09:38 18 Giugno 2019
Oceano Pacifico

Conseguenze dell’ondata di caldo nell’Oceano Pacifico

© flickr.com/ U.S. Pacific Fleet
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L’ondata di caldo insolitamente lunga abbattutasi sulla costa pacifica dell’America del Nord tra il 2013 e il 2016 ha distrutto la catena alimentare, provocato la morte di numerosi animali marini e messo a repentaglio il turismo e l’economia di interi stati degli USA.

Analizzando le conseguenze di quest’ondata gli scienziati sono giunti a questa conclusione: negli ultimi 100 anni simili pericolosi fenomeni si sono fatti più frequenti e duraturi.

Bolla calda in Alaska

Nell’inverno del 2013 nel golfo dell’Alaska gli scienziati, dati alla mano, rimasero sconvolti dalle temperature molto alte per la stagione. La “bolla” di acqua calda in corrispondenza della penisola si conservò per tutto l’inverno e nel 2014 si estese più a sud.

D’estate si registrava acqua insolitamente calda nel Pacifico lungo la costa che va dall’Alaska al Messico. A settembre la temperatura in alcune zone era di 7°C maggiore rispetto alla norma.

Nel 2015 nelle acque equatoriali del Pacifico si formò El Niño: gli strati superficiali dell’acqua si riscaldarono, mentre gli alisei persero vigore. Questo si verifica una volta ogni 4-8 anni per ragioni naturali e porta di per sé a un temporaneo surriscaldamento climatico. In seguito a questo fenomeno, l’ondata di calore nell’area settentrionale del Pacifico si conservò fino al 2016.

Il surriscaldamento dell’area settentrionale del Pacifico innescò immediatamente alcuni processi pericolosi. Le microalghe presenti nell’acqua appassirono subito emettendo sostanze che resero tossica l’acqua per l’uomo e molti animali marini. Nell’oceano comparvero nuove specie di alghe più termofile, ma meno nutrienti per gli animali che popolano quell’habitat. Infine, morirono numerosi uccelli e mammiferi marini.

Laminarie morte, granchi velenosi

Le ondate di caldo sono un fenomeno anomalo che dura per settimane e mesi. A noi sono maggiormente note le ondate atmosferiche perché le percepiamo direttamente. Nel 2010 una ondata di questo tipo ha provocato forti incendi di torbiere e foreste in Russia.

Meno conosciute sono, invece, le ondate di calore oceaniche. Le ondate anomale che hanno interessato le coste statunitensi tra il 2014 e il 2016 sono probabilmente il fenomeno più documentato e studiato di questo genere in tutta la storia delle osservazioni. In un articolo uscito di recente gli scienziati dell’Università della California hanno stimato le conseguenze di questo fenomeno anomalo per l’ambiente e l’economia.

Secondo loro l’afa avrebbe colpito maggiormente gli abitanti delle regioni marittime. Studiando la diffusione di 67 specie animali gli scienziati hanno stabilito che 37 di esse si spostarono insolitamente più a nord del loro habitat. È stato notato, in particolare, la migrazione di una specie di mollusco, la Lottia gigantea (patella), e di cirripedi, Tetraclita rubescens.

Durante l’ondata di calda sulla costa californiana migrò una quantità record di leoni marini, molti dei quali morirono per l’afa. Scomparvero intere superfici di alghe marine e cespugli di laminarie, fonte preziosissima di approvvigionamento e parte integrante dell’habitat di molti organismi marini. Di conseguenza, si registrò un calo nella pesca di aliotidi, molluschi diffusi prevalentemente lungo le coste della California. L’anno scorso se ne dovette vietare la pesca. L’emissione delle tossine da parte delle microalghe costrinse, inoltre, a interrompere la pesca di granchi.

La risposta dell’oceano al surriscaldamento

Le ondate di caldo più celebri sono legate a El Niño del 1982-83 e del 1997-98. Nel 1999 e nel 2003 colpirono il Mediterraneo, nel 2011 l’Australia occidentale, nel 2012 l’area nord-occidentale dell’Atlantico, tra il 2013 e il 2016 l’area settentrionale del Pacifico e l’Australia.

Gli studiosi di USA, Australia, Canada e Gran Bretagna hanno analizzato l’influenza delle ondate di caldo oceanico in diversi periodi e sono giunti alla seguente conclusione: questo fenomeno colpisce gli ecosistemi marini in maniera così forte da creare vere e proprie minacce ambientali, ridurre la biodiversità e danneggiare le popolazioni la cui economia è legata alle attività marittime.

È stato calcolato che dal 1925 le ondate di caldo oceaniche si sono fatte più frequenti del 34% e più lunghe del 17%. La causa di questo fenomeno è da rintracciarsi nel riscaldamento globale dell’atmosfera e degli oceani e il peggio deve ancora arrivare.

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Tags:
Ambiente, Cambiamenti climatici, oceano, USA
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