12:54 26 Maggio 2019

“Nessuna magia”: esperto sudcoreano sulla denuclearizzazione in Corea del Nord

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Il problema della denuclearizzazione della Corea del Nord non può essere risolto in breve tempo.

Dopotutto, l'obiettivo principale di Trump e Kim Jong-un durante il secondo vertice nordcoreano-statunitense è stato migliorare il rapporto di fiducia reciproca senza il quale non è possibile una rapida denuclearizzazione. Per questo, al momento è più importante non tanto il risultato, quanto la consequanzialità del processo, è di quest’opinione Kim Yeon Chul, presidente dell’Istituto coreano per l’unificazione nazionale.

Secondo Yeon Chul, l’esperienza della denuclearizzazione in altri Paesi non è applicabile in Corea del Nord. Per Ucraina, Kazakistan e Bielorussia il disarmo nucleare è stato parte del processo per rendersi indipendenti dall’URSS. Queste nazioni non consideravano gli arsenali di cui disponevano come propri e diedero loro addio senza grandi rimpianti. In Libia il programma nucleare era a uno stadio iniziale, per questo il disarmo fu rapido e relativamente indolore. La Corea del Nord, invece, porta sulle sue spalle una storia nucleare più lunga e complessa.

“Sono già passati 27 anni, l’infrastruttura, le sue tipologie e le tempistiche di utilizzo sono molto sviluppate. Alcuni pensano che la denuclearizzazione sia come una magia, ma non si può far sparire tutto in un’ora. I siti nucleari non si possono semplicemente demolire, non è così facile”, ha dichiarato Yeon Chul.

Da un punto di vista tecnico la denuclearizzazione è l’eliminazione dell’infrastruttura, dei materiali e delle armi nucleari. La Corea del Nord ritiene che si possa aspettare a sbarazzarsi delle armi una volta che sarà definito un piano d’azione chiaro. E propone di cominciare con le attività più semplici per passare poi alle più complicate. Gli USA, invece, insistono sulla necessità di eliminare i missili balistici intercontinentali e gli altri elementi critici per rimuovere al più presto questa minaccia alla sicurezza collettiva. Ma la verità, come si sa, sta nel mezzo. Dunque, la denuclearizzazione comincerà molto probabilmente con l’Istituto di energia nucleare di Yongbyon dove si trova un reattore nucleare che processa la maggior parte dei materiali fissili nordcoreani.

“A Yongbyon vi sono due siti. Il primo è al plutonio, il secondo è all’uranio arricchito. Il plutonio si forma nel reattore nucleare e dopo un’apposita lavorazione viene sprigionato dalle barre di combustibile. Per questo, l’eliminazione dell’infrastruttura dedicata alla lavorazione del plutonio è in realtà l’eliminazione del reattore stesso. Ma smontando un reattore nucleare bisogna essere molto attenti. Numerose sono le procedure da attuare: dalla disattivazione delle sostanze radioattive al seppellimento delle scorie”, sostiene Yeon Chul.

Arricchire l’uranio nelle centrifughe è molto più semplice: possono essere semplicemente rimosse, il che le rende poi inutilizzabili in futuro. Questo può essere fatto molto velocemente. Ma nel caso del plutonio vi è la questione del trasporto dei materiali nucleari per la loro successiva lavorazione.

“Che sia via aria o su terra, il trasporto dei materiali radioattivi scatenerà molto probabilmente grande malcontento nei luoghi che questi attraverseranno. Dunque, vanno eliminati in loco. E per fare questo è necessario costruire infrastrutture con le apparecchiature adeguate. Perciò, se consideriamo solo l’eliminazione delle scorie, capiamo bene che la denuclearizzazione è tecnicamente un processo molto lungo”, osserva l’esperto sudcoreano.

Inoltre, non va dimenticato che oltre alla distruzione dell’infrastruttura, dei materiali e delle armi vi sono anche le conoscenze che svolgono un ruolo decisivo nella creazione di armamenti nucleari. Nel caso del disarmo dei Paesi dell’ex URSS, gli USA nell’ambito del Cooperative Threat Reduction Program hanno riqualificato i militari e gli ingegneri nucleari e hanno creato siti industriali sostitutivi perché quelle persone potessero applicare le proprie conoscenze e la propria esperienza in attività civili.

Ma il principale stimolo a non tornare a creare armi nucleari è senza dubbio il cambiamento radicale dei rapporti tra le due nazioni belligeranti. Ed è proprio questo che la Corea del Nord sta ottenendo in risposta ai suoi sforzi verso la denuclearizzazione completa.

“La normalizzazione dei rapporti può essere suddivisa in base alla loro tipologia: diplomatici ed economici. La richiesta di rimuovere le sanzioni (di cui tanto abbiamo sentito parlare) è di fatto una normalizzazione economica. Molti pensano che queste cose non siano pertinenti, ma non è assolutamente così. I rapporti diplomatici, politici, militari ed economici possono nel tempo differire tra loro, ma sono in realtà parti di un tutto”, sostiene Yeon Chul.

Al momento fra le misure che vengono implementate si menziona spesso la condivisione degli uffici di comunicazione a Pyongyang e a Washington. Il che non è a caso: le parti si erano accordate sulla loro apertura già negli accordi stipulati a Ginevra nel 1994, ma fino ad oggi non erano ancora stati attuati. Ma adesso la necessità di una misura simile è grande e non solo per la sua valenza simbolica.

“Se vogliamo verificare il processo di eliminazione dei siti nucleari a Nyongbyon, centinaia di persone saranno impiegate nel processo di verifica. Questo impone la presenza di un servizio consolare. Le persone potrebbero ferirsi, essere espulse improvvisamente: insomma, le questioni sono numerose. Per questo, un ufficio di comunicazione sarà necessario anche per garantire la denuclearizzazione”, sostiene l’esperto.

Anche il mantenimento della pace può, dal canto suo, rafforzare le relazioni bilaterali. In tal senso, un primo passo potrebbe essere la conclusione formale della Guerra di Corea. La Corea del Sud ritiene di aver di fatto concluso lo stato di belligeranza con la Corea del Nord grazie ai due vertici e all’accordo sulle questioni militari. Ora è il turno degli USA.

“Una dichiarazione che ponga fine allo stato di guerra è una dichiarazione politica particolare. Ma poiché si tratta di una dichiarazione, non andrebbe a sostituire una tregua. Per quello servirebbe un trattato di pace. E fino a quel momento si manterrà l’attuale stato di tregua. Tuttavia, già di per sé una dichiarazione di fine guerra darà un nuovo impulso alle relazioni politiche e diplomatiche bilaterali. E questo influenzerà anche la velocità del processo di denuclearizzazione”, osserva Kim.

Lo stato di pace sarà discusso e reso possibile grazie a un formato quadrilaterale (Corea del Nord, Corea del Sud, USA e Cina).

“Storicamente vi sono già stati alcuni tentativi di raggiungere un accordo sulla pace. Il più importante si è verificato nell’aprile del 1996 quando sull’isola di Jeju gli allora presidenti Kim Young-sam e Clinton hanno approvato la Dichiarazione di Jeju che diede inizio ai negoziati quadrilaterali per l’introduzione dello stato di pace. E dal 1997 a Ginevra presero inizio proprio questi negoziati. Si tennero 6 incontri e nel frattempo furono creati due sottogruppi: uno sulle questioni legate alla fiducia reciproca e al disarmo, l’altro sul sistema giuridico. Poi non si riuscì a promuovere questo formato, ma perlomeno creò una base per condurre le trattative per la conclusione del trattato di pace”, ha sottolineato Kim.

L’esperto ha, inoltre, sottolineato che nella dichiarazione congiunta approvata nel 2005 a conclusione dei negoziati a sei sulla questione nucleare si è anche parlato di tenere un forum separato per discutere lo stato di pace nella penisola coreana. E con questo si intendevano i rapporti quadrilaterali. Secondo l’esperto, tra le parti coinvolte non vi erano particolari divergenze sul concetto di “denuclearizzazione completa”. Oggi la questione è solo capire come raggiungere quest’obiettivo. Secondo Yeon Chul, gli USA e la Corea del Nord hanno bisogno innanzitutto di un piano dettagliato che permetta loro di non rallentare ad ogni fase per confrontarsi e rafforzare gli accordi in vista dell’obiettivo intermedio. Ma agire velocemente richiede fiducia e la fiducia richiede tempo.

“Quando si comincia a valutare dei negoziati, è necessario comprendere che vi sono vari fattori che ne determinano il successo o meno. Non è possibile valutarli solamente in base all’accordo effettivamente firmato. Prendiamo in considerazione, ad esempio, il vertice sovietico-statunitense tenutosi nel 1986 a Reykjavík. Il presidente Reagan e il segretario generale Gorbachev si incontrarono inizialmente nel 1985 a Ginevra e l’anno successivo a Reykjavík. Ma in occasione dell'ultimo incontro non riuscirono a raggiungere accordi concreti e la riunione fu considerata un fallimento. Tuttavia, nonostante l’assenza di accordi, i leader riuscirono a parlarsi in maniera del tutto sincera e franca e già l’anno dopo durante le trattative sovietico-statunitensi a Washington riuscirono a raggiungere un accordo storico per l’eliminazione di diverse tipologie di armi nucleari.

Dunque, i criteri di valutazione possono essere molto diversi. Nell’accordo attuale probabilmente sarà inclusa una serie di miglioramenti, ma questo non significa che le trattative saranno interrotte. Sulla base dei traguardi raggiunti ci saranno futuri incontri. Forse ci saranno anche altri vertici. Per questo, considerate le trattative nel loro insieme, a mio avviso, il criterio fondamentale per il successo è la misura in cui determinate trattative spingono le parti ad andare avanti”, conclude l’esperto.

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Denuclearizzazione, Corea del Sud, Corea del Nord
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