13:20 22 Novembre 2019
Monete d'oro

Prima era vostro, ora è nostro: USA e Gran Bretagna si prendono l'oro altrui

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A gennaio la comunità internazionale è stata scossa dal rifiuto della Banca d'Inghilterra di restituire al Venezuela i suoi lingotti d'oro. Ma i britannici non hanno fatto altro che prendere esempio dai loro vecchi amici, gli USA.

Gli americani negli ultimi decenni non solo hanno rifiutato di restituire metalli preziosi ai loro effettivi proprietari, ma si sono anche immischiati in affaire legati a lingotti d'oro, inclusa la palese montatura di processi penali.

Com'è possibile?

Il Presidente del Venezuela Nicolás Maduro ha dichiarato di recente che la Banca d'Inghilterra starebbe conservando 80 tonnellate d'oro di proprietà delle autorità venezuelane. "Hanno congelato circa 10 miliardi di dollari, il nostro oro, i nostri petroldollari", ha affermato Maduro.

Stando alle informazioni diffuse da Bloomberg, la Banca centrale britannica ha negato a Caracas i lingotti su pressione di Washington e, in particolare, del segretario di Stato USA Mike Pompeo e del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Il Venezuela ha richiesto che l'oro fosse restituito già a dicembre dello scorso anno, ma gli inglesi hanno prolungato l'intero processo adducendo il pretesto di complicazioni per l'ottenimento di un'assicurazione su merci tanto costose. E alla fine si sono semplicemente rifiutati di restituire i lingotti richiedendo all'effettivo proprietario di chiarire in che modo il Paese latino-americano prevedesse di disporre di quei metalli preziosi.

Rifiutarsi così apertamente di restituire le risorse auree alla nazione che le possiede a causa di un presidente ritenuto "non adatto" è un caso eccezionale. Ad ogni modo, scandali del genere avvengono spesso.

Di norma, al centro di questi scandali si trovano gli USA e la Gran Bretagna per il semplice fatto che proprio questi Paesi fino a poco tempo fa hanno conservato le riserve di decine di nazioni: infatti, Stati Uniti e Regno Unito ospitano le principali piazze di scambio dell'oro: la New York Mercantile Exchange (NYMEX) e la London Metal Exchange (LME).

I proprietari dell'oro lo conservano nelle vicinanze per non sprecare soldi in spese di trasporto che nel caso dei metalli preziosi sono molto elevate per via dell'assicurazione. Una riserva aurea viene trasferita solo in presenza di situazioni politiche ed economiche eccezionali.

Il precedente in tal senso fu la restituzione alla Francia della riserva conservata negli USA negli anni '60. Al tempo scoppiò il primo vero e proprio scandalo.

I primi tentativi

Il governo francese esportò negli USA la maggior parte della propria riserva aurea poco prima dell'inizio della Seconda guerra mondiale poiché temeva un'invasione nazista. Dopo il crollo della Germania nazista Parigi si rivolse alle autorità americane chiedendo la restituzione dei lingotti.

Ma ricevette un no categorico: gli americani dichiararono che i lingotti erano stati portati negli USA da persone fisiche, dunque non potevano essere considerati riserva aurea nazionale. Anche se quelle "persone fisiche" avevano agito su ordine diretto del governo francese.

Tuttavia, al tempo ancora vigeva il sistema aureo, dunque la valuta americana doveva essere scambiata con l'oro a un tasso fisso: 35$/oncia troy. Sfruttando questa circostanza, il presidente francese Charles de Gaulle raccolse tutti i dollari contanti presenti nelle banche francesi, li inviò agli USA su una nave da guerra e richiese al presidente americano Lyndon Johnson di cambiare i verdoni in lingotti al tasso ufficiale. Nell'agosto del 1965 tornarono nei caveau della Banque de France 4400 tonnellate d'oro.

Un paio d'anni dopo fu la Germania a cercare di riavere la propria riserva aurea dagli USA, ma i tedeschi ottennero un brusco rifiuto: Washington dichiarò che conservare i lingotti tedeschi negli USA fosse una garanzia per le truppe americane che si trovavano in Germania Ovest a difendere i tedeschi da una possibile invasione sovietica. Poco dopo gli USA abbandonarono il sistema aureo rendendo quindi impossibile una seconda mossa à la De Gaulle.

La fiducia in crisi

Da quel momento i tentativi della Germania e di altri Paesi di riavere indietro i propri lingotti d'oro dagli USA e dalla Gran Bretagna si interruppero per diversi anni, fino alla crisi finanziaria mondiale del 2008 quando le banche centrali di tutto il mondo, tentando di proteggersi dalle fluttuazioni del mercato, cominciarono a comprare grandi quantità di oro.

In particolare, la Cina nel 2009 comprò sulla LME circa 70 tonnellate d'oro. Quando i lingotti furono consegnati a Pechino, gli esperti cinesi condussero dei test per verificare la purezza del metallo: praticarono piccoli fori nei lingotti e inviarono i campioni ottenuti in laboratorio per un'analisi chimica. I risultati dell'analisi furono sorprendenti: i lingotti erano composti di tungsteno e solo all'esterno erano ricoperti da un sottile strato d'oro.

Pechino comunicò ciò che aveva scoperto alla LME. Questa in risposta accusò della falsificazione i cinesi stessi. Ma la Banca popolare cinese ribatté indicando che sui lingotti figuravano l'emblema della Federal Reserve e i numeri identificativi. Questi indicavano che per molti anni prima di essere venduti quei lingotti erano stati conservati nel caveau americano di Fort Knox.

Dopodiché si smise di parlare del caso e ad oggi non è chiaro come sia stato risolto il conflitto. Ma sui mercati finanziari cominciarono a correre voci sul fatto che la riserva aurea americana fosse una finzione: invece dei lingotti veri e propri a Fort Knox ci sarebbero delle riproduzioni.

Confutare queste accuse era impossibile poiché i controlli dei caveau americani erano stati effettuati l'ultima volta negli anni '60.

Dunque, ben presto i giornali internazionali si riempirono di valutazioni di esperti sulla possibilità che la Fed e la Banca d'Inghilterra avessero svenduto i lingotti loro affidati dalle banche centrali straniere.

Il primo Paese a sfruttare questo scandalo fu il Venezuela: nel 2011 Caracas inviò alla Banca d'Inghilterra una richiesta per la restituzione della propria riserva aurea, ovvero 211 tonnellate.

Gli inglesi in risposta comunicarono che nella loro banca centrale vi erano solamente 99 tonnellate di oro venezuelano e che la quota restante era distribuita nelle banche JP Morgan Chase, Barclays, Standard Chartered e Bank of Nova Scotia. Queste sono grandi attori sul mercato mondiale dei metalli preziosi, il che rafforzò i sospetti di una possibile svendita dei beni affidati a queste banche.

Verso la fine del 2011 Hugo Chávez riuscì a riportare a casa 150 tonnellate d'oro e gli inglesi se ne tennero altre 60. Da allora Caracas regolarmente comprò altro oro sulla LME portando la quota di oro venezuelano da 60 a 80 tonnellate. Proprio quest'oro è quello che le autorità britanniche si rifiutano di restituire al loro legittimo proprietario.

Reazione a catena

Mentre Hugo Chávez tentava di riavere la propria riserva aurea da Londra, negli USA scoppiò un nuovo scandalo. Nel bel mezzo della crisi finanziaria il principale venditore d'oro del mondo intero dovette esporsi all'FMI: solamente tra il settembre 2009 e il dicembre 2010 vendettero 403 tonnellate d'oro dalle proprie riserve.

Per continuare con le vendite, il direttore generale dell'FMI Dominique Strauss-Kahn chiese alla Fed di restituire al Fondo le 191 tonnellate d'oro in precedenza date da conservare a Fort Knox. Ma gli americani non diedero seguito a questa richiesta e non fornirono spiegazioni.

Strauss-Kahn tentò tenacemente di costringerli a restituire l'oro, ma il 14 febbraio fu arrestato a New York con l'accusa di aver stuprato una cameriera dell'hotel Sofitel. Fu subito dimesso dall'FMI e il suo direttore generale divenne Christine Lagarde.

Nel frattempo nel luglio di quell'anno la donna che aveva accusato Strauss-Kahn di stupro confessò di aver rilasciato una falsa testimonianza di fronte alla corte dei giurati. Inoltre, in seguito fu appurato che nel giorno dell'incidente la "vittima" parlò al telefono con un uomo sconosciuto riguardo alla ricompensa che avrebbe ricevuto per incolpare il direttore generale dell'FMI. Dopo quella telefonata sul suo conto furono inviati 100.000 dollari da una fonte sconosciuta.

Viste le circostanze tutte le accuse contro Strauss-Kahn furono ritirate, ma la questione della restituzione dell'oro all'FMI non fu più sollevata.

In seguito a questi scandali la fiducia per la Fed e la Banca d'Inghilterra fu persa completamente e nel 2013 la Germania manifestò nuovamente il desiderio di riavere la propria riserva aurea dagli USA. Questa volta Berlino ebbe più fortuna: verso la fine del 2017 la Bundesbank riportò nei propri caveau 674 tonnellate d'oro (delle 3370 totali).

Nel 2015 all'Olanda furono restituite dagli USA 120 tonnellate d'oro e poco dopo alla Banca centrale austriaca 140 tonnellate dalla Banca d'Inghilterra.

Nel 2016 il presidente turco Recep Erdoğan dichiarò a gran voce che "è pericoloso conservare il proprio oro negli USA". Nello scorso anno la Banca centrale turca si riprese dalla Fed 29 tonnellate d'oro e dalla Banca d'Inghilterra altre 200.

Inoltre, a gennaio 2018 la Turchia comprò un lotto d'oro da 41 milioni di dollari dal Venezuela e poi aumentò i suoi acquisti in oro fino a raggiungere i 900 milioni di dollari, cosa che irritò molto Washington.

A inizio del 2019 la società Noor Capital degli Emirati Arabi Uniti ha acquistato altre 3 tonnellate di oro venezuelano. Sui media americani è comparsa la notizia di una possibile vendita agli UAE di altre 15 tonnellate d'oro venezuelano, ma la Noor Capital ha dichiarato che "non sono stati conclusi altri affari" e così non sarà fino a che la crisi politica in Venezuela non sarà risolta.

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Affari, oro, Economia, Mike Pompeo, Recep Erdogan, Nicolas Maduro, Venezuela, Gran Bretagna, Germania, USA
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