07:40 27 Maggio 2019
Lingotti d'oro

L’oro del Venezuela: non è l’unico caso di sparizione misteriosa di beni

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La crisi politica in Venezuela (395)
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Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela, ha particolarmente apprezzato il rifiuto della Banca d’Inghilterra della richiesta di Caracas di vedersi restituiti 1,2 miliardi di dollari in lingotti d’oro. Infatti, ha definito la decisione una misura protettiva dei beni del Paese.

Sputnik ha rievocato alcuni altri casi in cui governi e banche occidentali hanno congelato o confiscato le ricchezze nazionali di altri Paesi.

Stando ai comunicati stampa, dalla fine dell'anno scorso Caracas conduce una irrimediabile lotta per riportare il proprio oro in patria. La Banca d'Inghilterra ha più volte declinato le richieste del Venezuela. La settimana scorsa il Ministro degli esteri venezuelano Jeremy Hunt si è allineato agli USA sostenendo Juan Guaidó e definendolo "la persona adatta a promuovere il Venezuela" poiché ha di fatto annullato le possibilità del Venezuela di rivedere i suoi lingotti. Nel fine-settimana, come se stesse eseguendo un ordine, Guaidó ha accolto la decisione di Londra di non restituire i lingotti.

In cosa consiste questa pratica?

La pratica di congelare o confiscare i beni di nazioni che in qualche modo si trovano in contrapposizione con gli interessi economico-politici americani ed europei non è nuova. Nel 1992 durante il riesame di talune sentenze emesse da tribunali statunitensi circa la confisca di beni extra-territoriali Rachel Gerstenhaber descrisse più di 10 casi di congelamento o confisca di beni di nazioni come Iran, Panama, Libia, Iran, Vietnam del Sud, Cuba, Nicaragua e di Paesi del blocco orientale. In questa lista non sono incluse operazioni analoghe effettuate dagli alleati europei degli USA: anche queste nazioni hanno privato altri Paesi di decine di miliardi di dollari. I corrispondenti di Sputnik hanno esaminato tre casi simili.

Iran

La quarantennale storia dei beni confiscati all'Iran risale alla rivoluzione iraniana del 1979 quando i rivoluzionari destituirono Mohammad Reza Pahlavi, il dittatore sostenuto dagli USA, e crearono una repubblica islamica. Il colpo di Stato che incluse la cattura di ostaggi nell'ambasciata USA di Teheran portò Washington a interrompere le relazioni diplomatiche, vietare le importazioni di petrolio iraniano e congelare beni per un totale di circa 11 miliardi di dollari (oggi 35,35 miliardi di dollari tenuto conto dell'inflazione).

Nel 2015 alla vigilia della sottoscrizione dell'Accordo sul nucleare iraniano (PAGC) i beni confiscati a Teheran e le sanzioni internazionali relative al settore nucleare furono stimate a un valore non inferiore ai 100 miliardi di dollari. Secondo il direttore della banca centrale iraniana, grazie all'accordo sul nucleare furono sbloccati solo circa 32 miliardi di dollari, ovvero un terzo del totale.

Tre anni dopo la firma del PAGC il destino di questi beni ancora non è chiaro. È noto che nelle corti americane è in corso la disamina di vari casi che richiedono la confisca diretta di beni iraniani. Ad esempio, una sentenza del 2016 secondo la quale l'Iran deve pagare con soldi pubblici rimborsi ai militari americani morti in seguito all'esplosione di alcuni tir il 23 ottobre del 1983 a Beirut. Teheran sostiene di non avere nulla a che fare con quell'attacco terroristico, ma fino ad ora tutti i tentativi di contestare la sentenza della Corte internazionale sono stati vani.

In una sentenza ancor più scandalosa emanata nel 2018 dalla Corte di New York si legge che i beni iraniani congelati devono essere impiegati per rimborsare le vittime della tragedia dell'11 settembre del 2001. E questo sebbene l'Iran non avesse nulla a che fare con quegli attacchi terroristici e 15 dei 19 terroristi in questione fossero cittadini sauditi.

Iraq

Nel 2003, alla vigilia dell'invasione statunitense in Iraq, il progetto militare di confisca di beni strategici del Paese arrivò a sequestrare in tutto circa 1,75 miliardi di dollari di beni. Questa confisca non fu che la punta dell'iceberg perché in seguito venne confiscata una quantità enorme di beni. Nel 2010 dopo un attento riesame il Pentagono dichiarò di non essere in grado di giustificare i circa 8,7 milioni di dollari di petroldollari scomparsi ma destinati alla ricostruzione.

In passato i media americani hanno parlato di tanto in tanto di fondi in denaro di circa 10-20 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali era composta da beni di stato iracheno inviati in Iraq nel 2004 per i lavori di ricostruzione e in seguito spariti.

Duranti i controlli del 2005 l'Ispettore generale per la ricostruzione dell'Iraq (SIGIR), Stuart W. Bowen junior, ha dichiarato che non si riuscivano a trovare più di 8,8 miliardi di dollari.

Sei anni dopo Bowen ha dichiarato che le autorità statunitensi continuavano a non saper giustificare circa 6,6 miliardi di dollari e che quest'affare potrebbe essere definito "la più grande ruberia nella storia della nazione".

Libia

I dettagli della supposta appropriazione indebita di una ingente somma di denaro libico dopo l'intromissione della NATO volta a destituire il leader libico Muʿammar Gheddafi sono ancora segreti dopo circa 8 anni dai fatti. Alla fine del 2018 i membri di uno dei gruppi belligeranti libici hanno invitato il Consiglio di sicurezza dell'ONU a difendere ciò che è rimasto dei beni libici ancora congelati su conti stranieri.

I timori sono sorti in seguito a comunicati del marzo dello scorso anno a proposito della sparizione da un conto belga di circa 10 miliardi di euro di beni nazionali libici (dal fondo iniziale di 16 miliardi di euro ne sono rimasti solo 5). A settembre dello scorso anno una commissione delle Nazioni Unite ha stabilito che il Belgio stesse violando le limitazioni di congelamento di beni poiché vi era il timore che i pagamenti di interessi su alcuni fondi libici fossero stati trasferiti su conti appartenenti ai miliziani in guerra, anche islamici.

Le autorità di Tripoli in seguito hanno dichiarato che dietro a queste appropriazioni indebite "molto probabilmente" vi fosse il governo degli Emirati Arabi Uniti sostenendo che il denaro fosse stato impiegato per sostenere il governo di Tobruk nella Libia orientale.

Questo scandalo è solo una delle molte confische di beni libici da parte di nazioni occidentali in seguito alla destituzione di Gheddafi. Nel 2012 su richiesta della Corte penale internazionale in Italia è stato confiscato più di 1 miliardo di euro di beni appartenenti alla famiglia di Gheddafi e a membri del suo governo, incluse quote in grandi società italiane e beni immobiliari.

Nel 2011 l'amministrazione Obama congelò beni per un totale di 29,8 miliardi di dollari in banche americane come Goldman Sachs, Citigroup, JPMorgan Chase e Carlyle Group. Nel dicembre del 2011 questi beni assieme ad altri 40 miliardi di dollari furono scongelati. Tuttavia, in seguito funzionari dell'ONU dichiararono che nel Paese erano giunti solamente 3 miliardi di dollari perché "vi erano incertezze riguardo a chi dovesse ricevere questi soldi e per via di altri problemi diplomatici".

Alla fine del 2018 il direttore del Fondo nazionale libico per il benessere ha comunicato ai funzionari dell'agenzia Reuters che il fondo prevede di nominare revisori per condurre controlli sui propri attivi nel 2019 con l'intento di scongelarne alcuni.

Alla fine dello scorso anno circa il 70% dei beni libici esteri investiti per un totale di 67 miliardi di dollari sono congelati dall'ONU.

Sempre nel 2018 il legislatore britannico ha esaminato la questione della confisca di parte del fondo libico per il benessere con l'obiettivo di ripagare i rimborsi alle vittime dell'esercito repubblicano irlandese che Gheddafi finanziava negli anni '80. Si suppone che nelle banche britanniche vi siano ancora 9,5 miliardi di sterline in beni libici. Tripoli ha invitato Londra a interrompere la confisca. "La Gran Bretagna non ha il diritto di confiscare i beni libici o di congelarli. Appartengono al popolo libico", ha dichiarato il direttore del piano di investimenti libici Ali Mahmudu Hasan Mohammed in una lettera indirizzata al ministro degli esteri britannico Alistair Burt lo scorso ottobre.

Il cattivo impiego dei beni nazionali libici non si è limitato al periodo successivo alla destituzione di Gheddafi. L'anno scorso l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato accusato di corruzione per aver ricevuto dalla Libia circa 50 milioni di euro come offerta illegale per la campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2007. Sarkozy ha ripagato questa generosità sostenendo l'aggressione della NATO in Libia nel 2011.

L'oro di Caracas

Domenica sul quotidiano argentino Ambito Financiero si leggeva che il primo ministro venezuelano Juan Guaidó ha richiesto alla prima ministra britannica Theresa May e al governatore della Banca d'Inghilterra Mark Carney di non restituire a Caracas i suoi lingotti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari nonostante le precedenti richieste del presidente Maduro. In passato Guaidó aveva particolarmente apprezzato il rifiuto della Banca d'Inghilterra di restituire l'oro sostenendo che quello fosse "l'inizio del processo per difendere i beni del Venezuela" e che l'opposizione "non permetterà lo sfruttamento o l'appropriazione indebita di fondi destinati a finanziare il cibo, le medicine e il futuro dei nostri figli".

A giudicare dalle storie di congelamento o confisca di beni sopra elencate non sembra che i venezuelani abbiano deciso cosa i governi e le banche centrali occidentali faranno dei loro beni.

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oro, ONU, Mark Carney, Theresa May, Muammar Gheddafi, Nicolas Maduro, Juan Guaidó, USA, Libia, Iraq, Iran, Venezuela
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