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03:28 18 Luglio 2019

La costruzione della prima ferrovia transcontinentale negli USA portò allo sterminio dei nativi

© Foto: Public domain/National Library of Wales
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150 anni fa negli USA si concludeva la costruzione della Prima ferrovia transcontinentale. La realizzazione del progetto fu uno dei maggiori traguardi della scienza e della tecnica statunitensi del XIX secolo e portò alla rinascita dell’economia nazionale.

Tuttavia, la costruzione di quest’opera venne effettuata prevalentemente su territori confiscati ai nativi.

Come osservano gli storici, questa ferrovia accelerò enormemente il processo di sterminio e asservimento dei nativi dell’America settentrionale e contribuì alla distruzione della biodiversità nel continente.

All’inizio del XIX secolo in testa per sviluppo della rete ferroviaria nel mondo vi era la Gran Bretagna. Proprio in questo Paese nacquero le prime ferrovie che effettuavano regolari operazioni di trasporto con l’ausilio dei cavalli. Qui poi fu anche inventata la locomotiva. Nel 1825 tra Stockton e Darlington fu costruita la prima ferrovia a vapore al mondo. Tuttavia, l’iniziativa della Gran Bretagna fu ben presto mutuata dagli USA che alla fine degli anni ’20 del XIX secolo cominciarono a costruire brevi ferrovie a vapore per soddisfare le necessità del comparto industriale. Già negli anni ‘30 di quel secolo il Maryland inaugurò una ferrovia per il trasporto pubblico di massa. Nel 1860 le ferrovie statunitensi misuravano nel complesso più di 30.000 miglia (circa 48.000 km).

Espansione verso Occidente
Un treno suburbano arriva alla stazione nei pressi di Mosca.
© AFP 2019 / Kirill Kudryavtsev

Lo sviluppo della rete ferroviaria negli USA durante il XIX secolo fu strettamente all’espansione territoriale dello stato americano. Inizialmente i coloni britannici occupavano una piccola porzione della costa atlantica. Al tempo erano i nativi ad avere la supremazia numerica sui coloni. Per questo, i coloni bianchi si ingraziarono i leader dei nativi, entrarono in contatto con diverse tribù e contribuirono alla diffusione tra queste di alcol e infezioni. Una volta arrivati i rinforzi da oltreoceano, gli europei cominciarono sempre di più ad essere violenti con i nativi. E intere tribù vennero così decimate.

Inoltre, i coloni concludevano sempre accordi fraudolenti sul diritto di proprietà dei terreni. Questi accordi venivano firmati con persone senza le dovute deleghe oppure contenevano formulazioni troppo vaghe. Dopo la fondazione degli USA le autorità del Paese imposero il monopolio statale sulla proprietà delle terre dei nativi. Nel 1823 la Corte suprema statunitense promulgò una sentenza secondo la quale i territori dei nativi “non appartenevano a nessuno” e potevano essere acquisiti da quei coloni che per primi li avessero “scoperti”.

Nel 1830, all’inizio del processo di sviluppo della rete ferroviaria nel Paese e con l’entrata in vigore dell’Indian Removal Act, si cominciò ad attuare un ricollocamento forzato dei nativi americani ad ovest del fiume Mississippi. Alcuni tentarono di opporsi, ma verso il 1858 i nativi che vivevano nelle regioni orientali furono tutti ricollocati. Ad eccezione di un piccolo gruppo che si nascose nelle paludi della Florida centrale, furono tutti deportati nell’area corrispondente all’attuale Oklahoma. Il ricollocamento coatto fu accompagnato dalla morte in massa di persone per via delle malattie e della mancanza di cibo.

Sebbene ufficialmente Washington avesse dato più volte ai nativi la garanzia che non si sarebbe intromessa nella vita delle popolazioni risiedenti a ovest del Mississippi, il governo statunitense si dimenticò quasi subito delle sue promesse. Dopo la guerra del 1846-1848 gli USA annessero circa la metà del Messico (dal Golfo del Messico alla costa californiana sul Pacifico). L’autorità del Messico prima e quella di Washington dopo sulle regioni interne del continente furono inizialmente nominali.

Tuttavia, gli americani cominciarono a popolare la costa californiana in maniera assai attiva. Nel 1848 in quella zona venne trovato dell’oro. Con l’inizio della febbre dell’oro migliaia di poveri provenienti dalla East coast si spostarono in California con i furgoni perché non avevano denaro per permettersi il viaggio in nave. Questo indignò i nativi, molti dei quali sapevano dei bianchi solo per sentito dire. Cominciarono così i conflitti.

I commercianti americani di pellicce si impossessarono non sempre in maniera pacifica delle Grandi pianure. Dopo i cercatori d’oro e i commercianti nel territorio a ovest del Mississippi arrivarono anche i militari. Gli americani non nascondevano più il fatto che considerassero i territori dei nativi come un proprio feudo. Tuttavia, le enormi distese delle praterie li ponevano di fronte a un grande interrogativo, quello dei trasporti. Mentre a est del Mississippi era già stata costruita una sviluppata rete ferroviaria, a ovest ci si poteva muovere solamente a cavallo o sui furgoni.

La prima ferrovia transcontinentale

Il primo a parlare pubblicamente della costruzione di una ferrovia diretta verso il Pacifico fu l’influente imprenditore americano Hartwell Carver già negli anni ’30. E dopo l’annessione della California rivolse al Congresso USA una proposta in tal senso. I parlamentari sostennero l’idea di Carver con un apposito documento.

“Come anche per altri progetti volti a sviluppare i trasporti negli USA, la preparazione alla costruzione della nuova ferrovia fu curata dai militari”, ha raccontato in un’intervista a Sputnik Andrey Koshkin, membro dell’Accademia russa delle scienze politiche e professore ordinario presso l’Università di economia Plekhanov di Mosca.

Secondo lui, tra il 1853 e il 1855 il Ministero statunitense della guerra organizzò delle indagini geografiche su un territorio di superficie complessiva pari a circa 1 milione di km2. In seguito, furono elaborati tre possibili percorsi: quello settentrionale lungo il Missouri, quello centrale nella regione del fiume Platte e quello meridionale attraverso il Texas. Si scelse il percorso centrale per il quale premette particolarmente il celebre ingegnere ferroviario americano Theodore Judah. Nel 1862 il presidente americano Abraham Lincoln sottoscrisse il cosiddetto Pacific Railroad Act volto a regolamentare la costruzione della ferrovia. Con il tempo questa direttrice assunse il nome di Prima ferrovia transcontinentale.

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La realizzazione del progetto fu affidata a due società, la Union Pacific e la Central Pacific, ognuna delle quali impegnata su uno specifico tratto. Per finanziare il progetto il governo USA emise obbligazioni di Stato trentennali al 6% annuo.

A seconda della difficoltà del tratto le società appaltatrici furono pagate per la costruzione di un miglio tra i 16.000 e i 48.000 dollari. Uno dei maggiori azionisti di Union Pacific fu la chiesa dei mormoni vicino agli insediamenti della quale nello Utah correva la ferrovia. Come lavoratori qualificati per la costruzione dell’opera furono assunti ex soldati che avevano combattuto durante la Guerra civile. Come manovali, invece, furono impiegati prevalentemente i cinesi, portati negli USA appositamente dall’Asia.

La Central Pacific avviò i lavori nel 1863, mentre la Union Pacific nel 1865. Durante la costruzione furono eretti ponti che al tempo furono considerati all’avanguardia per le tecniche ingegneristiche. Per la posa dei tunnel fu impiegata una nuova sostanza esplosiva, la nitroglicerina. Questa fu molto efficace, ma per niente stabile. Purtroppo, molti ne rimasero vittime.

Il 10 maggio 1869 si concluse ufficialmente la costruzione dell’opera. In occasione della cerimonia inaugurativa, fu battuta l’ultima chiavarda da rotaia in oro (lagolden spike). Su di essa furono incisi i nomi dei progettisti e dei direttori delle ferrovie. Al tempo la ferrovia era lunga 3077 km.

In occasione della cerimonia inaugurativa, fu battuta l’ultima chiavarda da rotaia in oro, il 10 maggio del 1869

Inizialmente i terminal ferroviari erano le città di Sacramento e Omaha. Tuttavia, poiché queste città non erano collegate ad altre infrastrutture, ci vollero ancora alcuni anni perché la costa atlantica e quella pacifica negli USA potessero godere di un vero e proprio collegamento. Tra il 1869 e il 1872 furono costruite altre linee e nuovi ponti lungo il fiume Missouri e da quel momento fu possibile arrivare da una costa all’altra senza interruzioni.

Il 4 giugno 1876 fu battuto il record ferroviario americano: un treno partì da New York e arrivò a San Francisco in 83 ore e 39 minuti. Solo dieci anni prima per un viaggio sullo stesso percorso in furgone ci sarebbero voluti alcuni mesi.

Sterminio predatorio

Nel frattempo la costruzione della ferrovia divenne una vera e propria tragedia per le popolazioni autoctone del continente, cioè i nativi. I cittadini statunitensi, già penetrati nelle praterie alla metà del XIX secolo, si spinsero nelle Grandi pianure dove si scontrarono con i locali che erano ottimi cavalieri e impararono presto a usare le armi da fuoco. Le tribù Sioux, Arapaho, Cheyenne e Comanche elaborarono una tattica che permise loro per diversi decenni di respingere in maniera efficace i coloni americani. Negli anni ’60 del XIX secolo i Sioux riuscirono persino a infliggere danni importanti alle truppe americane. Washington dovette firmare la pace con i nativi stando alle loro condizioni. Tuttavia, la costruzione della Prima ferrovia transcontinentale cambiò molte cose.

“La costruzione della ferrovia fu per i nativi un fattore di disturbo. Lungo il percorso crebbero nuovi insediamenti e fattorie. Divenne subito chiaro che le terre intorno alla ferrovia non appartenevano più ai nativi. Perciò questi attaccavano continuamente gli operai e danneggiavano le strade”, ha osservato in un’intervista a Sputnik lo storico Aleksey Styopkin.

Tuttavia, la tragedia più grande per i nativi americani, secondo gli esperti, fu lo sterminio dei bisonti legato alla costruzione della ferrovia. Infatti, i nativi vivevano della caccia di questi animali nelle praterie.

“I treni spaventavano gli animali, furono distrutti i percorsi che usavano durante le migrazioni. I bisonti furono privati del loro cibo. Ma, cosa ancor più importante, prese avvio un vero e proprio sterminio predatorio perpetrato prima dai ferrovieri e poi dai passeggeri”, ha spiegato Styopkin.

I branchi di bisonti bloccavano il passaggio dei primi treni. Inoltre, i responsabili della costruzione della ferrovia davano da mangiare agli operai la carne di questi animali.

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I ferrovieri assunsero persino una brigata di cacciatori fra cui anche William Cody, noto con lo pseudonimo di Buffalo Bill, che nel giro di 17 mesi uccise personalmente più di 4000 bisonti. All’inizio degli anni ’70 del XIX secolo si tentò al Congresso di limitare questa tipologia di caccia, ma senza risultato. Nel 1874 i sostenitori dell’ambiente riuscirono comunque a fare pressioni perché il Congresso approvasse la legge, ma allora vi pose il veto il presidente Ulysses Grant che seguì i consigli dei militari.

“I cacciatori di bisonti negli ultimi 2 anni hanno fatto di più per risolvere l’annosa questione dei nativi di quanto non abbia fatto l’esercito regolare negli ultimi 30 anni. Distruggono la fonte di sostentamento essenziale dei nativi… Date loro polvere da sparo e piombo e lasciateli uccidere, scuoiare le pelli e venderle finché non vi saranno più bisonti!”, disse a un’audizione del Congresso uno dei peggiori nemici dei nativi, il generale Philip Sheridan.

Dollari
© AP Photo / Vahid Salemi

Gli fece eco il colonnello Richard Dodge che così si espresse: “Ad ogni bisonte ucciso ci si avvicina sempre di più all’estinzione dei nativi”.

Intanto i ferrovieri invitavano i passeggeri della ferrovia a sparare ai bisonti direttamente dai finestrini dei treni e organizzavano persino partite di caccia. Mentre all’inizio del XIX secolo il numero di bisonti negli USA, secondo le stime dei biologi, si avvicinava ai 75 milioni, verso la fine del secolo ne erano rimasti meno di 1000. E questo fu chiaramente un colpo durissimo per i nativi.

La Grande guerra Sioux del 1875-1876 fu l’ultimo grande conflitto delle popolazioni autoctone del continente. I nativi rimasero senza cibo, mentre le truppe americane raggiunsero un nuovo livello di mobilità grazie alle ferrovie. I legittimi proprietari dell’America furono in parte sterminati e in parte costretti all’interno di riserve disposte su terreni infecondi. Secondo gli storici, il numero di nativi negli USA a partire dall’inizio della colonizzazione fino al 1900 subì una diminuzione variabile tra qualche milione e le 250.000 unità. 

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