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16:13 14 Ottobre 2019
La bandiera libica

Libia: Washington ha contribuito a diffondere il caos

© AFP 2019 / ADBULLAH DOMA
Mondo
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Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha condannato in maniera decisa l’escalation militare in Libia e ha invitato a cessare il prima possibile le operazioni militari.

Il discorso di Guterres è giunto in seguito a comunicati sul fatto che le forze armate di Halif Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, hanno attaccato l’aeroporto internazionale di Mitiga a est della capitale. Sputnik ha parlato della crisi nel Paese e dei possibili scenari di sviluppo con Jalel Harchaoui, collaboratore del Clingendael Institute de L’Aia.

Riuscirà il governo, sostenuto dall’ONU, a mantenere Tripoli e le regioni vicine nel nord-ovest del Paese senza ulteriore supporto? Vorrà davvero l’Occidente fornire questo supporto viste le conseguenze catastrofiche che ha avuto l’ultima intromissione nella politica libica?

Per cominciare, diciamo che tutto è possibile. A mio avviso, va riconosciuto l’alto grado di incertezza che non ci permette di prevedere un risultato finale. Tuttavia, va sottolineata la possibilità di un coinvolgimento straniero sotto forma di attacchi aerei. Non necessariamente da parte di una nazione occidentale perché esiste sì un inquadramento giuridico assai complesso, ma non esiste un precedente di un coinvolgimento armato contro un governo riconosciuto a livello internazionale. Sarebbe una novità, il che dal punto di vista giuridico complica le cose. E non importa se le nazioni occidentali non vogliano essere coinvolte. L’alternativa più probabile è che ad essere coinvolti militarmente saranno l’Egitto o gli Emirati Arabi Uniti poiché giuridicamente hanno dimostrato un’inclinazione a infrangere le normative internazionali. Dunque, si tratta di una prospettiva concreta.

Sembrerebbe paradossale, ma gli USA invitano a una risoluzione diplomatica della crisi la quale, come sostengono alcuni, è stata causata dall’intervento militare occidentale nel 2011.

A mio avviso, i disordini attuali non sono da vedere come una diretta e inevitabile conseguenza degli eventi accaduti nel 2011. Chiaramente nel 2011 vi sono stati dei rivolgimenti, ma negli ultimi 8 anni molte occasioni sono state perse e credo che la situazione attuale sia il risultato delle azioni compiute da diverse nazioni. È ovvio che le nazioni occidentali non abbiano una buona reputazione, ma la crisi libica nella sua fase più tardiva non è interamente un prodotto occidentale. Oggi, nel 2019, la gente deve capire la grande influenza che le nazioni del Golfo persico hanno esercitato sulla Libia. Per quanto strano possa sembrare, le nazioni occidentali hanno sì contribuito, ma non sono gli attori più significativi in questo specifico contesto. E ribadisco, sono dinamiche nuove, ma va detto che gli UAE hanno contribuito a questa crisi persino di più della Francia. Dunque, questa è innanzitutto una crisi araba.

In che misura possono essere fruttuosi questi negoziati? Si riuscirà a dissuadere Halif Haftar dai suoi progetti militari? Cosa ne pensa di come si sta sviluppando della situazione?

Mi permetta innanzitutto di dire che a mio avviso la probabilità che questi negoziati si terranno è pari a zero. Sono convinto che Haftar insisterà per inviare dei delegati perché vuole dimostrare di avere tutto sotto controllo. Ma proprio qui viene il bello: i suoi avversari non si presenteranno per le troppe infrazioni e per la troppa violenza. Dunque, se si presenta solo una controparte ai negoziati, non se ne possono raccogliere i frutti. Da un punto di vista diplomatico, secondo me le probabilità sono nulle.

Vi sono 3 scenari che la gente dovrebbe considerare. Innanzitutto, il maresciallo Haftar può ancora vincere. La situazione può ancora volgere in suo favore perché a rallentarlo ad oggi sono i miliziani di Tripoli. Ma questi miliziani non sono islamici, non sono i rivoluzionari più convinti della regione. Lui ha tentato di renderli più coesi e più efficienti nella difesa di Tripoli e loro hanno difeso la capitale.

Ma la situazione chiaramente si sta prolungando perché ogni giorno da entrambe le parti sono riportate delle morti, dunque ogni controparte cerca di salvare la faccia.

Esiste, però, anche la possibilità che questa resistenza di Tripoli che nessuno si aspettava possa improvvisamente saltare. In tal caso Haftar prenderà il controllo della capitale. Allora l’unico problema sarà una città rivoluzionaria chiamata Mistrata con 400.000 abitanti.

Un’altra alternativa è che Haftar perda tutto. È altamente probabile che Haftar perda l’appoggio politico prima dell’Occidente e poi dell’Oriente. Questo significherebbe per lui perderà tutti i successi conseguiti negli ultimi anni di lavoro. Haftar sta conducendo questa campagna militare da mezzo secolo, ma potrebbe perdere tutto in poche settimane. Un’altra possibilità è che Haftar si trovi in una situazione scomoda senza una chiara via d’uscita e che fra 2 o 3 anni ci ritroveremo a discutere di queste stesse cose.

Mohammed Issam Laarussi, professore di relazioni internazionali e collaboratore del programma Medio Oriente presso il centro studi TRENDS Research & Advisory ad Abu Dhabi. (Commento scritto):

Stando alle parole del segretario di Stato USA Micheal Pompeo, gli Stati Uniti esprimono profonda preoccupazione per le operazioni militari in corso nei pressi di Tripoli in seguito all’attacco armato effettuato dall’esercito di Halif Haftar e invitano a cessare immediatamente le operazioni militari contro la capitale libica. Questa posizione non può nascondere l’aspetto pragmatico della politica statunitense in Libia. Dopo la caduta del regime di Gheddafi, Washington, insieme ad altri attori regionali, ha esercitato un’influenza eccessiva sulla crisi libica diffondendo il caos in Africa settentrionale e ammettendo la propria inconfutabile partecipazione alle guerre di questa instabile regione.

La crisi libica è il risultato delle fallimentari operazioni attuate dalla NATO nel 2011. La risoluzione del Consiglio di sicurezza della NATO n° 1973 che permette l’attuazione di tutte le misure necessarie per difendere i civili libici conferma l’intenzione degli USA di ottenere un mandato internazionale per l’impiego della forza e dimostra le intenzioni del Consiglio di sicurezza di applicare la dottrina del “Dobbiamo difenderci”.

Ma l’importanza dell’atto degli USA non va sopravvalutata. Come conseguenza diretta, il Consiglio di sicurezza dell’ONU al momento è di nuovo paralizzato perché sia la Russia sia la Cina, per ovvie ragioni, non vogliono più conferire ai Paesi della NATO il mandato per applicare queste misure. Inoltre, gli eventi in Libia hanno dimostrato che l’intervento ha contribuito a screditare la dottrina del “Dobbiamo difenderci” più che qualsiasi altra critica a livello di diritto internazionale.

La Libia è una nazione distrutta, un “buco nero” per i terroristi, il traffico di armi e i flussi clandestini di migranti.

Khalifa Haftar
© REUTERS / Philippe Wojazer
Questa decisione controversa degli USA che critica il rafforzamento delle posizioni di Haftar confonde e non le va dato credito. America, Gran Bretagna, Francia e Italia hanno diramato una comunicazione congiunta in cui non hanno nemmeno accusato il generale dell’escalation di tensione. Invitano semplicemente tutte le controparti a impegnarsi per ristabilire la tranquillità nella regione.

Infine, gli USA come supernazione dovrebbero promuovere il consenso politico tra la nazione riconosciuta di Libia governata da Fayez al-Sarraj e le altre parti. A mio avviso, la futura conferenza e l’attività di mediazione di Guterres sono l’ultima chance per una risoluzione pacifica del conflitto libico. Se questa non sarà possibile, la crisi in Libia avrà solo due possibilità: entrare in un vicolo cieco o sfociare in un conflitto armato.

Tags:
Khalifa Haftar, António Guterres, ONU, Libia
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