06:48 18 Giugno 2019

Un milione di specie a rischio: estinzione di massa, l’ammonimento degli scienziati

© AFP 2019 / Philippe Huguen
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Secondo i ricercatori, sarà inferto un danno irreversibile a molti ecosistemi. L’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha divulgato un rapporto circa l’influenza dell’attività antropica sull’ambiente.

Secondo le conclusioni tratte da 145 scienziati provenienti da più di 500 Paesi, l’uomo sta modificando il paesaggio naturale a tal punto che al momento sono a rischio di estinzione numerose specie di vegetali e animali. Questo rischia di dare il colpo di grazia a molti ecosistemi. Sputnik ha cercato di capire quali siano i pericoli maggiori, se sia possibile scongiurare la catastrofe e quale sia l’opinione degli esperti.

Risorsa esauribile

Stando alle stime degli scienziati di IPBES nei prossimi decenni potrebbero scomparire un milione di specie animali e vegetali. Si consideri che oggi sul nostro pianeta ne esistono circa 8,7 milioni.

Nel rapporto di circa 1800 pagine presentato il 6 maggio si afferma che negli ultimi decenni i ritmi a cui scompaiono le specie sono accelerati, il che rappresenta un rischio anche per gli uomini. Secondo il presidente dell’IPBES Robert Watson le condizioni degli ecosistemi da cui dipendono sia l’uomo sia altre specie stanno peggiorando più velocemente che mai.

Secondo i dati degli esperti, nell’ultimo secolo il numero di vegetali e animali sulla terraferma si è ridotto di più del 20%. Sul nostro pianeta vivono più di 7 miliardi di esseri umani e attività come l’agricoltura, la raccolta del legname, il bracconaggio, la pesca e l’estrazione di combustibili fossili mutano il mondo naturale “a una velocità senza precedenti”.

A questo si aggiunge il fatto che anche il cambiamento climatico contribuisce a ridurre la biodiversità. Il riscaldamento globale insieme alle conseguenze dell’attività antropica fa sì che molte specie non riescano ad adattarsi ai cambiamenti del clima locale e muoiano. Secondo alcune stime approssimative, circa il 5% delle specie animali e vegetali sono a rischio di estinzione nel caso in cui le temperature medie superino di 2°C i livelli preindustriali. Al momento l’aumento è di 1°C.

Secondo le previsioni, entro il 2050 la velocità di riduzione della biodiversità aumenterà considerevolmente se le nazioni non prenderanno misure drastiche per risolvere la situazione. “Per molto tempo le persone hanno pensato alla biodiversità come alla tutela della natura fine a se stessa. Questo rapporto, invece, fa luce sul rapporto tra biodiversità, natura e aspetti come la sicurezza naturale e l’accesso all’acqua pulita”, ha spiegato Watson.

Secondo le stime dei ricercatori, poiché l’uomo produce più cibo che mai, il degradamento dei terreni sta già danneggiando la produttività agricola sul 23% delle aree del pianeta. Il calo del numero di api selvatiche e di altri insetti che contribuiscono all’impollinazione di frutta e verdura fa aumentare il costo di produzione delle colture agricole fino a 577 miliardi. E nel caso in cui scompaiano le foreste di mangrovie e le barriere coralline lungo le coste, fino a 300 milioni di persone saranno a rischio inondazione.

I biologi hanno sottolineato che questi cambiamenti sono così su larga scala che focalizzarsi solo su politiche ambientali non è sufficiente. E nemmeno ulteriori sforzi per la creazione di riserve naturali lo saranno.

Secondo Sara Diaz, autrice principale dello studio ed ecologa dell’Università nazionale di Cordoba in Argentina, è necessario tenere in considerazione i vari aspetti relativi alla tutela della biodiversità anche quando si prendono decisioni in materia di commercio e di sviluppo delle infrastrutture. Secondo le conclusioni degli esperti, poiché negli ultimi 50 anni la popolazione mondiale è raddoppiata e il volume dell’economia mondiale quadruplicato, l’influenza dell’uomo sull’ambiente è diventata una minaccia. Il disboscamento volto a creare nuovi terreni agricoli, l’ampliamento della rete stradale e delle città, la pesca e la caccia, l’inquinamento dell’acqua: sono tutti fattori che portano a una riduzione globale della biodiversità.

Si prenda come esempio l’Indonesia dove il disboscamento delle foreste tropicali per far posto alle piantagioni di palme da olio ha distrutto l’habitat naturale di alcuni animali ponendo a rischio di estinzione gli orangotanghi e le tigri di Sumatra.

L’uomo non è a rischio di estinzione

Biologi ed ecologi russi hanno commentato il rapporto. Secondo Aleksandr Markov, dottore di ricerca e direttore della cattedra di Evoluzione biologica presso la facoltà di Biologia dell’Università Statale di Mosca, l’estinzione delle specie è un processo naturale che dipende direttamente dalle condizioni climatiche presenti sul pianeta.

L’esperto ha ricordato che nella storia della Terra si sono periodicamente susseguite epoche calde e fredde (queste ultime anche chiamate glaciali). Nelle epoche calde si osserva una maggiore diversità di specie e un clima moderato. Nelle epoche fredde con il congelamento dei poli si osserva un calo delle specie alle alte latitudini e una concentrazione della biodiversità nella zona equatoriale.

Markov ha osservato comunque che la maggior parte di questo milione di specie animali e vegetali a rischio estinzione è rappresentata da insetti tropicali dei quali non sappiamo molto. Ha sottolineato che chiaramente è una catastrofe poiché per formare una specie ci vogliono milioni di anni. Ma, secondo lui, questi processi non si rifletteranno direttamente sulla vita quotidiana dell’uomo.

L’esperto ha affermato che i cambiamenti che interessano la natura selvatica potrebbero influenzare le abitudini alimentari dell’uomo, ma ha osservato anche che le tecnologie moderne ci permetteranno di risolvere il problema. Ad esempio, la pesca eccessiva di pesci selvatici costringerà l’uomo ad allevarli artificialmente.

Secondo il biologo, da un punto di vista morale e filosofico le previsioni di IPBES sono una tragedia, ma, se osserviamo la situazione in maniera più distaccata e ci ricordiamo di altri periodi storici della Terra, capiamo che si tratta in sostanza degli ennesimi cambiamenti ciclici a cui è sottoposto il nostro pianeta. L’umanità può non esserci abituata o trovarli spiacevoli perché influenzano la nostra vita, ma non metteranno a rischio l’esistenza della nostra specie o del pianeta.

Tuttavia, Markov ha sottolineato che possiamo e dobbiamo combattere l’estinzione delle altre specie. Infatti, una delle cause di questi processi, secondo l’ONU, è l’inquinamento ambientale. L’esperto a tal proposito ha menzionato le attuali iniziative per la creazione di carburanti alternativi, per ridurre il consumo di carbone, per incentivare la raccolta differenziata e lo smaltimento dei rifiuti, nonché per dire no ai sacchetti e alle stoviglie di plastiche.

“La lotta al riscaldamento globale, a mio avviso, è molto meno importante a lungo termine. Viviamo al momento in un’era interglaciale che dura già da 10.000 anni e, stando ai cicli precedenti, dovrebbe concludersi a breve. Dopodiché, teoricamente la natura dovrebbe vivere una nuova era glaciale in cui i ghiacci ricopriranno l’Europa settentrionale (almeno fino a Mosca) e tutto il Canada. Penso che questo sarà per noi molto peggio del riscaldamento. In verità, il riscaldamento di natura antropica è un processo veloce che si sviluppa in pochi decenni, mentre il congelamento avverrà nel giro di millenni. Ma per adesso i volumi del riscaldamento di natura antropica non sono ancora così grandi.

I livelli preindustriali di CO2 nell’atmosfera erano di 200 ppm. È un livello estremamente basso che fa riferimento a un clima freddo. In seguito all’attività antropica del periodo industriale questo livello è aumentato fino a raggiungere le 400 ppm. Si confronti che durante il cosiddetto Massimo termico del Paleocene-Eocene (circa 55 milioni di anni fa), quando sulla Terra faceva davvero caldo (in media 14° di più di oggi), i livelli di CO2 erano di circa 1300 ppm. Ne abbiamo ancora di strada da fare prima di raggiungere quei livelli. E cosa più importante, nemmeno in quel periodo estremamente caldo si registrò un’estinzione di massa delle specie”, ha spiegato il professore.

La cosa più terribile non è l’estinzione delle specie

Mikhail Kreindlin, direttore del programma per le riserve naturali protette di Greenpeace Russia, su alcune questioni è d’accordo con Markov. Tuttavia, sulla questione dell’estinzione delle specie la pensa in maniera diversa. Secondo lui, il problema principale sarebbe l’influenza esercitata sugli ecosistemi.

“La cosa decisamente più terribile (rispetto alla minaccia dell’estinzione delle specie, NdR) che ho letto nel rapporto è legata alla distruzione degli ecosistemi, delle foreste tropicali, equatoriali e delle paludi. Infatti, non muore l’ecosistema perché si estingue la specie, ma il contrario: si estinguono le specie perché viene distrutto l’ecosistema, ovvero il loro habitat naturale. E questo è ovviamente molto pericoloso anche per l’uomo”. 

L’esperto ha precisato che l’estinzione del 5% delle specie su un’area (come riportato anche nel rapporto) può portare a un rivolgimento di ecosistemi a livello globale. Si considerino, ad esempio, gli insetti che sono sia impollinatori di vegetali, sia cibo per animali più grandi. Dunque, se la maggior parte di questo milione di specie a rischio estinzione fossero insetti, l’intero processo potrebbe influenzare in maniera importante l’ambiente e l’uomo.

Kreindlin ha riconosciuto che nella storia del nostro pianeta si sono già verificati cambiamenti a livello di ecosistemi, ma ha anche sottolineato che la portata di questi cambiamenti è stata assai inferiore. I maggiori cambiamenti, infatti, si sono verificati prima della comparsa dell’uomo.

Oggi l’uomo può influenzare molto di più la biosfera, per questo anche le conseguenze possono essere più gravi, sostiene l’esperto.

Questi ha osservato che, poiché le previsioni del Club di Roma presentate nel rapporto del 1974, cominciano ad avverarsi, l’uomo deve cominciare a pensare seriamente a cosa sta accadendo all’ambiente. “Non penso che sia troppo tardi. Forse se l’uomo e in particolare i leader mondiali cominceranno a pensare seriamente a questi problemi, si comincerà davvero a dare più importanza alla tutela dell’ambiente e ci sarà davvero la possibilità di evitare la catastrofe”, afferma Kreindlin.

Tutelare tutte le terre

Ekaterina Samoylova, dottoressa di ricerca in scienze biologiche, è d’accordo con Kreindlin su quale sia la causa della riduzione della biodiversità, ma sostiene che il problema dell’estinzione delle specie sia un problema più metafisico che pratico.

Samoylova ha sottolineato che l’estinzione delle specie e i cambiamenti climatici sono conseguenze del disboscamento: infatti, la distruzione degli habitat naturali costituisce una minaccia diretta all’esistenza di una specie.

“Il modo principale per salvare la natura sulla terraferma è tutelare tutte le terre ancora non coinvolte nell’attività antropica. A lungo termine questo non avrà alcun costo per l’uomo. Dopotutto la Terra è comunque finita. Abbiamo già a disposizione 20 milioni di km2 di terraferma: pascoli, città e aree industriali. Sono rimasti altri 40 milioni di foreste. Nel peggiore dei casi potremmo tagliare il 100% delle foreste e “triplicare” la nostra presenza. Ci dimenticheremo di tutte le conseguenze legate al disboscamento. Ma poi? Sarebbe comunque finita. Non ci sarebbe più terraferma e l’uomo non si potrebbe più espandere. L’umanità sarebbe costretta ad accontentarsi dei suoi 60 milioni di km2”, sostiene l’esperta.

Samoylova osserva che, se l’umanità smettesse di espandersi ora, tutelerebbe le foreste, la biodiversità e la stabilità del clima.

Quanto alla minaccia all’esistenza dell’uomo, Samoylova ammette che, a suo avviso, l’uomo morirà per altre ragioni. “Penso che l’umanità si trovi in una trappola malthusiana e morirà molto prima per via dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle risorse e non per la riduzione della biodiversità”, ha concluso.

Stabilire una causa

Un altro aspetto della questione dell’estinzione delle specie è stato sollevato da Vladislav Leonov, collaboratore dell’Istituto Severtsov di ecologia ed evoluzione presso l’Accademia russa delle scienze. Secondo lui, bisogna capire se si tratti di un processo naturale o se la riduzione della biodiversità sia provocata dall’attività antropica.

L’esperto ha sottolineato che nel secondo caso le conclusioni tratte dagli scienziati devono davvero spingerci a porci qualche domanda. Se, invece, l’estinzione fosse legata a cause meramente naturali, “si tratterebbe dell’ennesima truffa come quella dei cambiamenti climatici”.

Leonov ha spiegato che il clima sta davvero cambiando, ma probabilmente questo ha poco a che fare con il fattore umano. Infatti, i cambiamenti nel numero delle specie andrebbero analizzati in maniera diversa.

“Vi sono specie endemiche per le quali la distruzione dell’ecosistema comporta una distruzione totale. Oppure ancora specie che necessitano di grandi superfici per vivere. Ridurre tali superfici significa dunque ridurre il numero degli animali di quella specie. Si pensi, ad esempio, ai grandi mammiferi predatori. Per grandi specie o ecosistemi (ad esempio le barriere coralline) il cambiamento degli habitat a livello globale è molto dannoso: in particolare, fenomeni come l’arcinoto riscaldamento globale o il cambiamento delle correnti marine”, ha spiegato Leonov.

L’esperto ha inoltre sottolineato che in ognuno di questi casi è importante determinare con precisione se l’estinzione delle specie, dei loro habitat o il cambiamento delle condizioni ambientali siano conseguenze dell’attività antropica.

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