01:43 09 Dicembre 2019
Pristina, Kosovo

Milorad Trifunovic: pronti a scendere a patti anche col diavolo pur di scoprire la verità

© Sputnik . Ilya Pitalev
Mondo
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I terribili crimini commessi contro i civili kosovari rimangono ancora avvolti nel mistero. Rapimenti, omicidi e barbare rimozioni degli organi a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 erano all’ordine del giorno nel territorio autonomo serbo del Kosovo.

Questi eventi furono senza precedenti per il periodo in Europa. La paura di ripercussioni continua ancora oggi ad imporre il silenzio ai testimoni.

Milorad Trifunovic, presidente dell'Associazione delle famiglie di vittime rapite e scomparse in Kosovo e in Metochia, ha spiegato in un'intervista a Sputnik cosa sperano e cosa si aspettano i parenti delle persone scomparse.

 — Siete in possesso di dati sul numero effettivo di persone scomparse senza lasciare tracce?

  — La nostra associazione, fondata nel 1999, ha raccolto i dati di 941 persone scomparse. Non sono solo serbi, ma anche zingari e 21 albanesi. Sono persone di età compresa tra i 16 e gli 82 anni, la maggior parte dei quali sono uomini tra i 25 e i 45 anni. Erano persone nel pieno delle loro forze. Siamo in possesso dei nomi, cognomi, date di nascita, luogo e momento della scomparsa. Questi dati sono stati verificati e di essi è a conoscenza anche il comitato locale della Croce Rossa.

 — In che lasso di tempo si sono verificate le sparizioni di queste persone?

 — Nel 1998 è scomparso circa il 20% di loro. Ma dopo la sottoscrizione dell'accordo tecnico sull'interruzione del conflitto armato del 1999 scomparve il restante 80% dei serbi, mentre gli altri scomparvero in Kosovo e Metochia. Questo accadde nonostante la presenza delle forze internazionali sotto l'egida prima dell'ONU e poi della NATO. Queste vennero per mantenere l'ordine e la pace, ma proprio sotto i loro occhi scomparve senza lasciare traccia l'80% delle persone in Kosovo e Metochia, prevalentemente serbi.

 — Vi sono testimonianze di come scomparvero queste persone?

 — Una delle prime fu il rapimento di un gruppo di 9 minatori nel parcheggio della miniera a cielo aperto di Belachevats vicino alla città di Obilich verso le 7 del mattino del 22 giugno 1998. Erano arrivati poco prima con le loro macchine. E su di esse furono portati via verso una destinazione ignota. Fra gli scomparsi c'era anche mio fratello Miroslav. Sono stati rapiti da persone sia in borghese sia con l'uniforme dell'Esercito di liberazione del Kosovo. Da quel momento si verificarono continui rapimenti.

 — I minatori scomparsi sono stati trovati?

 — Abbiamo avuto una soffiata: i loro corpi dovrebbero trovarsi in una miniera privata vicino al villaggio di Zhilivode. Un albanese, la cui identità non sarà rivelata, ci ha detto che sono stati sepolti là. Abbiamo richiesto al contingente internazionale guidato dalla NATO (KFOR) di controllare la zona, ma dopo due giorni abbiamo ricevuto una chiamata dal nostro informatore in cui ci comunicava che avevano effettuati gli scavi, ma non nella zona corretta. Noi abbiamo informato di questo gli organi inquirenti internazionali, ma ci hanno risposto che le informazioni in loro possesso provenivano da 3 diverse fonti. Questo andò avanti dal 2010 per altri 4 anni con qualche interruzione solo durante il periodo invernale. La zona è effettivamente difficile da raggiungere, nel periodo delle piogge vi sono molte frane e fu deciso che là non vi fosse niente. Ma il giorno prima che cessassero i lavori divampò un grande incendio che durò 2 giorni. Per questo, sospettiamo che, qualora avessero rinvenuto qualcosa, questo sia andato distrutto durante l'incendio.

 — Secondo Lei parte delle persone scomparse potrebbe essere stata rapita per prendere loro gli organi?

 — Sì, sospettiamo proprio questo. Infatti, la maggior parte delle persone scomparse era nel pieno delle loro forze. Quando nel 1999 Bernard Kouchner fu nominato alto rappresentante speciale del Segretario generale dell'ONU, cominciò a fare i conti con questioni scomode per uno dei fondatori di Medici senza frontiere. Quando i giornalisti gli chiesero se sapesse qualcosa della tratta di organi, adirato rispose: "Lei è pazzo, non c'è alcuna tratta di organi!".

Noi continuiamo a cercare 572 persone della nostra lista di 941. Abbiamo consegnato alle famiglie i risultati delle analisi del DNA (affidabili al 99,9%) effettuate sui corpi di 371 persone. Si tratta di persone trovate durante funerali in Kosovo e Metochia.

Ma al momento le attività sono bloccate. Nel 2016 non è stata effettuata alcuna esumazione e ai parenti non è stato consegnato nessun caro. Nel 2017 è stato riconsegnato solo uno dei 430 corpi non identificati conservati nell'obitorio di Pristina. Dopo la guerra spesso i corpi venivano seppelliti senza alcuna analisi del DNA, ma solo sulla base degli effetti personali. Dunque, pensiamo che allora moltissime persone siano state seppellite con nomi diversi dai propri. Abbiamo tentato di avviare i controlli, ma le autorità kosovaro-albanesi non ci sono venute incontro. Durante tutto l'anno scorso è stata effettuata solo un'esumazione nei pressi di Giacovizza dove sono stati rinvenuti 7 corpi. Non abbiamo ancora ottenuto i risultati dell'analisi del DNA, ma è molto probabile che si tratti dei corpi di alcuni dei serbi rapiti.

 — Collaborate con le missioni UNIMIK dell'ONU, EULEX dell'UE o con le autorità della repubblica autoproclamata del Kosovo?

 — Devo essere sincero: noi siamo pronti a scendere a patti col diavolo pur di scoprire la verità sui nostri parenti. Siamo consci del fatto che nessuno di loro sia sopravvissuto, ma le famiglie vogliono seppellire i corpi in maniera dignitosa. Sabato 2 marzo è stata la giornata della commemorazione dei defunti e tutti si sono recati al cimitero. Ma noi dove la accendiamo la candela in memoria dei nostri caduti? Per noi ogni anno quello è uno dei giorni più difficili.

Fino al giugno del 2018 delle indagini se n'è occupata la missione EULEX dell'Unione europea per lo Stato di diritto in Kosovo. Da giugno in poi il loro mandato è mutato a la missione è diventata più che altro di osservazione. Tutti i vari affari sono stati deferiti agli organi di polizia kosovari-albanesi.

Al momento sono attive due commissioni per le persone scomparse: una a Pristina e l'altra a Belgrado. Le due hanno collaborato con successo in passato, continuano a collaborare anche ora, ma con limitazioni evidenti. La commissione kosovaro-albanese si è definita "governativa", il che rappresenta un problema per la collaborazione con le autorità serbe. Due settimane fa gli albanesi hanno vietato a Veljko Odalović, presidente della commissione di Belgrado, di entrare in territorio kosovaro.

A marzo ci dovrà essere una seduta dei gruppi di lavoro. Vedremo se si terrà. Noi abbiamo trasmesso loro i dati relativi a tutti i possibili luoghi di sepoltura, ma l'autogestione kosovaro-albanese non farà niente per eseguire le esumazioni.

— Al momento sono in corso le indagini a livello locale e internazionale riguardo al rapimento di persone in Kosovo?

— Sospettiamo la compartecipazione ai rapimenti di tutti i comandanti delle 7 zone operative dell'Esercito di liberazione del Kosovo. Abbiamo i loro nomi. Già nel 2002 abbiamo trasmesso alla procura di Belgrado per i crimini di guerra tutte le informazioni relative alle 574 persone scomparse senza lasciare traccia. Ci hanno comunicato di aver trasmesso a loro volta i materiali al Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia de L'Aia (ICTY). Cinque anni fa è stato creato un Tribunale speciale per i crimini commessi durante il conflitto armato in Kosovo la cui sede è in Olanda. Abbiamo incontrato i rappresentanti della procura de L'Aia. Il Tribunale agisce in base alla legislazione kosovara, ma al suo interno sono coinvolti cittadini di altre nazioni. Noi sappiamo che hanno già interrogato 12 ex membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo. Uno di loro (il comandante Sylejman Selimi, NdR) faceva la spola da L'Aia con l'aereo governativo della repubblica autoproclamata e di ritorno è stato nominato consigliere del premier kosovaro Ramush Haradinaj.

Siamo convinti che la tratta degli organi sia reale e a riprova di questo ci sarebbe anche la relazione presentata nel 2010 al Consiglio d'Europa dal deputato Dick Marty.

L'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha approvato quella relazione.

Al momento delle 176 famiglie delle persone scomparse in Kosovo sono rimasti in vita solamente 5 genitori. Le altre sono madri sole o piuttosto nonne sole sulle cui spalle incombono moltissimi problemi sociali e finanziari. Tutti noi combattiamo per sopravvivere e siamo uniti nella speranza di trovare i nostri cari, o meglio i loro corpi.

— Durante le esumazioni ci sono stati corpi in cui era evidente il prelievo di organi?

— È praticamente impossibile da stabilire dopo 20 anni. Sono rimaste solo le ossa e niente più. Ma alcuni ritengono che talune cliniche in Albania si occupino di trapianti. Vi sono dati e supposizioni del fatto che nostri compatrioti siano stati trasportati in Albania e Macedonia. Lì avrebbero loro prelevato gli organi e poi li avrebbero uccisi e sepolti.

Per questo, noi facciamo grande affidamento sul Tribunale internazionale de L'Aia, speriamo che risponda alle nostre domande. Ma c'è un altro problema: la tutela dei testimoni. I testimoni sono l'anello di congiunzione di questo caso. Noi come membri delle famiglie degli scomparsi non abbiamo il diritto di citare i nomi dei nostri informatori. Cosa accadrebbe a loro e alle loro famiglie se rivelassimo i nomi? Insomma, siamo fra l'incudine e il martello quando si tratta dei testimoni.

Inoltre, la procura del Tribunale internazionale ha una lista di giuristi che rappresenteranno i nostri interessi e che diranno che non possiamo scegliere i nostri rappresentanti al processo.

Tra l'altro, Theodor Meron, ex giudice dell'ICTY, che ha condannato i serbi, adesso diventerà gli interessi degli albanesi nei futuri procedimenti penali. Per questo ci sentiamo cittadini di serie B. È come se tutto il mondo fosse contro di noi.

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organi, guerra in kosovo, ONU, NATO, Albania, UE, Serbia, Kosovo
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