12:09 18 Novembre 2019
Afrin, Siria

Perché l’Occidente non ha fretta di avviare la ricostruzione in Siria?

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Negli ultimi 2 mesi le forze governative siriane e i garanti della pace (Russia, Turchia e Iran) stanno tentando di allontanare gli estremisti dal nord del Paese.

Nel frattempo l’Occidente sta aprendo un nuovo fronte, quello diplomatico, per indurre tutti a raggiungere un qualche “accordo”. Ma le parti divergono troppo per il modo in cui vedono lo sviluppo postbellico della situazione in Siria. Sputnik ha cercato di fare chiarezza sulla situazione.

Combattimenti per Idlib

I combattimenti per il governatorato di Idlib, che rimane sotto il controllo dell’opposizione siriana, proseguono già da due mesi. Più si rafforzano le posizioni delle truppe governative sostenute dall’aviazione russa, più si fanno feroci le critiche dell’Occidente. Gli USA e l’UE accusano il presidente siriano Bashar el-Assad della crisi umanitaria creatasi a Idlib in seguito al conflitto. Ogni volta si ricorda che già ad ottobre dell’anno scorso proprio la Russia insieme alla Turchia dichiararono demilitarizzato questo governatorato siriano. Al tempo ciò permise di frenare una grande offensiva dell’esercito siriano e Ankara si prese la responsabilità di dividere i terroristi e l’opposizione siriana. Ma il processo si prolungò e il governatorato cadde nelle mani degli estremisti.

Mosca continua a seguire gli accordi con le autorità turche e cerca di scoraggiare Bashar el-Assad dal condurre operazioni militari volte a conquistare Idlib. Sfruttando questa situazione, i combattenti del gruppo terroristico Tahrir al-Sham hanno tentato più volte di attaccare. A fine maggio la base russa a Hmeimim ha subito ripetuti attacchi da parte dei terroristi. Inoltre, l’opposizione ha accusato l’esercito siriano di aver utilizzato armi chimiche. Tutto ciò è stato considerato da Damasco una provocazione.

Pochi giorni fa Belgio, Germania e Kuwait hanno richiesto una seduta eccezionale del Consiglio di sicurezza dell’ONU per far approvare una risoluzione che inviti a cessare il conflitto a Idlib. Ma la Russia ha bloccato quest’iniziativa. “La cosiddetta troyka umanitaria non ha manifestato alcuna preoccupazione quando la coalizione attiva illegalmente in Siria ha raso al suolo Hajin o Baghuz. La Raqqa “liberata” è ancora oggi un ammasso di rovine”, così si sono espressi i diplomatici russi.

In tal contesto è arrivata con stupore la notizia che le nazioni occidentali e Israele desiderano proporre alla Russia un accordo sulla Siria. Stando ai comunicati dei media, è stata anche considerata la possibilità di eliminare le sanzioni contro Damasco. Ma in cambio Bashar el-Assad dovrebbe condurre delle riforme nel Paese e, cosa più importante, rinunciare alla stretta collaborazione con l’Iran.

“Vorrei invitare tutti a prestare attenzione nell’identificare quali informazioni sono vere e quali false”, ha commentato così l’eventuale accordo sulla Siria Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo.

Soldi in cambio di riforme

Due anni fa, quando l’esercito di Bashar el-Assad sostenuto dall’aviazione russa prese il controllo di gran parte del Paese sorse spontanea la domanda: e ora? Mosca fu la prima a sollevare la questione della rinascita postbellica della Siria: da cosa dipendono la stabilità in Europa (cfr. questione migranti) e la sicurezza in Medio Oriente? Si menzionarono i valori culturali che si sarebbero dovuti ripristinare.

“In questi anni abbiamo liberato di fatto il 95% della Repubblica di Siria. Adesso è necessario formare un comitato costituzionale, il lavoro non è facile, ma bisogna progredire”, così si è espresso Vladimir Putin commentando i risultati preliminari delle operazioni militari e invitando la comunità internazionale a unirsi per ricostruire il Paese.

I politici occidentali hanno convenuto su questo punto e hanno promesso di pensare a come contribuire. Ma dalle parole non sono passati ai fatti. Gli europei hanno affermato di concedere aiuti finanziari nel caso in cui venissero attuate determinate riforme politiche e hanno espresso i loro dubbi riguardo alla reale capacità di Assad di condurle. Bruxelles non sa nemmeno in che modo il governo siriano sia intenzionato a interagire con l’opposizione.

Nemmeno la prospettiva di risolvere la questione migratoria aiutando la Siria postbellica ha attirato l’attenzione degli europei. I siriani che hanno abbandonato la propria patria non vorranno di certo tornare alle loro case distrutte per cercare senza successo una fonte di sostentamento. Per questo, più a lungo saranno in vigore le sanzioni contro il governo di Assad, più velocemente questi converrà sulla necessità delle riforme. Così pensano a Bruxelles.

Tuttavia, il vantaggio derivante da una cooperazione sulla ricostruzione in Siria suscita comunque timori. Di questo sono convinti gli esperti dell’RSMD, il Consiglio russo per gli affari internazionali. Nella ricerca “Dare una tregua a ciò che tregua non ha: gli approcci di Russia ed Europa nella ricostruzione siriana”, presentata a Sputnik, vengono messi nero su bianco i punti di vista europeo e russo.

Problemi di semantica

Joost hiltermann, studioso che ha preso parte alla ricerca e direttore del programma del Gruppo internazionale per la crisi in Medio Oriente e in Africa settentrionale, ha esperienza diretta degli umori sia in Siria sia in Europa. Ammette che Assad col sostegno di Mosca abbia represso i principali focolai di terrorismo, ma teme che le operazioni nel governatorato di Idlib si prolunghino ulteriormente.

“Il governo di Assad vorrebbe conquistare il governatorato, ma non ne è in grado senza il supporto di Mosca. La Russia, però, non dà il via libera a un’incursione di grande portata: preferisce, infatti, liberare Idlib in maniera graduale per non mettere a repentaglio gli importanti rapporti che intrattiene con la Turchia”, osserva Hiltermann.

La Russia sta coinvolgendo gli europei nella ricostruzione della Siria poiché desidera condividere le spese e ridurre la propria presenza militare. In tal modo, Mosca sta dimostrando di puntare a raggiungere un risultato solido. Le parti, però, hanno opinioni diverse riguardo al mantenimento dello stato siriano.

Con ricostruzione gli europei intendono la costruzione non solo di nuovi edifici, ma di un tessuto sociale. Mosca, invece, invita soprattutto a ricostruire edifici andati distrutti di scuole, ospedali, enti sociali e pubblici.

Questa divergenza probabilmente rimarrà e la situazione in Siria potrebbe svilupparsi secondo due scenari principali. “Non si può escludere che gli USA tentino di trasformare la Siria in una “palude” per la Russia nel caso in cui Mosca non convenga di agire in base alle priorità stabilite dall’amministrazione Trump. Ovvero l’eliminazione della presenza militare iraniana”, sostiene Hiltermann. In tal caso non sarà erogato alcun finanziamento da parte dei Paesi occidentali.

Se l’UE convenisse comunque di fornire tali aiuti, in sostanza contribuirebbe alla ricostruzione del governo di Assad. “L’Occidente dovrà farsi del male per risolvere questo complesso dilemma politico e morale. In Europa pensano che fornire aiuti conferisca tacitamente legittimità al governo siriano e incrementi la sua resistenza all’attuazione di riforme”, conferma l’esperto.

Non si può parlare rimanendo zitti

Tuttavia, la cooperazione tra Russia ed Europa è fondamentale. Uno dei problemi principali è la sorte dei jihadisti che dopo la conclusione delle operazioni a Idlib potrebbero rivolgersi verso la Turchia e l’Europa.

“Sia la Russia sia l’Europa non vogliono che questo accada. La soluzione ottimale sarebbe concludere un accordo turco-russo sull’Idlib in modo tale da sostenere anche l’UE”, sostiene Hiltermann.

Gli esperti dell’RSMD ritengono che Mosca e Bruxelles potrebbero persino impegnarsi di concerto alla creazione di una nuova costituzione per la Siria e fare da pacieri tra Israele e Iran. Una buona piattaforma per i negoziati tra Russia e UE sulla questione siriana sarebbe il cosiddetto formato di Istanbul con la partecipazione di Russia, Turchia, Germania e Francia.

A loro volta, gli esperti russi dell’RSMD Ruslan Mamedov e Tatyana Shmeleva sostengono che anche nel caso in cui l’Occidente si rifiutasse di contribuire al processo di ricostruzione siriana, Mosca troverebbe il modo di aiutare. “La direzione prima e più probabile è far sì che la Siria riesca ad avviare il processo di ricostruzione parziale con le proprie forze e con l’aiuto degli alleati di Damasco, fra i quali un ruolo importante lo svolge l’Iran. Un’altra direzione (più importante per Russia e Siria) è il coinvolgimento dei Paesi del Golfo al co-finanziamento della ricostruzione: questo darebbe loro la possibilità di bilanciare l’influenza iraniana”, sostengono gli esperti.

Ad ogni modo vi sarà un co-finanziamento per la ricostruzione della Siria. Stando ai dati preliminari, in circa 8 anni di operazioni militari la repubblica ha subito perdite per 400 miliardi di dollari. E il capitale culturale perso è incalcolabile.

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