi.

- Stando ai dati presentati nel rapporto pubblicato dall’ONU il 4 luglio, “le guardie libiche hanno aperto il fuoco nei pressi della capitale libica Tripoli sui migranti che avevano tentato di fuggire dal campo di Tajoura”. Il Ministero degli Interni di Tripoli ha tempestivamente confutato queste informazioni… Perché i migranti in Libia sono diventati l’obiettivo di una “guerra mediatica” che non si riconosce come tale?

- Quanto a noi, siamo un governo responsabile che adempie ai suoi compiti e rispetta il diritto internazionale e i diritti umani. Diamo grande importanza alla dignità di ogni cittadino nelle regioni dove siamo presenti. È offensivo e ingiusto paragonarci a Tripoli per il modo in cui trattiamo i migranti. Non è per ragioni politiche o mediatiche, ma proprio perché pensiamo che un [rapporto corretto nei confronti dei migranti] sia parte della nostra responsabilità verso gli altri.

Inoltre, non intendiamo pareggiare i conti con i cittadini di nazioni con le quali abbiamo rapporti difficili. Ad esempio, abbiamo rapporti difficili con la Turchia, ma i turchi vivono qui, acquistano immobili, lavorano senza problemi. Separiamo l’aspetto politico da quello giuridico e umano. Al momento vi è un disegno di legge che prevede un giro di vite sulle pene circa il trattamento dei migranti. La proposta sarà presentata ai deputati per una valutazione. I nostri centri di accoglienza sono aperti a tutte le organizzazioni internazionali.

Inoltre, ce ne siamo convinti anche grazie alla visita di Sua Eccellenza il capo di governo a uno dei centri di accoglienza per i migranti: La legge libica stabilisce che ogni clandestino giunto nel Paese debba essere espulso. Noi e i migranti abbiamo richiesto che la loro situazione potesse essere regolarizzata e che potessero trovare lavoro. La legge è chiara: devono comparire dinanzi a una corte e poi tornare nei Paesi d’origine.

- Dopo questa tragedia molte organizzazioni umanitarie, in particolare Medici Senza Frontiere (MSF), hanno chiesto di cessare l’attività dei campi di internamento per la detenzione di migranti in Libia” come richiesto anche dall’UE. A Suo avviso, questo sarebbe un progresso? 

Tripoli, Libia.
© Sputnik . Vladimir Fedorenko
- Questa è indubbiamente una soluzione fallace. Ci rimetterebbero i migranti. Ad ogni modo, che le organizzazioni internazionali prestino o meno il loro aiuto, continueremo ad adempiere ai nostri obblighi in base alle nostre possibilità. Desideriamo che il Centro di accoglienza profughi di Gandoufa, a Bengasi, il centro prototipo per l’accoglienza, si sviluppi. Oltre alle comodità già presenti, nel Centro allestiranno una biblioteca, pianteranno alberi e all’ingresso cresceranno delle rose. Tutto questo perché il centro diventi qualcosa di più di un mero prototipo.

Chiaramente non vogliamo che rimangano lì per sempre! Per questo, è stata istituita la commissione governativa che si occupa di regolamentare la situazione dei lavoratori stranieri in Libia. Non espelleranno nessuno. Chi vorrà lavorare in Libia, potrà farlo. Ad eccezione forse di chi soffre di malattie infettive. Saremo costretti a rimpatriare queste persone.

- Io parlo dei campi profughi di Tripoli.

- A Tripoli non c’è un governo che possa definirsi tale! Vi è un governo formale, ma purtroppo la situazione è controllata dalle milizie e dai gruppi armati. Direi anzi che la tratta di esseri umani citata nei rapporti (dell’ONU, NdR) avviene anche a Tripoli.

Sì, purtroppo siamo nel 2019 e questi criminali trattano esseri umani! Ogni giorno vendono e comprano migranti e persone muoiono in mare aperto. Analizzando la questione da più vicino, e parlo da africano, non da libico, direi che per i migranti la sicurezza non è garantita nel modo opportuno, con la guardia costiera in mare aperto.

Una soluzione efficace sarebbe lo sviluppo. È necessario che i Paesi d’origine si sviluppino. Per gli europei i migranti rappresentano un problema grave. Da africano posso confermare che la migrazione è sia una sfida sia un’opportunità.

- Il 14 luglio è stata la Festa nazionale francese. Le faccio una domanda diretta. Il maresciallo Haftar gode dell’appoggio della Francia? La Francia vende armi ad Haftar?

- Quanto alla vendita di armi, assolutamente no. Non è così. Le armi trovate a Gharyan sono state vendute nel 2011. Sono armi ormai non più in uso. La Francia è il Paese della democrazia e della libertà, non prenderebbe le parti di miliziani e fuorilegge.

Vogliamo la libertà per i nostri fratelli di Tripoli. Tripoli non dev’essere una prigione. Vogliamo che i bambini a Tripoli possano smettere di sentire sparatorie. Non vogliamo che vedano sangue e morte. Al contrario vogliamo che non conoscano mai la paura.

Oggi, nel 2019, negli ospedali staccano la corrente per 10-15 ore! Siamo rimasti indietro di mezzo secolo, anche se il nostro è un Paese del Mediterraneo ricco di petrolio con una densità di popolazione pari a un abitante per km2. Dobbiamo liberare il Paese da questi carcerieri e cominciare a costruire il governo. Per i libici depositare il proprio voto alle urne è meglio di avere un deposito di armi.

- Possiamo credere alla ministra francese della Difesa Florence Parly che ha dichiarato venerdì 12 luglio in un’intervista a FranceInfo che i missili trovati presso la base dell’ANL nei pressi di Tripoli sono “fuori uso”? È difficile credere che “questi missili siano stati collocati in un luogo dove dovevano essere distrutti” e che “non siano mai stati trasferiti a nessuno…”. È davvero andata così?

- Sì, su questo le possiamo credere. 

- In tal caso perché il Suo collega Mohamad Tahar Siala, ministro degli Esteri del Governo di intesa nazionale, ha chiesto al ministro francese degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, di “spiegare tempestivamente in che modo e quando le armi francesi trovate a Garian fossero finite in mano ad Haftar”?

- Poveretto, gli dicono cosa dire e cosa tacere! Lui stesso è prigioniero, poveretto!

Una volta non più in grado di soddisfare le richieste dei miliziani, hanno preso il capo del governo e davanti agli occhi del suo staff lo hanno rasato a zero, portato in prigione, torturato. Dopo 3 giorni sono tornati al ministero. Lì purtroppo fanno ciò che vogliono. Dico questo non per ragioni politiche, ma qui ci sono in gioco il nostro Paese e il nostro popolo.

La democrazia e lo stato di diritto non si garantiscono con il caos e le milizie. Alcuni di loro oggi sono persino diplomatici con passaporti validi per l’espatrio!

- L’ex presidente tunisino Moncef Marzouki ha dichiarato più volte che il “virus degli emirati” si è già diffuso in Libia. È davvero così?

- Moncef Marzouki è come un telefono pubblico [lo possono usare tutti, NdR]. Questa è il ritornello ripetuto dai qatarioti che lo pagano. E lui esegue ciò che vogliono da lui i suoi avventori qatarioti. Purtroppo ha consegnato l’ex capo di governo Baghdadi Mahmoudi ai miliziani.

Checché ne pensino, secondo i principi umanitari e del diritto, non avrebbe dovuto essere espulso. I legami [di Marzouki] con il Qatar e i soldi che riceve dal Qatar sono di dominio pubblico. Lo sanno i tunisini così come il mondo intero. Purtroppo ha perso la sua legittimità e la sua moralità.

- Sia la diplomazia tunisina sia i governi di alcuni Paesi europei già da tempo si impegnano a ristabilire il “dialogo politico” in Libia e a “cessare le ostilità tra i gruppi contrapposti”. È possibile oggi un dialogo tra Tripoli e Bengasi in Libia e dovrebbe, a Suo avviso, avvenire sotto l’egida dell’ONU?

- Non c’è un partner con cui si possa dialogare. Ma quando la capitale sarà liberata, avvieremo un dialogo nazionale fondato sulla pluralità, promuoveremo la riconciliazione nazionale da cui nessuno sarà escluso. La Tunisia è una nazione vicina e amica. Come altre nazioni svolge un ruolo importante. Sfrutteremo la sua esperienza nella riconciliazione e nel ristabilimento del dialogo nazionale. Dopotutto la Tunisia è riuscita a risolvere i propri problemi e a riconoscere lo stato di diritto [non islamico, NdR].

Noi siamo a favore del dialogo e contro la guerra, ma quando la capitale sarà liberata dai gruppi di miliziani e dal caos delle armi, saremo pronti a tutto, ivi compreso a tenere elezioni e a muoverci verso la democrazia.

Sta dicendo che il dialogo non sarà ristabilito finché non verrà riportata una vittoria militare?

- Non ci rifiutiamo di dialogare. Ma a condizione che i nostri interlocutori ci garantiscano la demilitarizzazione e la smobilitazione delle milizie, libiche e straniere. Perché l’esercito ha assalito Tripoli attraversando più di 1000 km? Perché?

Ovviamente perché non siamo d’accordo che questa triste storia continui. Umiliazioni, torture, rapimenti e crimini sono durati per troppo tempo ormai. Preferiamo il dialogo al fragore delle armi. Do il benvenuto a coloro che vogliano fare da intermediari. Per prima cosa, però, devono farla finita con le milizie.

- A Suo avviso questo intermediario può essere l’ONU?

- Inviteremo l’ONU, l’UA e i Paesi vicini a prendere parte al dialogo nazionale e al processo di riconciliazione nazionale. Purtroppo però l’ONU non ha ancora proposto un piano di demilitarizzazione delle milizie.

Cos’ha fatto l’ONU per i libici che muoiono ogni giorno? Per i militari libici feriti che muoiono negli ospedali? Per i 50 civili uccisi a Gharghour perché sostenevano lo stato di diritto?

L’ONU non ha reagito in alcun modo all’omicidio degli innocenti scappati dalla prigione di Rwimi. Sono stati smembrati 12 giovani e le loro membra gettate per strada… L’ONU non si è fatto sentire nemmeno quando i miliziani hanno distrutto aerei e aeroporti.

Noi facciamo parte della comunità internazionale. Ma la Libia deve prendersi la sua dose di responsabilità. L’ultima parola per il popolo… I libici vogliono le stesse cose di tutti gli altri cittadini del mondo: libertà, dignità, una vita normale senza paura, milizie o prigioni.

- Il rappresentante speciale della Lega araba in Libia, Sleheddine Jammali, ha inviato la Russia a prendere parte attiva al conflitto. Lei condivide quest’opinione? Perché?

- Sì, siamo d’accordo con lui. La Russia è una grande nazione, un membro del Consiglio di sicurezza. Vogliamo che la Russia svolga un ruolo importante nel regolamentare la crisi libica. Considerato che non ha un passato coloniale, la Russia è benvenuta. Vorremmo che il suo apporto fosse maggiore. Storicamente è una nazione amica con cui intratteniamo rapporti strategici in vari settori.

- Durante la sua breve visita in Italia a inizio luglio Vladimir Putin ha espresso la sua preoccupazione per la “penetrazione di centinaia di combattenti armati in Africa settentrionale”, in particolare in Libia, a partire dalla zona di de-escalation di Idlib nella Siria nordoccidentale. In questa zona si concentrano circa 3 milioni di persone, fra cui le forze che si oppongono al presidente Bashar el-Assad. Potrebbe confermarmi se il regime di Erdogan “potrebbe o meno reindirizzare questi radicali di Idlib in Libia”, come teme il presidente russo?

Tripoli dopo bombardamenti
© REUTERS / Ismail Zitouny
- Anzitutto non è una novità. La commissione di esperti dell’ONU presenta ogni un anno un rapporto con le statistiche relative a questi combattenti.Fra di loro vi sono libici e stranieri. Il nostro compito è combattere il terrorismo e i terroristi. Voglio dichiarare una cosa importante: alcune nazioni pensano che noi facciamo gli interessi di altri Paesi e lo facciamo versando il nostro sangue sulla nostra terra. Le cose non stanno così. Crediamo nei rapporti fondati sul rispetto reciproco e sulla pace. Ma quando ci dichiarano guerra, siamo costretti a difenderci.

In generale però, a mio avviso, il dialogo è la chiave di tutti i problemi. Per quanto un problema sia complesso, le parti in gioco prima o poi si troveranno sedute al tavolo delle trattative. Vogliamo creare una nuova Libia che sarà attenta sia ai propri cittadini sia alle relazioni internazionali. È importante tutelare la libertà del cittadino e garantire il rispetto del cittadino libico da parte del governo. Quanto alle relazioni internazionali, non creiamo problemi interferendo negli interessi di altri Paesi. Le nostre relazioni saranno determinate sia dalla nostra volontà sovrana che terrà conto degli interessi comuni sia da chi ci ha sostenuto in questa giusta lotta al terrorismo. Non entreremo in conflitto con altre nazioni. Lottiamo per lo sviluppo, i diritti umani, la pace e la convivenza.

- Grazie, signor Abdulhadi Lahweej per averci accolto da Lei a Bengasi. 


Dal 2011, anno della caduta del governo e dell’omicidio di Mouammar Gheddafi, in Libia regna il caos. La Libia è stata spartita da alcuni gruppi tra loro contrapposti. A Tripoli opera il Governo di intesa nazionale, riconosciuto dall’ONU e guidato da Fayez al-Sarraj. Nella Libia orientale il popolo ha eletto un parlamento, la Camera dei rappresentanti. Questa gode del sostegno dell’Esercito nazionale libico guidato dal maresciallo Khalifa Haftar che intende cambiare la situazione in suo favore. Il 4 aprile 2019 l’esercito di Haftar ha assalito Tripoli. A contrastarlo ha trovato i miliziani fedeli al governo di Sarraj con la controffensiva “Vulcano di rabbia”. Stando ai dati pubblicati dall’ONU il 12 luglio durante gli scontri sono già morte più di 1000 persone, fra cui 106 civili, e ferite più di 5000. 

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