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01:29 18 Agosto 2019
1968. Centro di osservazione spaziale di Fresnedillas. Carlos Gonzales in primo piano. Unico spagnolo fra gli americani.

Una curiosità riguardo all’Apollo-11

© Foto : Carlos Gonzales
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L'intervista a Carlos Gonzales, uno dei primi a sentire le celebri parole di Armstrong: “È un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità”.

La NASA utilizzava tre centri di osservazione per monitorare l’Apollo-11: uno in California, uno in Australia e un altro a Robledo de Chavela-Fresnedillas (vicino a Madrid). Carlos Gonzales e Juan Grandela sono gli ingegneri che lavoravano in questo centro. Proprio loro mantennero il collegamento tra Houston e l’Apollo-11 quando venne meno per via dei movimenti di rotazione della Terra. Quando l’Apollo-11 effettuò l’allunaggio presso la Statio Tranquillitatis, Gonzales e Grandela furono i primi a sentire le celebri parole di Armstrong: “È un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità”. Il centro di Robledo fu costruito in una posizione quasi unica della Sierra lontano da qualsiasi tipo di interferenza radio in una conca circondata dalle montagne. Robledo riuscì anche a ricevere le prime fotografie di Marte nel 1965 inviate dalla sonda Mariner 4.

- Quest’anno si festeggia il cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, ma in pochi sanno del ruolo che ha svolto in questo momento storico per l’umanità. Come si sente?

- Non provo niente di particolare. Non mi piace la fama, ma sono contento di vedere che le persone si stupiscono quando scoprono che le stazioni spagnole hanno svolto un ruolo enorme nell’esplorazione dello spazio. Di recente ha dato il proprio contributo in tal senso anche la casa editrice Next Door Publishers: il mese scorso, infatti, è stata pubblicata una mia biografia scritta da Jesús Sáez Carreras.

Carlos Gonzales
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Carlos Gonzales

Il libro è diventato un bestseller nel suo genere e contiene vari aneddoti inediti. Tutto questo mi rende felice, ma non perché si parla di me, quanto piuttosto perché sono sempre di più le informazioni disponibili riguardo l’importanza dell’esplorazione spaziale e del ruolo fondamentale svolto dall’URSS in questa direzione. Senza l’URSS, sarebbe servito molto più tempo per arrivare dove siamo ora.

- Come mai in Spagna queste cose non si sanno? L’astronomia non è molto popolare?

- Non molto. Le persone conoscono solamente gli eventi più importanti, ma comunque non nel dettaglio. Bisogna dire che le celebrazioni del tipo “Giornata internazionale del…” o, come in questo caso”, l’“Anniversario dell’allunaggio”, contribuiscono in una determinata misura. La gente così riesce ad approcciarsi agli eventi storici più importanti e si accultura. Ad esempio, in pochi sospettano che molte invenzioni della vita quotidiana sono state concepite proprio durante la cosiddetta Corsa allo spazio e negli anni ad essa successivi.

- Ci può raccontare, per favore, com’è iniziata la Sua carriera? Come ha fatto a diventare direttore delle operazioni spaziali e vicedirettore della stazione spaziale della NASA in Spagna? Come ha cominciato a lavorare alla NASA? Di Lei scrivono che è stato il primo tecnico spagnolo che l’agenzia spaziale statunitense abbia assunto per la stazione di Fresnedillas de la Oliva. È vero?

- Ho vissuto negli USA per circa un anno, vi ero andato grazie a una borsa di studio. Quando ritornai in Spagna, cominciai a lavorare per la società Telefónica sulle frequenze radio a 8000 MHz. Vidi che cercavano dei tecnici per la stazione di telecomunicazione spaziale di Robledo. Dato che non avevo ancora prestato servizio nell’esercito passarono altri 18 mesi e allora non lontano da Robledo stavano costruendo un’altra antenna in un luogo chiamato Fresnedillas che sarebbe servita a monitorare le spedizioni spaziali. Mi mandarono a lavorare in quella stazione e così divenni il primo spagnolo ad essere assunto dalla NASA presso la stazione di Fresnedillas de la Oliva (parte del complesso Robledo de Chavela, NdR).

Quanto alla posizione di direttore delle operazioni e a quella di vicedirettore della stazione spaziale della NASA in Spagna, fui incaricato nel 2001 anche se di fatto era il lavoro che già avevo svolto per tutti quegli anni. Quindi, nessuno rimase sorpreso quando l’incarico divenne ufficiale.

- La NASA scelse la Spagna come base per le missioni. Perché? La stazione di Fresnedillas ha svolto un ruolo chiave?

- Le basi fanno parte della Rete di telecomunicazioni spaziali della NASA che monitora tutte le operazioni spaziali. La rete si compone di tre stazioni: quella in California (USA), quella di Madrid (Spagna) e quella di Canberra (Australia). Nel piano di volo si indicava quando le stazioni erano in contatto con la navicella e in quel caso capitò che ad accompagnare la spedizione vi fosse proprio la base di Madrid. Proprio Fresnedillas svolse un ruolo chiave nel garantire un esito positivo della missione Apollo-11 nonostante anche le antenne statunitensi ricevessero il segnale.

- Ma allora perché proprio la base spagnola sentì per prima il segnale dell’Apollo-11?

- Al momento dell’allunaggio dell’Apollo-11, in Australia non c’era visibilità. Inoltre, la posizione geografica della base di Madrid era migliore persino rispetto a quella statunitense. Per questo, le stazioni spagnole furono le prime a sentire le parole di Armstrong.

- Ha seguito una qualche preparazione particolare per questa missione? È stato preparato dalla NASA?

- No, nessuna preparazione. In realtà, nelle stazioni la preparazione avviene in maniera continua. Fra un volo e l’altro si tengono molte simulazioni del volo nello spazio che studiamo molto attentamente. Ad esempio, il mezzo Super Constellation è equipaggiato con un transponditore identico a quello dell’Apollo. In questo modo, riuscivamo a prendere il segnale dalle nostre antenne e a verificare se la strumentazione funzionasse o meno correttamente.

- Riesce a ricordarsi quel giorno? Come andò?

Non ricordo precisamente a che ora cominciò il mio turno, forse alle 11 del mattino. Era tutto tranquillo finché non arrivò il momento in cui la navicella dovette scendere di quota. La tensione si fece palpabile e raggiunse il suo apice al momento dell’allunaggio. La responsabilità si fece sentire più delle emozioni, la concentrazione era al massimo. Tutti noi esternammo le nostre emozioni solamente dopo lo sbarco quando la base Houston si prese la responsabilità di gestire la situazione fino al giorno successivo. Tutto questo è descritto in dettaglio nel libro. Penso che il lettore riuscirà ad immergersi completamente nella sensazione e a percepire quanto denso fu quel momento.

20 luglio 1969. Centro Robledo de Chavela. Festeggiamenti per l’avvenuto allunaggio dell’Apollo-11.
© Foto : Carlos Gonzales
20 luglio 1969. Centro Robledo de Chavela. Festeggiamenti per l’avvenuto allunaggio dell’Apollo-11.

- Ha dovuto affrontare qualche problema al momento dell’allunaggio, vi sono situazioni impreviste che dovette risolvere durante la missione?

- Sì, notammo che la traiettoria dell’atterraggio della navicella si era spostata di 6-8 km più a ovest di quanto pensassimo. Improvvisamente, quando cominciò la fase di frenata, suonò l’allarme 1202. Questo errore significava che i computer erano sopraffatti dal numero di informazioni e non riuscivano a elaborarle in tempo reale. Dalla base Houston non diedero importanza a questa informazione, nonostante l’allarme suonò diverse volte. Dopodiché comparve l’errore 1201: il computer ignorava l’esecuzione di alcuni comandi. Armstrong in quel momento mise i computer di bordo in regime semiautomatico e la navicella a regime di comando manuale.

Il primo luogo programmato dal computer per lo sbarco fu un pendio. Come capimmo poi, era un cratere nella zona ovest del satellite. E mentre Niel stava tentando di far manovra, ricevette un primo segnale: “60 secondi”, ovvero il tempo che gli rimaneva prima che finisse il carburante. Dopodiché si trovò di nuovo su una posizione inclinata e arrivò il secondo segnale: “30 secondi”. Infine, trovò un posto che gli piaceva e effettuò l’allunaggio quando gli mancavano 17 secondi all’esaurimento del carburante. Riuscimmo a tirare il fiato solo quando Armstrong ci comunicò che l’“Aquila” era sbarcata alla Statio Tranquillitatis.

- C’è un altro insolito dettaglio del quale si parla poco sui media: sembra che Armstrong, arrivato sulla Luna, abbia tirato fuori come prima cosa un apposito pacchetto che conteneva vari rifiuti, tra cui delle feci. E pare che tutto questo sia rimasto sulla Luna. È vero?

- Sì, è così. Bisogna considerare che quella era la prima navicella a dover decollare dalla superficie lunare. Sulla Terra erano stati effettuati 6 decolli sperimentali, tre dei quali senza successo. Dunque, le possibilità di successo erano del 50%. Perciò, fu necessario ridurre al minimo il peso: sulla Luna rimasero molte altre cose fra cui stivali, guanti, scafandri, uniformi, telecamere e molto altro.

- Come fu la Sua carriera dopo la missione.

- Durante la missione dell’Apollo-13 ero supervisore dei turni. Nel 1975 gestivo le operazioni spaziali. Nel 1985 ero direttore delle operazioni utilizzando un’antenna di 26 m. Nel 2001 divenni direttore delle operazioni dell’intero centro di Robledo, nel 2007 vicedirettore del centro. Ma nonostante le cariche altisonanti, sarò sempre felice di aver fatto parte dell’odissea spaziale, della storia dell’umanità quando gli uomini si troveranno a dover scegliere: espansione su altri pianeti della nostra galassia o estinzione? Mi piace pensare che, nonostante la nostra imperfezione, la nostra razza riuscirà ad esistere per miliardi di anni grazie all’esplorazione dello spazio cominciata nel 1957 quando fu mandato nello spazio il primo satellite. Quello fu un momento storico per tutti noi.

 

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Intervista, NASA, Luna, Luna
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