16:08 24 Marzo 2019
Belgrado

Perché la NATO non ha condotto un’operazione terrestre contro la Jugoslavia?

© AFP 2018 / ANDREJ ISAKOVIC
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Venti anni dopo l'aggressione della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, le dispute continuano sul fatto se la NATO avesse davvero programmato un'operazione terrestre in Serbia su iniziativa britannica e se l'Alleanza avesse abbastanza risorse per attuarla. Gli esperti si stanno ancora chiedendo come si sarebbero evoluti gli eventi se, il 9 giugno 1999, Belgrado non avesse firmato l'accordo tecnico-militare di Kumanovo.

La terza ondata di attacchi aerei della NATO riguardò obiettivi sia militari che civili, pianificati per abbattere il morale della popolazione e costringere l'élite politica della Repubblica Federale di Jugoslavia ad arrendersi. Allo stesso tempo, tra i media occidentali è apparsa l’informazione che il piano per un'operazione di terra della NATO in Jugoslavia fosse nelle fasi finali di sviluppo. Sfortunatamente, alcuni dei generali jugoslavi hanno anche svolto un ruolo nel convincere Slobodan Milosevic della realtà di queste informazioni.

In realtà, tutto era completamente diverso. I principali problemi della NATO nell'attuazione dell'una o dell'altra versione del piano per l'ingresso delle forze di terra in Jugoslavia erano la logistica e la geografia. Nel 1999 dall'Albania al Kosovo c’erano solo due strade in pessime condizioni. La Macedonia, combattuta tra il desiderio di entrare nella NATO e la comprensione che un attacco alla Jugoslavia dal suo territorio avrebbe inevitabilmente causato il caos in Macedonia stessa, dichiarò apertamente che non avrebbe permesso il trasferimento di truppe nel suo territorio per l'intervento terrestre della NATO in Jugoslavia.

Dalla Croazia e dalla Bosnia-Erzegovina era più difficile entrare in Kosovo, perché il territorio della Seconda Armata della Jugoslavia difendeva il territorio da queste direzioni.

Quindi gli inglesi proposero un piano di attacchi simultanei in tutte le direzioni possibili: dall'Ungheria lungo il Danubio alla Vojvodina, dalla Croazia e Bosnia lungo il Danubio e Sava a Belgrado, dall'Albania e dalla Macedonia al Kosovo e Metohija, dalla Bulgaria a Niš e Bor. Fu a causa della possibile offensiva della NATO "su tutti i fronti" che l'esercito jugoslavo, in conformità con i principi della "difesa a tutto tondo", deteneva la maggior parte delle sue forze e la riserva strategica a sud di Belgrado, a ovest del fiume Morava, a nord del Kosovo, a est di Montenegro, vicino alle città di Kragujevac e Kraljevo.

Il piano d'invasione terrestre più radicale della NATO prevedeva una concentrazione di truppe in Ungheria, ma sarebbe stato problematico inviare truppe attraverso i territori neutrali dell'Austria e della Slovacchia, che non era ancora membro dell'Alleanza (la Slovacchia entrò a far parte della NATO solo nel 2004). I comandanti da Washington e Londra sapevano che l'esercito della Jugoslavia aveva minato il territorio tra il Danubio e Tisa, che in questa zona ci sono forze armate significative, che Novi Sad e Zrenjanin, sulla strada per Belgrado, potevano esercitare una forte resistenza. Una delle direzioni dell'attacco NATO, che doveva essere sostenuta da un attacco dalla croata Vukovar avrebbe dovuto essere Sombor. Ma qui le ripide, soprattutto da sud, rive del Danubio sarebbero state un serio ostacolo. Inoltre, la Vojvodina è scavata da canali fluviali e fiumi, e uno schema di difesa di successo nel caso di un attacco di un numero superiore blindati e corazzati del nemico in questa zona era stato elaborato dall'ex esercito dei popoli jugoslavi nel corso di varie esercitazioni per diversi anni.

E, infine, i piani per la conquista di Belgrado: la NATO aveva considerato due modelli di dominio della città: Berlino e Budapest (probabilmente intendendo l'assalto di Berlino e Budapest durante la seconda guerra mondiale). Entrambi i modelli suggerivano un lungo assedio e una grave distruzione della città. Difficilmente qualcosa del genere sarebbe potuto essere accettato nell’Europa alla fine del 20° secolo.

I generali della NATO presumevano che sul territorio della Vojvodina, la Jugoslavia avrebbe potuto difendere cinque divisioni, senza contare le unità più piccole, e in un momento cruciale il comando jugoslavo avrebbe potuto trasferire qui altre due divisioni di combattimento aggiuntive e mobilitare un'altra delle riserve.

La NATO per attaccare questa zona aveva a disposizione quattro divisioni nel primo scaglione, e due divisioni avrebbero dovuto essere lasciate per la difesa della Macedonia e dell'Albania in caso di un contrattacco delle forze armate della Jugoslavia. Dunque, a partire dal giugno 1999, la NATO non disponeva di risorse sufficienti per svolgere un'operazione di terra, poiché per la sua riuscita avrebbe avuto bisogno di un minimo di 12 divisioni con pieno supporto logistico. Ci sarebbero voluti quattro mesi perché le unità tedesche si preparassero all'attacco in Jugoslavia dall'Ungheria, mentre gli americani e gli inglesi avrebbero avuto bisogno di almeno sei mesi.

Dopo 4-6 mesi, nei quali si sarebbero addestrati, sarebbe iniziato l'autunno, e poi l'inverno durante i quali l'efficacia dell'uso di veicoli corazzati è fortemente ridotta. Quindi tutte le speculazioni sulla pianificazione dell'operazione di terra in Jugoslavia erano disinformazione e non erano altro che uno strumento per la guerra psicologica e ulteriori pressioni su Belgrado.

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NATO, NATO, NATO, Slobodan Milosevic, Belgrado, Serbia, ex-Jugoslavia, Jugoslavia
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