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01:30 18 Luglio 2019

Guerra dimenticata: i brasiliani in Italia

© Foto : L'archivio nazionale del Brasile
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Quest’anno un’insolita delegazione di delegati brasiliani si è recata a Mosca per partecipare all’annuale manifestazione in memoria del Reggimento immortale. Infatti, la partecipazione di questo Paese alla Seconda guerra mondiale è un capitolo di storia che spesso viene ingiustamente dimenticato.

Il Brasile, però, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni degli alleati che hanno posto fine alla Campagna d’Italia. Sputnik Mundo ve ne parla in quest’articolo.

Nei primi anni della Seconda guerra mondiale il presidente brasiliano Getúlio Vargas tentò di rimanere neutrale nel conflitto per riuscire a trarre vantaggi da nazioni appartenenti a entrambi gli schieramenti. La “neutralità pragmatica” di Vargas volse al termine nel 1942 quando il presidente diede il proprio consenso a che su parte del territorio brasiliano venissero dislocate basi militari americane in cambio di un prestito multimilionario per la costruzione della Companhia Siderúrgica Nacional (CSN).

Le relazioni tra Brasile e USA scatenarono l’indignazione della Germania nazista che cominciò ad affondare le navi commerciali brasiliane. In tutto furono distrutte più di 30 imbarcazioni, alcune delle quali proprio in prossimità della costa brasiliana. Durante gli attacchi persero la vita circa 600 cittadini brasiliani. La morte dei concittadini spinse il popolo a scendere in piazza: la gente chiedeva che il Brasile entrasse in guerra contro i Paesi dell’Asse. Al presidente Vargas non rimase nient’altro da fare se non dichiarare guerra alla Germania nazista e all’Italia fascista nell’agosto del 1942.

© AP Photo /
La manifestazione in Brasile: la gente chiedeva che il Brasile entrasse in guerra contro i Paesi dell’Asse

Cobra che fumano

I soldati brasiliani dimostrarono uno spiccato senso dell’umorismo nella scelta dell’emblema per la Força Expedicionária Brasileira (FEB). Esso, infatti, è un cobra che fuma una pipa. Durante la Seconda guerra mondiale i brasiliani solevano scherzare dicendo: “è più facile che un serpente fumi che il Brasile entri in guerra”. Per questo, ne fecero l’emblema delle loro forze armate.

© Foto : V de Vitoria
I soldati brasiliani

Questa creatività attirò l’attenzione di molte figure anche note, come il leggendario Walt Disney. Il 22 febbraio 1945 Globo, la maggiore rivista del Paese, decise di supportare lo spirito combattivo dei soldati brasiliani che combattevano in terra straniera e pubblicò in un editoriale una versione esclusiva dell’emblema delle FEB, disegnata proprio dal creatore di Mickey Mouse.

© Foto : Giovanni Sulla
L'emblema per la Força Expedicionária Brasileira (FEB)

Per l’Italia!

In virtù della situazione politica e operativa, le forze brasiliane, composte da più di 25.000 soldati, furono inviate in Europa solamente nel luglio del 1944, ovvero 2 anni dopo dall’entrata in guerra ufficiale del Brasile.

© Foto : V de Vitoria
I soldati brasiliani

“L’arrivo in Italia fu per noi una cosa inaspettata: attraversammo l’Oceano atlantico e il Mar Mediterraneo senza sapere nemmeno quando e dove avremmo combattuto. E solamente una volta arrivati capimmo che avremmo dovuto combattere contro i tedeschi in Italia”, ricorda in un’intervista rilasciata a Sputnik il sottocolonnello Leonel Junqueira, che fu inviato in guerra il 20 settembre 1944.

Il veterano, che a dicembre di quest’anno compirà 105 anni, si era iscritto alle FEB come volontario. Durante l’intervista telefonica rilasciata a Sputnik Mundo il veterano racconta che la loro vita era in pericolo prima ancora che arrivassero in Europa.

“Per arrivare in Italia via mare ci vollero circa 16 giorni, mentre il viaggio di ritorno fu di soli 5-6 giorni. Questo perché all’andata le forze dell’aeronautica e della marina militare che ci coprivano rilevavano continuamente la presenza di sommergibili nemici sul nostro percorso. Dunque, la nostra imbarcazione dovette aggirare più volte gli ostacoli”, spiega Leonel.

Quando si recò in Italia, Leonel era ancora un sottufficiale di prima classe e, sebbene inizialmente l’avessero collocato in un’altra divisone, subito dopo essere arrivato in Italia finì in un reparto chimico sperimentale.

© Foto : L'archivio personale di Leonel Junqueira
Leonel Junqueira in Italia

“In quell’ambito non avevo alcuna esperienza e non solo io. Nessuno del gruppo sapeva niente di armi chimiche. Tuttavia, fummo addestrati da esperti degli squadroni americani. Il nostro compito fu quello di impiegare i gas tossici in caso di necessità. Ma, poiché nemmeno i tedeschi li impiegarono, nemmeno noi lo facemmo. Oltre a questo, insegnammo ad altri soldati ad usare le maschere antigas. Queste le usavamo spesso per via delle cortine fumogene. Nei momenti in cui i soldati brasiliani attaccavano i tedeschi, creavamo queste cortine fumogene per coprire i movimenti dei nostri soldati”, ricorda il veterano.

Cose impossibili da dimenticare

“Ricordo che la seconda o la terza notte dopo il nostro arrivo in Italia non avevamo ancora cominciato a combattere e io per poco avevo già perso la vita. Ero nella mia tenda e alla luce di una candela stavo firmando una lettera per la mia ragazza quando sopra di noi passarono degli aerei militari e sganciarono una bomba o, più probabilmente, diverse bombe. Ci salvammo solamente perché le bombe caddero leggermente al di là del nostro accampamento. Se fossero cadute proprio sopra di noi, saremmo morti senza neanche aver combattuto”, afferma Leonel.

© AP Photo / Alan Fisher
Il ritorno del capitano Eurico Pacheco Guimaraes a Rio De Janeiro dopo il servizio in Italia

“Mi sono salvato per miracolo anche in un’altra occasione. Una volta, mentre inseguivamo delle truppe tedesche, siamo capitati in una piccola cittadina che poco prima aveva subito un importante bombardamento. Arrivammo lì per le 17:30 per passarci la notte e ripartire l’indomani. A me e alla mia divisione (circa 25 persone in tutto) offrirono uno scantinato per passare la notte”, racconta il veterano brasiliano.

A quell’epoca Leonel era salito al grado di sottotenente ed era lui a guidare il gruppo. Quando i soldati entrarono nella casa, il veterano ordinò loro di fare attenzione alle mine perché avrebbero potuto essere in agguato dovunque. Ispezionato lo scantinato, i soldati trovarono una cantina con 30 bottiglie di vino. Leonel ordinò che nessuno le toccasse, ma qualcuno del gruppo disubbidì ai suoi ordini. Proprio quando uno dei soldati aveva quasi toccato una delle bottiglie con la mano, Leonel gridò a piena voce: “Fermati! Fermati!”.

“Ordinai che venissero chiamati i sergenti del reggimento del genio i quali si occupavano delle mine. Entrarono nello scantinato con un dispositivo che rilevò la presenza di esplosivo sotto le bottiglie di vino. Allora gli esperti estrassero con la massima delicatezza una mina grande quanto una forma di formaggio che, se fosse esplosa, ci avrebbe ucciso tutti. Nella casa accanto un gruppo di sergenti morì proprio così”, racconta il veterano brasiliano.

Leonel Junqueira ricorda anche momenti e incontri felici.

“Eravamo in ottimi rapporti con i civili italiani. Cominciammo velocemente a parlare la loro lingua perché ce la insegnavano. E noi, a nostra volta, insegnavamo loro il portoghese. Ci ringraziarono tantissimo. I tedeschi li trattavano molto male, mentre noi con loro eravamo gentili. All’ora di pranzo la maggior parte dei soldati brasiliani, prima di cominciare a mangiare, metteva da parte metà del proprio piatto per le donne e i bambini affamati che venivano da noi all’accampamento la sera perché dessimo loro del cibo vero senza che dovessero andare a cercare gli scarti nei cassonetti”, ricorda il soldato.

Durante circa un anno di permanenza in Italia, dopo che i Paesi dell’Asse furono infine sconfitti, giunse il momento tanto atteso da tutti i soldati di tornare a casa. Alla fine di agosto del 1945 Leonel riuscì finalmente a realizzare il suo sogno di “tornare in patria vivo”, come canta anche l’inno popolare delle FEB.

“Nel viaggio di ritorno in nave a comandare le truppe era un generale dell’artiglieria. Questo generale viveva nella sua cuccetta, mentre noi in coperta. Per via dell’afa indossavamo solamente pantaloncini corti senza la canottiera. Ad un certo punto il generale vide all’orizzonte il Brasile. Si trovava nella sua cuccetta in pigiama, ma non riuscì a contenere la propria gioia. Quindi, scese in coperta per festeggiare con noi. Noi eravamo tutti per metà svestiti, ma lui si avvicinò a noi e ci abbracciò tutti uno a uno. E allora, ridendo e piangendo allo stesso tempo, ci disse: “Figli miei, siamo a casa”. Anche noi non sapevamo se ridere di gioia o piangere. Piangevamo perché eravamo felici di tornare a casa. Quel momento fu indimenticabile per me”.

L’incontro con una leggenda sovietica

Nell’intervista a Sputnik il veterano ricorda che in una delle giornate passate in Italia conobbe un poeta russo.

“In un giorno di congedo nel gennaio del 1945 alcuni giornalisti brasiliani e noi soldati ci trovavamo in un bar e conoscemmo un poeta russo di cognome Simonov. Mentre noi bevevamo la birra, lui ci leggeva una poesia scritta per la sua amata, rimasta in Unione Sovietica”.

Il poeta incontrato da Leonel era Konstantin Simonov, corrispondente militare che si aggiudicò moltissimi premi sovietici. La poesia che ricorda il veterano è l’arcinota “Aspettami ed io tornerò” del 1941 che divenne uno dei simboli della Grande guerra patriottica e che si impara a scuola ancora oggi.

© Sputnik .
Konstantin Simonov

Le donne in guerra

Oltre ai 25.000 soldati di cui sopra, il Brasile inviò in Italia anche un corpo speciale di infermiere. Una di queste 70 donne era Aracy Arnaud Sampaio, che raccontò le giornate della Campagna d’Italia nel suo diario.

© AP Photo /
Il Brasile inviò in Italia anche un corpo speciale di infermiere

Aracy Sampaio partì per la guerra due anni dopo l’arrivo in Italia delle FEB. A differenza dei soldati, le infermiere lasciarono il Brasile in aereo. Ma il loro volo non fu diretto: prima di arrivare in Italia, le donne si fermarono dapprima a Dakar, la capitale del Senegal, e poi fecero altri scali in Africa per giungere infine a Napoli.

“Le infermiere furono suddivise in luoghi diversi: mia madre fu mandata a lavorare presso il Settimo ospedale militare di Livorno. Non era un ospedale da campo, prima della guerra era adibito a pensione. Ciononostante, le infermiere dormivano comunque nelle tende: per questo mia madre si ammalò gravemente più volte. Una volta dovette sopportare una temperatura di -20 gradi, lei abituata al caldo del Brasile nord-orientale”, dice la figlia di Aracy Sampaio.

La madre lavorava con una tale abnegazione, conferma la figlia, che una volta, mentre si occupava di un paziente colpito da un’esplosione, non si rese conto di essere stata ferita anche lei.

© Foto : L'archivio personale di Maria do Socorro Sampaio
Aracy Arnaud Sampaio

“Una volta un soldato brasiliano e un partigiano italiano stavano cercando di modificare una scala perché diventasse una rampa. Accidentalmente, però, fecero esplodere una mina nascosta. Chi era all’interno dell’ospedale pensò di trovarsi sotto attacco. Mia mamma corse in una stanza per aiutare uno dei pazienti il cui corpo era ricoperto di ferite. Non si rese nemmeno conto che in seguito all’esplosione aveva perso l’uso di uno dei timpani. Quando uscì dalla stanza e ritornò dagli altri, i pazienti le dissero che era piena di sangue. Mia madre dovette rimanere in osservazione per 10 giorni e perse l’udito dall’orecchio sinistro. E nonostante molte altre infermiere con traumi fossero state rimandate in Brasile, lei decise di rimanere fino alla fine della guerra”, racconta con orgoglio la figlia.

Il ricordo delle FEB oggi

Aracy è morta all’età di 91 anni nel 2008, ma continua a vivere e non solo nella memoria della figlia. Di recente il regista brasiliano Ruyter Curvello Duarte ha deciso di tradurre in un film biografico i ricordi scritti dall’infermiera nel suo diario. Il cortometraggio si intitola Pelos Olhos de Aracy (Con gli occhi di Aracy) e sarà presentato al grande pubblico entro la fine dell’anno.

“Questo film è interessante perché fa luce sul lavoro delle infermiere delle FEB, attività tanto importante quanto quella degli uomini”, ha dichiarato Duarte a Sputnik.

Sebbene nessuno dei parenti del regista abbia combattuto in guerra, questi è cresciuto in una famiglia di militari e si è sempre interessato alla storia delle FEB.

“È molto importante raccontare queste storie perché in Brasile purtroppo è molto difficile raccontare la propria storia e onorare i nostri eroi. Queste storie si stanno pian piano perdendo, i veterani stanno morendo di vecchiaia. Dunque, dobbiamo ascoltare queste storie finché siamo in tempo”, ritiene Duarte.

Anche l’artista Antonio Junior ha lanciato un proprio progetto per commemorare le FEB. Il progetto si chiama Cobra fumanti e si compone di varie parti: pubblicazione di fumetti e di manga sulle gesta dei Pracinhas, interviste ai veterani e creazione di video divulgativi su quell’epoca.

  • Il progetto Cobra fumanti
    © Foto : Smoking Snakes
  • Il progetto Cobra fumanti
    © Foto : Smoking Snakes
  • Il progetto Cobra fumanti
    © Foto : Smoking Snakes
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© Foto : Smoking Snakes
Il progetto Cobra fumanti

“È un progetto volto a ripristinare l’eredità culturale della partecipazione brasiliana alla Seconda guerra mondiale. L’idea mi è venuta dopo aver visto su Internet che il gruppo svedese hard metal Sabaton aveva scritto la canzone Smoking Snakes come omaggio ai soldati brasiliani della Seconda guerra mondiale. Questo mi ha colpito molto perché mi sono reso conto che noi brasiliani non ce ne interessiamo. Mentre alcuni svedesi omaggiano la memoria dei soldati brasiliani, noi invece non lo facciamo”, ha ammesso l’artista in un’intervista a Sputnik.

Il contributo del Brasile alla vittoria sul nazismo

Dunque, la partecipazione delle truppe brasiliane alla Campagna d’Italia, sebbene modesta, ha svolto un ruolo importante nella vittoria sul nazismo. Infatti, proprio i successi dei soldati brasiliani hanno permesso agli alleati di dare il colpo di grazia sulla cosiddetta Linea Gotica, il confine difensivo delle truppe tedesche lungo gli Appennini. Ciononostante, le storie di eroismo dei Pracinhas vengono spesso dimenticate e sono raccontate solamente all’interno delle famiglie dei veterani o nei pochi musei dedicati a quest’epoca storica.

© Foto : Giovanni Sulla
Una cerimonia per celebrare la partecipazione dei Pracinhas alla guerra a Montese

“Il Brasile ha svolto un ruolo importante durante la guerra. La maggior parte delle persone di questo non parla ed è vergognoso che molti in Brasile e in Europa non sappiano che più di 25.000 soldati brasiliani si siano recati in Italia per combattere contro l’ideologia nazi-fascista. Molti non sanno che il Brasile è l’unico Paese dell’America Latina ad aver partecipato alla guerra in Europa”, ha detto lo storico italiano Giovanni Sulla in un’intervista a Sputnik.

Ora Sulla vive a Montese, un paesino italiano che fu teatro di una delle battaglie più sanguinose a cui parteciparono le truppe brasiliane. Sulla ha dedicato tutta la sua carriera professionale a studiare le FEB e ha anche pubblicato un libro sul tema.

© Foto : Giovanni Sulla
Una cerimonia per celebrare la partecipazione dei Pracinhas alla guerra a Montese

“Qui dove vivo io, a Montese e nei dintorni, molte persone a casa conservano oggetti che ricordano la guerra: elmetti, uniformi. Io a casa ho molti oggetti simili. Quando avevo 10-15 anni, mi interessava molto questo periodo storico. Molti mi raccontavano di quei soldati venuti dall’altra parte del mondo. Non erano americani, ma brasiliani. Purtroppo di loro nei libri di storia non si parla”, ricorda lo storico spiegando perché decise di dedicare la propria vita a questo tema.

In Italia ancora oggi si ricordano i Pracinhas e si celebra la loro partecipazione alla guerra. Sulla racconta che oltre ai numerosi monumenti ai “liberatori” (così in questa regione vengono chiamati i soldati brasiliani), nel 2020 gli abitanti di Montese prevedono di celebrare una grande festa per il 75° anniversario della fine della guerra anche per “celebrare il coraggio e le gesta delle FEB”.

© Foto : Giovanni Sulla
Una cerimonia per celebrare la partecipazione dei Pracinhas alla guerra a Montese

“Non vi sono dubbi sul fatto che i soldati brasiliani abbiano ridato alla popolazione italiana la speranza e il sorriso. L’Italia del 1944 assomigliava all’Haiti di oggi. I soldati brasiliani vennero qui non per asservire o uccidere, ma per ridare la democrazia e la libertà all’Europa e al resto del mondo”, conclude lo storico.

di Laís Oliveira

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Intervista, Seconda Guerra Mondiale, Italia, Brasile
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